Su un poggio che domina il mare, da una parte il golfo di Baratti e dall’altra la costa verso Piombino, in una vista paesaggisticamente notevole, si erge il castello con le sue mura, la sua torre e l’arco di entrata. Lo stemma che sovrasta l’ingresso è quello degli Appiani, signori di Piombino: un drago alato lo caratterizza; l’opera quattrocentesca è attribuita a Andrea Guardi che in effetti lavorò, con le mansioni di architetto e scultore, presso la corte di Jacopo III Appiano (1458-1474), uno dei signori di Piombino che ne governarono il Principato dal XIV al XVII secolo. La fortificazione di Populonia risale al XV secolo. … continua a leggereIl Castello di Populonia: il Borgo e il Museo etrusco
Carta escursionistica dei sentieri della linea gotica
Tra il 14 e il 16 settembre 1944, i rilievi appenninici del passo del Giogo diventarono il teatro di una delle battaglie di logoramento più cruente e decisive della Seconda Guerra Mondiale in Italia. Sotto il comando della Quinta Armata americana, la fanteria alleata si scontrò frontalmente con i tenaci difensori della 4ª Divisione paracadutisti tedesca, arroccati tra i crinali di Monte Altuzzo e Monticelli.
Quella che doveva essere un’avanzata rapida si trasformò immediatamente in una drammatica guerra di posizione. Le fortificazioni tedesche, abilmente mimetizzate e posizionate per sfruttare i fuochi incrociati delle mitragliatrici e il tiro dei mortai nei canaloni, costrinsero i soldati americani a ripetuti e sanguinosi assalti per conquistare pochi metri di terreno alla volta. In un paesaggio spoglio e flagellato dall’artiglieria, anche i rifornimenti divennero un’impresa disperata, affidati esclusivamente alle braccia degli uomini e al trasporto notturno a dorso di mulo.
Nonostante gli insuccessi iniziali, i falliti tentativi di aggiramento e lo stallo che sembrava profilarsi alla sera del 16 settembre, lo sforzo coordinato dei reggimenti americani riuscì progressivamente a erodere la resistenza nemica, portando i paracadutisti tedeschi ormai vicini all’esaurimento delle forze.
castagnaccio e schiacciata con l’uva, due prelibatezze toscane
L’autunno toscano porta con sé due sapori antichi, profondamente legati alla vita contadina: la schiacciata con l’uva e il castagnaccio.
La prima nasce nel tempo della vendemmia, soprattutto nella tradizione fiorentina e chiantigiana. Preparata con pasta lievitata, olio, zucchero e uva nera, un tempo soprattutto canaiola, era un dolce semplice e stagionale.
Con l’arrivo delle castagne, soprattutto nelle zone appenniniche, protagonista diventava invece la loro farina, per secoli alimento fondamentale delle popolazioni di montagna. Da qui nasce il castagnaccio, preparazione povera e antichissima, arricchita nel tempo con pinoli, uvetta, noci e rosmarino.
Siamo davanti alla bella facciata del Duomo e restiamo ammirati dalla sua elegante composizione: attraggono subito l’attenzione il grande rosone e il magnifico portale che nell’architrave porta un’iscrizione antica.
Hoc opu(s) co(m)positum fuit tempore magnifici D(omi)ni Nicholai de Ursinis Nolani palatini comitis atque Soleti nec non Guidonis Bertuldi(que) comitum nepotum suorum currentibus tunc anno Domini M.CCCLXXVI indictione XIIII. … continua a leggere la storia e la descrizione del Duomo di Orbetello
Orbetello ha una storia antica, tanto quanto la sua laguna che, per la sua conformazione geografica di territorio protetto e nello stesso tempo ricco di risorse, era un punto di insediamento strategico. Sorge su un istmo di antica formazione che lo salda alla terraferma; in tempi successivi i tomboli della Feniglia e della Giannella unirono la città all’Argentario che in origine era un’isola. Una curiosità: una delle testimonianze storiche più antiche e significative sul toponimo del promontorio Argentario è attribuita a Namaziano che lo nomina ArgentariusMons nel De Reditu suo (Libro I) del 415-416 d.C. in cui descrive il proprio viaggio via mare da Roma alla Gallia, promontorio già denominato Promontorium Cosae o Promontorium Telamonium così come nel Dizionario di Emanuele Repetti… continua a leggere A Orbetello
Carmignano chiesa di San Michele la Visitazione del Pontormo
Il Montalbano è uno scrigno di storia, arte e natura dove le distanze si annullano. Se stai programmando un’escursione in Toscana, sarai felice di sapere che la cultura di Carmignano e i boschi del Montalbano sono vicinissimi e si possono unire in un unico, splendido itinerario. Il blog TuttaToscana propone due percorsi perfetti da collegare in una sola giornata, a soli 10 minuti di auto l’uno dall’altro.
Ecco come combinare le due anime del territorio:
La tappa culturale: Puoi iniziare dal cuore del borgo medievale visitando la monumentale fortificazione e la Chiesa di San Michele, che custodisce la celebre Visitazione del Manierismo cinquecentesco.
La tappa naturalistica: Spostandoti di pochi chilometri verso la località del Pinone, potrai lasciare l’auto per ammirare una suggestiva abbazia romanica isolata nel verde. Da lì, un facile sentiero a piedi ti guiderà tra alberi secolari e scavi archeologici etruschi. Trovi l’itinerario completo nella guida Sul Montalbano: l’area protetta di Pietramarina e l’abbazia di San Giusto al Pinone su TuttaToscana.
