di Alessandro Ferrini

Disegno di Achille Beltramo per la “Domenica del Corriere”

Che dopo l’unità d’Italia le condizioni delle classi subalterne andassero via via peggiorando è purtroppo un dato di fatto: il tentativo di risanare il bilancio dello Stato, il cui debito esorbitante dopo l’unificazione era ulteriormente salito per gli investimenti nella costruzione di nuove infrastrutture e nella riorganizzazione della pubblica amministrazione, essenzialmente gravando sulle classi operaie e contadine, provocò numerose rivolte e altrettante sanguinose repressioni. I governi che si susseguirono negli ultimi decenni dell’Ottocento anziché avviarsi sulla strada di adeguate riforme che permettessero una più equilibrata redistribuzione del reddito ricorsero sempre più frequentemente a una pesantissima tassazione indiretta e alla repressione violenta di ogni protesta (tanto per citarne alcune la tassa sul macinato o quella sulla pece ricordate dal Verga nei Malavoglia). Probabilmente proprio questo atteggiamento di insensibile chiusura ha poi ingenerato nel carattere degli italiani una profonda sfiducia, che ancora oggi percepiamo, nell’apparato dello Stato, nei politici e nei funzionari pubblici in generale.

Nei primi giorni di maggio del 1898 scoppiarono varie insurrezioni in tutta Italia da nord a sud, organizzate dai socialisti, dagli anarchici e dalle nascenti società operaie a causa dei bassi salari e dell’aumento del prezzo del pane. La più celebre rivolta fu quella scoppiata a Milano fra il 6 e il 9 dello stesso mese e repressa con esagerata violenza dal comandante della piazza, il generale di artiglieria Fiorenzo Bava Beccaris che ordinò di aprire il fuoco, anche con i cannoni, sulla folla causando un’ottantina di morti. Il generale fu poi insignito di varie onorificenze e nominato senatore d’Italia come ricompensa per aver sedato la rivolta. L’episodio si lega indirettamente all’uccisione del re Umberto I avvenuto a Brescia il 29 luglio 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci il cui dichiarato proposito era quello di vendicare quei morti con il regicidio.

Reparti dell’esercito presiadiano piazza del Duomo a Milano (“Illistrazione popolare – Giornale per le famiglie” 8 maggio 1898)

Anche in varie località della Toscana, in Lunigiana, nel Valdarno, a Borgo San Lorenzo, a Sesto Fiorentino, a Livorno scoppiarono tumulti che causarono ben tredici vittime. Il 6 maggio fu la volta di Firenze: nel pomeriggio di quel giorno poco più di un centinaio di lavoratori si riunirono in piazza Indipendenza, da lì percorsero via Nazionale e le strade del centro fino all’odierna piazza della Repubblica allora piazza Vittorio Emanuele II, nata dalla demolizione del Mercato Vecchio e del Ghetto ebraico durante gli anni di Firenze capitale; tanti i muratori e scalpellini ancora impegnati nei lavori di ristrutturazione edilizia del centro della città andarono a ingrossare le file dei manifestanti; davanti alla folla minacciosa le forze dell’ordine aprirono il fuoco uccidendo tre manifestanti e ferendone una ventina, molti gli arresti e i processi fra cui quello al deputato socialista Giuseppe Pescetti (Pescetti, primo deputato socialista in Toscana, era stato eletto nel 1897 nella circoscrizione di Sesto Fiorentino dopo aver battuto il candidato moderato Carlo Ginori) .

Ecco come il Prefetto di Firenze, generale Giacomo Sani, racconta l’episodio sulle colonne de “La Nazione”:

… onde prevenire ogni sorpresa inviai sulla piazza Vittorio Emanuele due compagnie di battaglione di riserva che avevo a palazzo Riccardi. Infatti alle 16.55 i dimostranti giunsero non numerosi sulla piazza ma furono subito dispersi e tre dei capi arrestati. A questo punto le due compagnie a mia insaputa e senza il consenso, almeno credo, delle autorità di Pubblica Sicurezza furono ritirate. Più tardi, come prevedibile, cioè alle 18.35 i dimostranti sbandati si riunirono sulla piazza, emettendo urli, fischi e rompendo con i sassi i vetri dei fanali e di parecchi negozi. Dopo le intimazioni d’uso, rimaste infruttuose, le guardie e i Carabinieri fecero fuoco. Fu rimandata la truppa, l’ordine venne tosto ristabilito e si eseguirono 18 arresti. Disgraziatamente si ebbe a deplorare un morto e 7 feriti. …

Locandina del film Metello con protagonisti Massimo Ranieri e Ottavia Piccolo tratto dal romanzo omonimo

Il generale Sani non sa dire per ordine di chi le due compagnie di soldati, la cui presenza avrebbe forse impedito altri disordini, fossero state ritirate. Comunque tre giorni dopo fu decretato lo stato d’assedio nelle province di Firenze e Livorno e furono affidati pieni poteri al generale Nicola Huesch già autore delle repressioni in Lunigiana; questi ordinò l’immediata chiusura delle Camere del Lavoro, delle associazioni socialiste e operaie e di tutte le testate giornalistiche che le appoggiavano. Il 25 maggio andò oltre intimando la chiusura delle associazioni cattoliche e dei comitati diocesani dal momento che si stavano costituendo comitati di lavoratori di ispirazione cattolica.

In questo drammatico periodo è ambientato il romanzo Metello, di Vasco Pratolini, il cui protagonista è appunto un operaio edile, figlio di un renaiolo affogato in Arno, vicino agli ambienti anarchici e coinvolto in scioperi e tumulti, finirà proprio fra gli arrestati dei moti di maggio 1898.

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