Oggi ci spostiamo ultra-limites, in quell’Etruria padana che, ai tempi, era strettamente collegata a quella tirrenica per le vie commerciali e la rete di scambi intessuti tra i due mari, il Tirreno e l’Adriatico con il porto di Spina, e l’Europa transalpina. Grazie a questi scambi vino olio marmi pregiati vasi attici venivano scambiati con i Greci che approdavano al porto di Spina sul delta del Po dove il Reno, con il suo percorso di allora, si versava; grano e prodotti della terra venivano scambiati dagli etruschi padani che a loro volta acquistavano dai mercanti celti soprattutto lo stagno, fondamentale per ottenere insieme al rame il bronzo che lavoravano in modo egregio, e ambra.

Precisamente siamo a Marzabotto, famosa per una terribile pagina di storia recente, ma anche per la scoperta, più lontana nel tempo, della città di Kainua, la città nuova, fondata sul pianoro di Misano, lungo la valle del Reno, nel V secolo a.C. della quale andiamo a visitare quanto rimane su un’ estensione di circa 17 ettari.

Pianta della città

Caratteristica unica e peculiare di Kainua, è proprio quella di essere la sola città etrusca a portare impressi i segni inalterati della fondazione e organizzazione dell’impianto urbano: nata infatti ex novo, non subì manomissioni dovute a nuove dominazioni o alla fusione con altre popolazioni. Fu abbandonata infatti alla metà del IV secolo con la calata dei Celti e l’area si trasformò presto in campagna fino alla scoperta nel 1830.

Ed eccola davanti agli occhi dei visitatori che come noi trascorrono sul pianoro e leggono i cartelli esplicativi, scrutano tra le rovine, fotografano, ma non “vedono”oltre quei ciottoli di fiume: sono essi segno di antiche ed estese fondamenta rimaste inalterate nel tempo, mancanti però delle parti sopraelevate che invece occorrerà immaginare.

Ricostruzione del tempio di Tinia e Uni
Ciò che rimane del tempio di Tinia e Uni

È così che le ricostruzioni operate dagli archeologi permettono di viaggiare nel tempo e di raffigurare e concepire la città scomparsa.

Una grande strada con gli attraversamenti pedonali

Colpiscono l’ordine e la precisione delle strade che si intersecano ad angolo retto e che seguono precisamente il percorso del carro del sole nei solstizi e negli equinozi: un pezzo di cielo, il templum celeste, che si ripropone in terra e i cui settori, quattro i principali, appartengono alla giurisdizione di una divinità. Strade grandi, larghissime, ben 15 metri, con la parte centrale per il traffico veicolare e pietre per l’attraversamento, due marciapiedi laterali lungo i quali corrono spazi adibiti alla vendita. Nel punto in cui gli assi principali si intersecano è sotterrato il decussis,

Decussis

un grosso ciottolo su cui è incisa una croce, da cui il nome dal latino, e simbolo sacro del punto focale da cui si dipanerà, seguendo gli assi ortogonali, tutta la struttura urbana con le sue abitazioni, templi, acropoli, ottenendo un reticolato che organizza in riquadri il terreno:

il principio generatore della geometria della città è stata l’osservazione del sole nel suo ciclo annuale dato che la forma urbana corrisponde esattamente alla figura che collega i punti estremi delle levate e dei tramonti del sole al solstizio d’estate e a quello d’inverno. Sulle due diagonali, che si incrociavano sempre in corrispondenza del ciottolo con la crux, fu poi impostata la planimetria della città che a questo punto non poteva che avere un unico asse nord-sud e tre assi est-ovest corrispondenti rispettivamente al solstizio d’inverno (quello più meridionale), al solstizio d’estate (quello più settentrionale) e ai due equinozi (quello centrale). In Gli Etruschi delle città, a cura di Stefano Bruni)

È in questo che consisteva la cerimonia della fondazione della città che si svolgeva ad opera del sacerdote, tutta da interpretare e riconoscere nei segni tangibili che ne percorrono il territorio.

E così nel settore nord orientale ecco i templi dedicati alle divinità maggiori: Tinia e Uni, la consorte, area sacra che continua nell’acropoli dove scopriamo i resti di un acquedotto che convogliava l’acqua verso la zona artigianale della città, verso la fornace per la fusione di minerali di ferro. L’acqua, bene prezioso, a Kaiuna non mancava, anzi affiorava, come non lontano si può vedere nei resti di un santuario dedicato ad una divinità protettrice delle acque,

Santuario dedicato ad una divinità delle acque

elemento chiave non solo per la una buona conduzione di vita e comodità degli abitanti ma importante anche per la produzione di ceramiche e laterizi testimoniata da piccole fornaci, da vasche per l’acqua e per impastare l’argilla, ma anche pozzi e nell’area urbana e all’interno di tutte le case utilizzando l’acqua di una falda superficiale che si estende su tutto il pianoro; e ancora un impianto di canali ai lati delle strade per il deflusso delle acque piovane, nonché un apparato per depurare l’acqua di una sorgente con apposite vasche di decantazione.

Acropoli altare in travertino
Acropoli acquedotto

Sull’acropoli la zona sacra conserva vari templi e, in ottimo stato, un altare con un’elegante base in travertino ottenuta con un gioco di balze intervallate. Da qui scendiamo verso la necropoli posta ad est.

Accoglie numerose sepolture a cassa, oggi fuori dal piano del terreno, ma che in origine erano segnalate dai segnacoli funerari: di grandezza variabile, grosse pietre a forma di uovo ne sormontano le lastre a copertura.

Necropoli est con tombe a cassa e segnacoli

Il fiume è vicino, la vallecola con le sue casse e i suoi segnacoli armonizza con il panorama circostante cui fanno da sfondo le calanche cretose dalle quali i nostri ricavavano materiale per la creazione dei crateri e delle conche in cui erano maestri e che potremo ammirare al Museo insieme ai bronzetti e ai cippi funerari istoriati.

Calanche  cretose

 

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