Il consiglio per viverli al meglio? Dedica la mattina alla Rocca e al Pontormo, e il pomeriggio al fresco trekking tra i segreti di Pietramarina.
Recentemente nella necropoli della Polledrara, a Vulci, è stata riportata alla luce una tomba monumentale realizzata all’interno del tumulo cd Gsell, già individuato nel 1899 dall’Ecole Française ed in particolare dall’Archeologo Stéphane Gsell (1864-1932). La documentazione dell’epoca fa riferimento ad un sepolcro, individuato ai margini sud-occidentali della necropoli, della circonferenza di 98 metri e ad un basamento rivestito di lastre di nenfro; l’archeologo francese parla di una “nuova Cuccumella”. La struttura non fu completamente esplorata (le inziali ricerche furono sospese per i costi eccessivi) e fu oggetto di scavi clandestini nel corso XIX secolo.
La nascita di Cosmopoli: Portoferraio nella storia e nell’architettura militare
Portoferraio in una carta del 1696
Nel suo volume Bagni e villeggiature in Toscana (Firenze, 1899), l’illustre storico e archeologo Guido Carocci ci regala un affascinante ritratto di Portoferraio, ripercorrendo l’evoluzione di quella che nacque come un semplice villaggio di pescatori e scaricatori di ferro e divenne una delle piazzaforti militari più inespugnabili d’Europa.
Il vero punto di svolta per la città avvenne nel 1548, quando il Granduca Cosimo I de’ Medici acquistò questa porzione dell’Isola d’Elba per trasformarla nel cuore della potenza marittima toscana. Sotto la guida dell’architetto Giovan Battista Camorini da San Marino, sorsero in tempi record imponenti fortificazioni che sfruttavano la perfetta conformazione naturale della costa: il Forte del Falcone, il Forte Stella e la Linguella. Questa nuova città fortificata, battezzata originariamente dallo stesso granduca con il nome di Cosmopoli, dimostrò nei secoli successivi la sua totale inespugnabilità, resistendo agli assalti delle flotte turche e francesi.
Dalle vicende napoleoniche del 1814 fino alla successiva riconversione industriale e commerciale, Carocci ci accompagna alla scoperta di una Portoferraio “linda, pulita, brillante, gaia”, dove le imponenti mura medicee non sono più una minaccia bellica, ma straordinari monumenti d’architettura tutti da ammirare.
la difficile gestione dell’ordine pubblico tra banditismo e dovere istituzionale
L’esperienza governativa di Ludovico Ariosto in Garfagnana, svoltasi tra il 1522 e il 1525, rappresenta uno dei capitoli più complessi e biograficamente fecondi del letterato ferrarese, offrendo un vivido spaccato delle contraddizioni del Rinascimento italiano. Inviato dal duca Alfonso I d’Este a pacificare una regione periferica, strutturalmente instabile e profondamente segnata dal fenomeno del banditismo, il poeta si trovò a esercitare le funzioni di commissario ducale in un contesto di estrema precarietà istituzionale. Il contrasto tra la raffinata dimensione cortigiana – e la contestuale aspirazione all’otium letterario – e l’aspra realtà dell’ordine pubblico emerge con chiarezza dal corpus epistolare ariostesco. In queste lettere, segnate da una profonda frustrazione per la carenza di sussidi centrali, l’autore giunge a paventare l’abbandono del mandato, rivelando la drammatica scissione tra la fragilità dell’uomo e il rigore del funzionario pubblico.
Se oggi consideriamo la lettura un gesto quotidiano, un piacere accessibile a chiunque o un momento di condivisione nei caffè letterari, lo dobbiamo in gran parte a un secolo straordinario: il Settecento. E se c’è una città in cui questa rivoluzione silenziosa ha lasciato un’impronta indelebile, quella è Firenze.
Nel XVIII secolo, la culla del Rinascimento si trasforma in un laboratorio culturale a cielo aperto. I libri smettono di essere tesori gelosamente custoditi nei palazzi nobiliari o nei monasteri e iniziano a circolare tra le strade, i caffè e i teatri, intercettando un pubblico completamente nuovo: i giovani, la borghesia e, per la prima volta in modo significativo, le donne.
Ma come si leggevano i libri nella Firenze del Settecento? Chi erano i librai che animavano il centro storico e come sono nate le prime vere biblioteche pubbliche della città?
Tra stamperie e caffè
Tra il 1743 e il 1767, le vie di Firenze erano animate da un fittissimo reticolo di librerie e stampatori. Accanto alla prestigiosa Stamperia Granducale, botteghe grandi e piccole offrivano cataloghi sempre più ricchi, spesso importando novità dall’estero grazie all’intraprendenza di librai lungimiranti (inclusi molti francesi).
La vera rivoluzione, tuttavia, fu il modo di vivere il libro. Leggere non era più un atto solitario e accademico. Nelle librerie e nei primi caffè ci si incontrava per discutere, scambiarsi opinioni e commentare le ultime novità editoriali sorseggiando cioccolata o tè. Il libro era diventato il motore di una nuova socialità, un simbolo di piacere e utilità pratica.
Aprono la Magliabechiana e la Marucelliana
È in questo clima di fermento che la cultura fiorentina compie il suo passo più democratico: la nascita della biblioteca intesa come servizio pubblico. Nel 1747 apre ufficialmente le porte la Biblioteca Magliabechiana (il nucleo della futura Nazionale), seguita nel 1752 dalla Biblioteca Marucelliana. Per i cittadini non si trattava più di chiedere un “favore” al proprietario della collezione, ma di esercitare un vero e proprio diritto all’istruzione e alla curiosità.