Sviluppo dell’insediamento a Firenze

di Giovanni Caselli

Pianta della città romana ricostruita su quella odiena (clicca sull’immagine per ingrandirla)

I romani conquistano la Toscana settentrionale fino all’Appennino già nel II secolo a.C. quando si abbandonano i centri etruschi di altura e si schiavizza la popolazione per trarne manodopera nelle fattorie che crescono come i funghi su tutta l’area fiorentina sulla base territoriale dell’amministrazione etrusca. La colonia, con la centuriazione è istituita nel 59 a.C. Non è sicuro che il primo nome della colonia sia stato Florentia in onore della dea Flora onorata con feste primaverili, forse in nome era Fluentia a causa di un porto fluviale assai attivo perché forniva merci a un territorio che la geografia aveva recinto e protetto dai flussi migratori che provenendo da nord seguivano la direttrice Emilia fino a Rimini  e Pesaro per poi girare verso Cagli, Nocera e Spoleto, Ocricoli e Roma. L’economia di ogni territorio in Europa nasce e si sviluppa col commercio, che era basato su vie d’acqua. I vascelli dei mercanti risalgono i fiumi fin dove è possibile navigare per raggiungere e impiantare empori in dei retroterra ricchi di risorse agricole, minerarie, pastorali e umane.

La colonia viene impiantata secondo i dettami vitruviani: tenendo cioè presente l’orientamento in base ai venti prevalenti che devono colpire gli angoli dei blocchi di edifici e non soffiare dritti lungo le strade. A Firenze questo è chiaro. La colonia possiede, le Terme, la Fullonica, l’Anfiteatro, che rimane fuori le mura, il Teatro, il Foro che si estende lungo il decumano sul lato nord, dove sono i Templi principali che erano le banche di allora. Curiosamente a Firenze la maggior parte delle banche si trovano proprio dov’erano i templi in epoca romana. Il Cardo correva da sud a nord e il Decumano da est ad ovest.

Il Foro e il Campidoglio sulle rovine del quale venne edificata, in epoca cristiana, la chiesa di Santa Maria in Campidoglio. La chiesa sconsacrata alla fine del settecento divenne una taverna, poi distrutta nella riedificazione ottocentesca. (Corinto Corinti)

Quindi la cinta muraria aveva quattro porte cittadine. Che aprivano strade in quelle direzioni, la Via Cassia usciva da ovest mentre dalla porta est la via portava verso l’etrusca Arezzo, molto più grande e antica di Firenze e da nord la via portava a Bologna. La posizione di Firenze era strategica, verso est la valle si chiudeva a ridosso delle propaggini dell’Appennino etrusco dal quale scendevano le greggi e giungeva il legname.

Qui entrava in Arno il Mugnone e proprio sulla confluenza si erano stanziate le prime comunità che già nell’Età del Bronzo usavano l’Arno come autostrada. L’Arno era in quel punto traversabile, prima con un guado e poi con un ponte di legno che poggiava su un’isoletta. La via versi sud partiva con un crinale che portava verso i monti del Chianti, spina dorsale della viabilità della regione etrusca che doveva poi svilupparsi in epoche successive sino ai nostri giorni. Le guerre greco-gotiche nell’arco di circa 15 anni di continui massacri, pestilenze e fame causarono la rovina delle città e lo spopolamento praticamente totale dell’Italia centro settentrionale. Questo vuoto demografico fu compensato in parte dalle orde longobarde e da migranti levantini, specialmente cristiani di lingua greca e aramaica, che abbandonarono la Siria e l’Armenia lasciando le loro terre ai beduini che sostituirono una fiorente agricoltura con una devastante pastorizia. Da secoli Firenze aveva avuto rapporti stretti con la Siria e l’Armenia e quindi chi approdava sulla costa adriatica o laziale, cercava di raggiungere la Toscana o l’Umbria e poiché la loro cultura era bizantina e urbana essi formarono ovunque comunità cristiane riattando le rovine di ville, di pagi e rioni delle città deserte, dove ricostruirono la loro ecclesia guidati dal prete che era portatore della memoria, del culto e delle eventuali reliquie del martire del loro paese di provenienza. Emblematico il fatto che il primo vescovo di Firenze era un siriaco di Palmira e il primo martire fu Miniato, un armeno. I migranti siriaci provenienti da Roma e dal sud in generale, giungevano a Firenze per la Via Cassia. Generalmente questi erano artisti e artigiani e persone colte che si fermavano o venivano accolte nella parrocchia di Santa Felicita al Ponte Vecchio, in un loro quartiere. Infatti durante scavi archeologici nel pavimento della suddetta chiesa furono rinvenute negli anni 1940 circa 70 lapidi funerarie marmoree con iscrizioni in lingua greca riferite a inumati siriaci.

