La “risciacquatura dei panni in Arno”: Manzoni a Firenze nell’estate del 1827


di Michele Chini      

Palazzo Gianfigliazzi Bonaparte in Lungarno Corsini

Palazzo Gianfigliazzi Bonaparte in Lungarno Corsini (foto Chini)

Palazzo Gianfigliazzi Bonaparte, al numero 4 di Lungarno Corsini, costituisce il nucleo più importante delle numerose case appartenute all’omonima famiglia fino alla fine del Settecento. Sull’elegante edificio coronato da un’ampia loggia, dal 1427 nel corso dei secoli furono eseguite numerose ristrutturazioni. Nel 1818 con l’estinzione dei Gianfigliazzi, il Palazzo venne destinato ad albergo, con la denominazione ‘Hotel delle Quattro Nazioni’, e gestito da Madame Fanny Hombert. Qui furono ospiti personaggi illustri tra i quali, come ricorda una targa posta nel 1919 proprio sopra il portone del palazzo, Alessandro Manzoni che, riferendosi all’Arno, scrisse la famosa frase “nelle cui acque risciacquai i miei cenci”. 

Palazzo Gianfigliazzi Bonaparte L'iscrizione ricorda il soggiorno di Manzoni

Palazzo Gianfigliazzi Bonaparte L’iscrizione ricorda il soggiorno di Manzoni (foto Chini)

Manzoni arrivò all’albergo delle Quattro Nazioni con due carrozze provenienti da Livorno, dopo una sosta a Pisa in piazza de’Miracoli, al tramonto di mercoledì 29 agosto 1827. Erano in quattordici: Manzoni, sua moglie Enrichetta, sua madre Giulia Beccaria, i sei figli e cinque domestici. Erano partiti da Palazzo Belgioioso a Milano la mattina del 15 luglio con l’intento di fermarsi un paio di giorni a Genova e poi qualche settimana a Livorno, per permettere ad Enrichetta di fare dei bagni di mare che le erano stati prescritti per la sua salute cagionevole; quindi, ai primi d’agosto sarebbero dovuti arrivare a Firenze e restarvi fino alla fine d’ottobre. Tuttavia per vari imprevisti, tra cui un temporale che provocò il ribaltamento di una delle due carrozze, la famiglia Manzoni arrivò soltanto alla fine del mese di agosto e anziché restarvi fino a tutto ottobre se ne andò il primo del mese.

Interno di Palazzo Gianfigliazzi una sala

Interno di Palazzo Gianfigliazzi una sala

Com’è noto, in quell’anno Manzoni, dopo l’uscita della prima edizione dei “I Promessi Sposi”, la cosiddetta “Ventisettana”, profondamente insoddisfatto della sua opera dal punto di vista linguistico, aveva deciso di trasferirsi per un breve periodo di tempo a Firenze con la propria famiglia per studiare la lingua locale e correggere il suo romanzo in fiorentino, da cui la famosa frase “risciacquare i panni in Arno”. Infatti Manzoni voleva che il romanzo “I Promessi Sposi” fosse destinato ad un pubblico vasto, il che richiedeva l’utilizzo di una lingua scritta che fosse la più vicina possibile a quella parlata. La penisola italiana del tempo era però divisa in numerosi stati indipendenti ognuno con la propria lingua o dialetto; così Manzoni individuò nella lingua fiorentina, che più delle altre aveva svolto nella storia italiana una sorta di egemonia culturale, quella adatta al suo scopo. Scriveva in quel periodo al Grossi: “Ho settantun lenzuoli da risciacquare“, intendendo che aveva settantuno pagine da adattare alla lingua fiorentina.

E per risciacquare idealmente i suoi panni, oltre che dei fiorentini che in genere incontrava ed ascoltava parlare con attenzione passeggiando per i lungarni e per le vie del centro, Manzoni si servì degli intellettuali del gabinetto letterario Vieusseux. Del resto in quell’estate non si parlava d’altro che dei Promessi sposi; lo stesso Gian Pietro Vieusseux non stava più nella pelle ed attendeva trepidante il conte Manzoni, come si evince dalle lettere che inviava al marchese Gino Capponi che si trovava ad Abano per delle cure termali; non dello stesso avviso era un altro conte, Giacomo Leopardi, anch’egli a Firenze in quel periodo, che all’editore Stella confidava come il romanzo che faceva tanto scalpore fosse ritenuto dalle persone di gusto “molto inferiore all’aspettazione”.

Palazzo Buondelmonti in una foto d'epoca.

Piazza S. Trinita, Palazzo Buondelmonti in una foto d’epoca. Fu la prima sede del Gabinetto Viesseux

Fatto sta che il corteggiamento di Vieusseux a Manzoni dovette durare pochi giorni, visto che per la sera del 3 settembre fu organizzata, nella sede del Gabinetto letterario, che all’epoca si trovava in palazzo Buondelmonti, la presentazione ufficiale dell’illustre ospite agli intellettuali fiorentini. Unico assente, come ho detto, era Gino Capponi; ad attenderlo, alle 19 in punto c’erano invece il Vieusseux, Giovan Battista Niccolini, il settantenne linguista Gaetano Cioni, Mario Pieri, Terenzio Mamiani, con il ben più noto cugino Giacomo Leopardi, e Pietro Giordani. La serata, al di là di qualche frecciatina del Giordani, dovette essere piacevole, visto che alle 21 Manzoni si ritirò in albergo con aria soddisfatta, come testimonia una lettera della figlia Giulietta indirizzata al cugino Giacomo Beccaria: «Il Lunedì c’è soirée priée dal direttore del Gabinetto letterario dove Papà va ogni giorno, ebbe l’invito in istampa e ieri vi passò la sera e siccome il biglietto vale per varii Lunedì conta andarci sempre vedi che è molto per lui» .

