La necropoli è situata a pochi chilometri dalla città di Tarquinia in zona Monterozzi, denominazione dovuta ad un appellativo popolare che dava un nome ai monticelli di terra che caratterizzavano l’area conferendole un andamento ondulato, monticelli dovuti ai tumuli sepolcrali.
Lo specchio da Blera con rappresentazione della lasa vecu, conservato presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
Da un passo dei Gromatici Veteres (Fragmentum Vegoia Arrunti Voltumno, ed Lachmann 1848 pagg. 350-351), corpus di scritti latini di agrimensura sulla ripartizione e misurazione dei terreni agricoli, apprendiamo un mito etrusco noto come “profezia di Vegoia” (lasa Vecu). Il frammento, probabilmente traduzione latina di un testo etrusco (forse contenuto nei cd. Libri Vegoici, parte dei quali furono appunto tradotti in latino da Tarquizio Prisco), contiene appunto una profezia rivolta dalla profetessa/lasa ad un certo Arrunte Veltymnus, considerato variamente chiusino, perugino o volsiniese. Lo scritto racconta che Giove rivendicò le terre d’Etruria e volle che le pianure fossero misurate ed i campi delimitati coi confini. L’avidità degli uomini farà sì che nell’VIII secolo (cfr. teoria dei dieci saecula della nazione etrusca) i confini verranno violati e spostati e gli autori di questo delitto saranno condannati dagli dei.
Vulci, la Pianta del percorso nel Parco archeologico (clicca sull’immagine per ingrandire)
Il Parco naturalistico-archeologico di Vulci è un vero spettacolo per il visitatore e per i resti etrusco romani e per il paesaggio che li accoglie, disseminati a destra del Fiora, con la necropoli alla sinistra del fiume. Passeggeremo in questo ameno paesaggio, segnato dai sentieri tracciati e delimitati dagli steccati del Parco dai quali si affacciano paciose mucche bianche dalle ampie corna, e dove i resti dell’antica Vulci ci vengono incontro, antiche presenze in un ambiente naturale che pare immutato.
elementi architettonici decorativi del tetto della villa di Murlo (Museo di Murlo)
Durante il periodo più antico (fine del IX secolo – prima metà dell’VIII secolo a.C.) la casa etrusca aveva una forma circolare o ellittica, a un solo piano con pareti in argilla e graticcio di canne e copertura in strame con tetto a spiovente sostenuto da pali di legno. Tale aspetto si è mantenuto nella forma delle capanne in uso ancora pochi decenni fa in certe zone rurali della Toscana. L’interno era costituito da un solo ambiente con un’apertura di ingresso e sfiatatoi per il fumo, il pavimento era costituito da un sottile strato di ghiaia.
Gli scavi hanno messo in luce resti di abitazioni di questo tipo a Luni, San Giovenale, Veio e Tarquinia. Le urne cinerarie a capanna riproducono simbolicamente tali forme. … continua a leggereLa casa degli Etruschi
Tomba delle Bighe (particolare parete di fondo, tribuna di sinistra) tratta da Le Donne in Etruria, cit., tav LXVII
L’esistenza di una classe sacerdotale femminile in Etruria è oggetto di dibattito tra gli studiosi: la maggior parte degli autori esclude l’ipotesi, mentre alcuni si esprimono a favore. Le poche fonti letterarie a nostra disposizione provengono da autori greci e latini e quindi vanno lette con spirito critico. I reperti archeologici riconducibili alla sfera religiosa femminile etrusca sollevano, nella maggior parte dei casi, dubbi circa l’identificazione delle figure femminili: si tratta di devote, divinità o sacerdotesse?
Alcune fonti sembrano però offrire elementi a favore dell’ipotesi in commento. …
Quando da turisti ci accingiamo a visitare la Toscana, tra le tappe assicurate non può mancare Firenze, con i suoi monumenti e la sua storia che trapela da ogni angolo delle strette vie che la attraversano. Quello che però spesso non viene considerato, è che a pochi minuti dal capoluogo toscano si trova Fiesole, una cittadina ricca di segni del passato, graziosa e suggestiva come solo i piccoli borghi sanno essere.