Per quanto concerne i documenti storici, Firenze e Fiesole vi compaiono solo sotto Carlomagno. La posizione di Firenze è scarsamente nota, sappiamo che sotto Lamberto Imperatore e Berengario era centro amministrativo dei beni della corona nella contea. Si suppone che i duchi di Benevento, al tempo dei Longobardi avessero nel territorio di Firenze dei possedimenti che poi passarono ai Carolingi. Tutto attorno alla città erano territori della corona.

Lì presso risiedevano degli aldii regi o servi della corte. Era “regio” anche l’antico foro del Campidoglio, dove fino al XIII secolo si vedevano ancora resti dello stesso Campidoglio. L’area del Campidoglio rimase sede del mercato unico cittadino fino al 1000, quando fu costruito il nuovo mercato. Vi era in città il teatro drammatico, che si chiamava Perlasio picculo, era un edificio dello Stato, tanto è vero che sulle sue mura venne costruita la torre di vedetta che i Longobardi chiamavano gardingus. Ma i fiorentini devono aver chiamato la torre Scragium, come a Lucca, lo indicherebbe il nome della chiesa accanto che era San Pietro scraio, oggi San Pier Scheraggio. L’anfiteatro rimaneva fuori le mura romane e si chiamava Perilasium, con l’aggettivo di maior.  Questo fu più tardi il gardingus degli Uberti, ma ebbe un futuro diverso, da quando una evidente crisi del teatro causò il fatto che i due teatri di Firenze longobarda diventassero pubbliche prigioni.

Sistema viario in epoca romana

A quest’epoca, quella che a noi interessa, o almeno interessava i personaggi illustri che dal nord Europa si recavano spesso a Roma, prima o attorno al 1000, era, tra tanti possessi regi una “via regis”, che collima in pratica la Via Cassia che traversava Firenze, in direzione di Careggi, il cui toponimo richiama una ennesima proprietà regia. Carlo III fece donazione del fiscus publicus da Quarachi, sulla direttrice per Pistoia. Poche sono le notizie su Firenze longobarda.  Sappiamo che i limes del dominio longobardo avanzarono da Lucca verso est per fermarsi sul crinale appenninico e Anghiari, dove iniziava il dominio bizantino, lasciando un passaggio lungo la valle del Tevere per entrare nel dominio del Patrimonio di S. Pietro.

Sappiamo poco o niente di Firenze longobarda, ma nel 680 il vescovo di Firenze, Reparato, intervenne al Concilio di Roma, e ancora il vescovo di Firenze prese parte nel giudizio svoltosi davanti al re Liutprando, nel 715, a proposito di una delle numerose dispute tra il Vescovado di Siena e quello di Arezzo. Nell’occasione erano presenti anche i Vescovi di Pisa, Lucca e Fiesole. Longobarde erano diverse chiese fiorentine, come ad esempio Or San Michele, Santi Michele e Gaetano di Piazza Antinori. Di epoca longobarda è l’introduzione del culto di S. Giovanni Battista e la costruzione del Battistero. Da una bolla pontificia ricaviamo il nome dell’unico Duca longobardo di cui si abbia notizia “Dux Guidibrandus civitatis Florentie”. Questo in una città che dopo pochi secoli sarebbe diventata la potenza economica culturale e artistica più importante d’Europa.  

