Percorsa e descritta dal prof. Giovanni Caselli

Intero percorso della via Cassia vetus

Questa via ricalca, più o meno da vicino, una via naturale, di spartiacque, che corre fra l’Arno e il Tevere, praticamente senza trovare un corso d’acqua. Era una delle direttrici di movimento dei gruppi umani preistorici che discendevano o risalivano la Penisola. Naturalmente questa direttrice preistorica non era una ‘strada’, ma una grande fascia di massimo movimento in direzione nord-sud, con ramificazioni in ogni direzione. Alcuni centri di remotissima origine si trovano ubicati lungo questa direttrice, ma raramente essi stanno sulla stessa, forse perché il terreno lì è meno adatto all’insediamento, forse perché non si prediligevano le aree di più intenso traffico, almeno in epoca preistorica.

Anche per questa via consolare non conosciamo con certezza l’identità del personaggio che le diede il nome. Potrebbe trattarsi di un Caio Cassio Longino, console nel 171 a.C. e censore nel 154; oppure potrebbe trattarsi di un Lucio Cassio Longino Rovilla, console nel 127 a.C. e censore nel 125. Il primo sembra il più probabile.

Il tratto finale, da Fiesole-Florentia a Lucca (e Pisa) fu sicuramente costruito da Tito Quinzio Flaminino, console fra il 150 e il 123 a.C.

Lunghissimi tratti di questa strada, laddove abbandonata, conservano il selciato dell’epoca imperiale, particolarmente nel viterbese. Mentre nel senese e nel fiorentino nessuno ha la più pallida idea di dove la Via Cassia passasse -quella che oggi si chiama SS2 Cassia nulla o poco ha a che fare con la omonima romana- anche se ogni archeologo ha una sua teoria caldamente sostenuta, spesso, da sole supposizioni da tavolino. Noi ci atterremo alla logica, senza tuttavia cercare di far passar per buona sopra le altre la nostra ipotesi, anche se gli antichi itinerari fra Firenze e Roma li conosciamo di persona avendoli percorsi a piedi e più volte.

Ponte Milvio

La Via Cassia si staccava, prima col nome di Clodia, come abbiamo visto, dalla Via Flaminia dopo Ponte Milvio.

All’altezza di Veii le due strade si dividevano, la Clodia andava a ovest del Sabatinus Lacus e la Cassia a est.

Come dice il grande studioso della viabilità romana Daniele Sterpos, per ripercorrere la Via Cassia bisogna ricorrere ai reperti archeologici, alla tpografia, alla toponomastica, agli itinerari, essendo la letteratura e la storiografia quasi del tutto prive di qualsiasi riferimento in proposito. Come strada di lungo percorso, fuori Roma la Cassia-Clodia lascia da parte i centri abitati per seguire un andamento che comporta il minor numero di problemi e ostacoli fisici.

Il sesto miglio della Cassia era situato presso la Tomba di Nerone, ad sextum.

Il primo tratto era chiaramente la via antica che collegava Roma a Veio, ossia l’antichissima Via Veientana’. La stazione di Veios della Tabula Peutingeriana deve essersi trovata a bivio per Veii, dove avviene anche la separazione con la Clodia.

Ad Baccanas – Area archeologica con i resti della mansio sulla Cassia

La prossima stazione era Baccanas, a 9 miglia, e questa stazione si trovava dove oggi è la valletta di Baccano, 600 metri a nord di La Posta. Fino a qui, 21 miglia da Roma, la Via Cassia era basata su una strada etrusca conducente in Umbria, ma da qui in poi il tracciato era nuovo. Si passa da Settevene e poi da Monterosi con un tracciato rettilineo, pressoché ricalcato dall’attuale. Poco dopo Settevene vi era il bivio da cui la Via Amerina si dipartiva dalla Cassia e, in parallelo alla Via Flaminia, toccava Nepi, Falerii Novi, Fescennium, Horta, Ameria, Tuder, Hispellum

Sutri – Necropoli etrusca

e infine Perusia.

Dal laghetto di Monterosi l’antica e la moderna differiscono: la prima la si segue tramite un allineamento di strade campestri a sud ovest del lago, quindi ritornava sulla seconda e la seguiva fino al bivio per Bassano.

Nell’area di Sutrium è a dir poco difficile seguire il tracciato antico, date le modifiche subite dal terreno.

Sutri – Porta Vecchia o Furia

Non si sa se la Cassia entrasse in Sutrium da Porta Vecchia o Porta Furia, sappiamo solo che la cittadina distava 12 miglia da Baccanas. Sutrium compare davanti al viaggiatore, pittoresca sulla rupe di tufo rossastro, dietro una tenue cortina di esili pioppi. La leggenda la dichiara pelasgica, ma ci accontentiamo della sua certa origine etrusca. La città fu conquistata dai Romani nel 391 a.C., ma gli Etruschi la riconquistarono nel 380 e cacciarono gli usurpatori che, mentre tornavano a Roma incontrarono Furio Camillo il quale la notte seguente espugnò la città restituendola ai Romani. Questo doppio cambio di abitanti nel giro di un solo giorno diventò proverbiale, per cui ire Sutrium, volle dire cosa facile da fare. Gli Etruschi tentarono ripetutamente e sempre vanamente di riprendere la città.Per i Romani dell’ere dell’espansione, Nepet e Sutrium erano le porte dell’Etruria vera e propria. Sutrium divenne la Colonia Iulia Sutrina ed ebbe sempre il ruolo di bastione difensivo sulla via di Roma dal nord, non solo durante il periodo romano, ma anche nel Medioevo.

Sutri – Anfiteatro

Le mura di Sutrium sono alquanto pittoresche e presentano frammenti di ogni epoca: Porta Furia si chiama così perché la leggenda vuole che Furio Camillo entrasse trionfalmente in città da quell’ingresso.

Subito fuori la rocca vi è l’anfiteatro, famoso per essere interamente tagliato nel tufo, ma l’età dell’opera è controversa, forse si tratta di un lavoro compiuto da manodopera etrusca in epoca augustea.

Sutri ha associazioni storiche carolingie; la gente del posto mostra le rovine del Castello di Carlomagno, oppure la Grotta d’Orlando, dove si ritiene fosse nato il Paladino: forse non tutto è leggenda.

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