Fiesole occupa la sommità di due colline, San Francesco e Sant’Apollinare, stagliandosi così in alto rispetto a Firenze e a un panorama a dir poco mozzafiato … continua a leggere Fiesole: tra Etruschi e Romani
recupero del Giglio Campese di Foto del recupero del lingotto di rame da parte della Oxford University Mare (rielaborata da Beuderley 1991)
Nell’agosto 1961, nel corso di immersioni di una scuola di subacquei nella baia del Campese dell’Isola del Giglio fu individuato il relitto di una nave antica. Numerosi reperti provenienti dal relitto furono trafugati. Negli anni 1983 – 1985 Mensun Bound (Università di Oxford) curò lo scavo del relitto, in stretto raccordo con la Soprintendenza Archeologica della Toscana. Lo scavo, in particolare, fu effettuato sulla Secca I Pignocchi a circa 45-50 m di profondità, su un’area di circa 10 x 15 m. Lo scopritore negli anni successivi riuscì anche a recuperare alcuni dei reperti trafugati. La nave trasportava anfore, vasellame in ceramica e metalli. La gran parte delle anfore (circa 130) era di produzione etrusca (Caere o Vulci?), altri contenitori erano di provenienza greca (14, di cui 7 anfore di Samo). Le anfore hanno restituito tracce di vino, noccioli di olive, pinoli e resina. … continua a leggere Il relitto arcaico del Giglio Campese (GR)
La tomba Pierini fu rinvenuta il 22 agosto 1984 in località Arniani a Campiglia dei Foci (nel comune di Colle Val d’Elsa – SI) durante i lavori per la sistemazione del giardino del Signor Luciano Pierini. Al sepolcro, che risultò violato (probabilmente in antico), si accedeva tramite un breve corridoio a caditoia. L’ipogeo, di piccole dimensioni, aveva forma rettangolare, era diviso da un tramezzo centrale, presentava basse banchine laterali ed un loculo sulla parete destra. La tomba, che fu utilizzata da almeno due generazioni, ospitava diverse inumazioni (almeno sette) ma vi era rappresentato anche il rito incineratorio. Le ossa nel corso del tempo vennero raccolte in grandi vasi; le ceneri erano conservate in grosse olle cinerarie d’impasto, alcune coperte con dischi di travertino o con tegole. … continua a leggereLa Tomba Pierini di Colle di Val d’Elsa (SI) e il vaso gemino iscritto
Olpe Chigi, tomba di Monte Aguzzo (Formello, Veio)
Diodoro Siculo riferisce che “in Etruria (…) la falange oplitica fu adottata durante il VI secolo, e gli Etruschi insegnarono ai Romani a combattere con scudi di bronzo” (XXIII,2). Anche Ateneo (VI, pag. 231) precisa che la formazione a ranghi serrati venne adottata dai Tirreni, che attaccavano in falange. Gli opliti — il cui nome deriva dal greco oplon, “scudo” — erano guerrieri dotati di armatura pesante che combattevano fianco a fianco in una formazione serrata, la falange. L’oplitismo fu un fenomeno politico, militare e sociale sorto in Grecia tra l’VIII e il VII secolo a.C. Esso si basò sulla crisi del potere politico delle aristocrazie e sull’emergere di nuovi ceti sociali — agricoltori, commercianti e artigiani — che potevano permettersi l’acquisto dell’armamento oplitico.
Ricostruzione della Tomba dell’Alfabeto realizzata da Simone Boni (Studio Inklink) tratta da MaM Museo archeologico Monteriggioni Guida al Museo, Comune di Monteriggioni, 2023
La tomba in oggetto (nota anche come Tomba dell’Alfabeto del Colle) fu ritrovata nel marzo del 1698 nei pressi di Abbadia Isola, nei terreni di proprietà della famiglia Petrucci (podere Turchiano). L’ipogeo è descritto anche da George Dennis che lo definisce molto importante, precisando che conteneva una grande quantità di ossa umane e che (“cosa più straordinaria”) su tre delle quattro pareti si trovavano delle iscrizioni a grosse lettere tra cui un alfabetario ed un sillabario (Città e Necropoli d’Etruria, Edizione Italiana a cura di Elisa Chiatti e Silvia Nerucci, Nuova Immagine, 2015, Volume Secondo, pagg. 136 – 137). Della tomba purtroppo si è persa l’ubicazione e le informazioni al riguardo si ricavano dalla documentazione (descrizione e disegni) redatta al tempo della scoperta.