Un documento dell’anno 774, nonostante la messa in dubbio della sua autenticità, parlando di Firenze, riporta che la città si trovava “in comitatu fossolano, in civitate fossolana (fiesolana)”, mettendo in evidenza il fatto che la posizione di Firenze era quella di mera appendice di Fiesole. In questa Firenze Carlomagno giunse e vi passò il Natale del 786 e pose a capo della città un conte, licenziando il Duca del vecchio regime.  E’ interessante notare il ruolo giocato dai monaci del monastero di S. Ilario di Galeata (oggi Sant’Ellero) i quali querelarono il Duca presso il Re perché si era dimostrato eccessivamente rapace nei loro confronti.

Il IX secolo rappresentava per Firenze, come per tutta l’Italia settentrionale e centrale un secolo di lenta formazione, di preparazione e di sintesi, come dice il Caggese. 

Sulla Via Romea Imperiale si genera un movimento che fa uscire la Toscana dal ristretto e soffocante ambiente dei re italiani. Si fanno ora avanti apportatori gloria, come recita la leggenda fiorentina, gli Ottoni. La leggenda li saluta come liberatori o redentori. Così, mentre Carlomagno era stato il riedificatore della città, sollevandola dalle rovine romane abbandonate e dagli strati di sabbia, ghiaia e detriti accumulatisi dalle alluvioni del fiume garantendogli un contado di tre miglia tutto attorno e preparando l’estensione di quello che stava per diventare il Comune. Ottone I raddoppiò le dimensioni del contado di Firenze concedendo alla città sei miglia tutto attorno. In aggiunta di tutto ciò l’Imperatore quando lasciò l’Italia vi lasciò molti feudatari, tra i quali gli Uberti e i conti Guidi. Questa è tuttavia la leggenda. Il fatto è che Ottone passò da Firenze fugacemente, tra il 967 e il 68 senza lasciare dietro di sé tracce durevoli, se non quella di sostituire i magistrati, detti “scabini” con dei Judices Regis.

Giuseppe Zocchi, Chiesa della Badia e palazzo del Podestà (Bargello)

Sia Firenze che Fiesole, tuttavia, godettero dell’aiuto e dall’impulso datogli dagli Ottoni, che allontanarono i simoniaci e gli affaristi che inquinavano la città. Ottone III donò al Vescovo fiorentino alcune torri dentro la cinta muraria di Lucca, senza mai opporsi alle continue concessioni del Marchese Ugo favorevole alla diffusione nel territorio fiorentino e toscano di una infinità di luoghi santi di pellegrinaggio. Tuttavia tra il decimo e undicesimo secolo si affacciano tempi nuovi, con l’emergere di personaggi non comuni. Romualdo, il Marchese Ugo, sua madre Wilna, di origine franca. Questi erano fondatori di monasteri: sorgono come per incanto San Michele di Marturi, sulla strada Francigena di Siena nella valle dell’Elsa tra i vigneti e le brulle colline di Siena, il Convento della Badia Fiorentina sorse nella città con un atto di Wilna del 31 maggio 978, l’eremita della Romagna Romualdo si appresterà a dar vita al Sacro Eremo di Camaldoli.

La politica degli Ottoni opererà in Italia profonde trasformazioni, come quella che fa del Vescovo un uomo di culto e allo stesso tempo guerriero e condottiero di guerrieri, dignitario dell’Impero e della Chiesa. Con la crescita delle città e la ricchezza prodotta dai mercanti fedeli per tradizione al loro vescovo, l’Imperatore che aveva il supporto dei conti e dei nobili incastellati sentì necessario accattivarsi i Vescovi e di questa azione vedremo un classico esempio in Aezzo.

Firenze invece rimase fortemente comune indipendente guidato da una oligarchia di mercanti.

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