In particolar modo Manzoni strinse una vera amicizia con il Cioni, del quale frequentò assiduamente la casa in via del Campuccio 64, nella zona di via de’ Serragli. Anche Niccolini però contribuì non poco alla revisione linguistica del romanzo; scriveva Manzoni a Tommaso Grossi: “Un’acqua come l’Arno e lavandaie come Cioni e Niccolini, fuori di qui non le trovo in nessun luogo”. E comunque Manzoni frequentò il circolo ogni lunedì finché non ripartì per Milano, ed ebbe occasione di superare anche le iniziali ritrosie di Leopardi che, secondo Vieusseux, mostrò comunque simpatia per quest’uomo «pieno di amabilità e degno della sua fama». Ogni tanto al gruppo si univa anche Giuseppe Borghi, originario di Bibbiena, buon letterato, insegnante di retorica e filosofia e insigne grecista, cui Manzoni affidò il vocabolario Milanese-Italiano del Cherubini affinché lo chiosasse coi vocaboli in uso a Firenze.

Uno dei momenti di maggior soddisfazione per Manzoni durante il suo soggiorno fiorentino, fu senz’altro giovedì 13 settembre quando, a seguito dell’invito pervenutogli tramite il marchese Corsi il giorno prima, fu ricevuto con il figlio Pietro a Poggio Imperiale da Sua Altezza Imperiale il Granduca di Toscana, al quale Manzoni aveva inviato una delle primissime copie del suo romanzo. Tra l’altro, contrariamente alla norma, Manzoni fu ricevuto “senza alcuna sorte di etichetta”, quasi come un amico. L’incontro fu talmente cordiale e piacevole, che tre giorni dopo lo scrittore milanese fu di nuovo invitato a palazzo per fare la conoscenza delle granduchesse Maria Anna e Maria Fernanda. La doppia visita ebbe larga eco in città, come testimonia un articolo della Gazzetta di Firenze datato 24 settembre.

Ma mentre Alessandro si godeva la popolarità e le frequentazioni fiorentine, nonna Giulia, Enrichetta, e le figlie Sofia e Giulietta cominciavano ad annoiarsi. Del resto il tempo quel settembre non era granché ed alternava giornate quasi estive a giornate di vento e pioggia come se fosse già inverno. In particolare Giulietta, se da un lato celebrava la bellezza di alcuni monumenti, come la basilica di Santa Croce, si lamentava per lettera con il cugino Giacomo: “ Oh! Che mancanza di prossimo c’è in questa Firenze! Le vie sono anguste e sudicie… Andare alle Cascine è un’impresa; dove si passeggia? Lung’Arno cioè sulla riva dell’acqua gialla senza movimento…”

E così, con largo anticipo rispetto al previsto, la famiglia Manzoni cominciò a prepararsi per la partenza che ebbe luogo la mattina del primo ottobre 1827. Ma l’esperienza fiorentina segnò per sempre l’animo dello scrittore milanese, che continuò a lungo la revisione linguistica del suo romanzo servendosi dell’aiuto per corrispondenza dell’amico Cioni e facendosi aiutare “dal vivo” dalla Marchesa Rinuccini, trasferitasi a Milano dopo il matrimonio con Giorgio Teodoro Trivulzio, e soprattutto dalla governante, la fiorentina Emilia Luti, arrivata a Milano nel 1838 come istitutrice in casa D’Azeglio.

Del soggiorno fiorentino Manzoni serbò sempre un bel ricordo, pieno di fascino e malinconia, ed uno dei momenti di maggiore felicità per lui, negli anni Trenta che furono in genere tristi e difficili, fu il matrimonio della figlia Vittoria con il patriota toscano Giovan Battista Giorgini che rinsaldò i suoi legami con la Toscana, dove riuscì a tornare, per un breve periodo, nel 1856.

Curiostà: nel palazzo accanto, al numero 2 di Lungarno Corsini, oggi sede del consolato britannico a Firenze, visse durante il suo soggiorno fiorentino Vittorio Alfieri, insieme alla principessa di Stolberg Luisa d’Albany;  sopra il portone è posta una lapide che testimonia  il prolungato soggiorno nel palazzo, ospite del conte Masetti, dell’illustre letterato piemontese che qui morì il 9 ottobre del 1803. Il poeta infatti aveva scelto Firenze quale sua seconda patria, così da essere sepolto nella Basilica di Santa Croce nel monumento funebre realizzato dal Canova.

Ma questa è un’altra storia…

Per un approfondimento vedi: Franco Capelvenere, Manzoni a Firenze e la risciacquatura in Arno, Franco Cesati editore 1985

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