Facile passeggiata tra aree didattiche, la flora delle Alpi Apuane e l’antica leggenda del Principino
di Salvina Pizzuoli

Credevamo di accontentarci di una semplice passeggiata, invece il percorso oltre che piacevole e al fresco della faggeta ci ha permesso di conoscere meglio il territorio in cui ci troviamo. In realtà potremmo definirlo un percorso naturalistico che costeggia per tutta la sua lunghezza il sentiero 178 che, come indicato all’imbocco del posteggio, insieme ad altri raggiunge varie creste in alto.
Ma procediamo con ordine.
Siamo partiti dal rifugio Donegani e, per la strada asfaltata, l’unica, non si può sbagliare, scendiamo verso il parcheggio e l’ingresso al campeggio Val Serenaia. In prossimità del primo tornante, sulla parete laterale a destra l’indicazione del sentiero 180 verso il rifugio Orto di Donna a 1550 m. Scendiamo ancora e raggiungiamo un’area di parcheggio sulla destra; entriamo nello slargo e seguiamo le indicazioni verso il campeggio.
Il percorso naturalistico è segnalato e delimitato da uno steccato che lo contiene.
All’interno si aprono aree didattiche con pannelli che illustrano la flora, la fauna, e un pannello particolare che annovera, presentandone i tronchi, alcuni degli alberi del territorio. Seguirlo diventa semplice ed agevole, con i suoi cartelloni esplicativi, i ponticelli che ora, in piena e caldissima estate, superano secchi torrenti, fino all’ultima area di sosta su cui domina il Pizzo d’Uccello a sinistra in alto e il Pisanino a destra.


Il primo cartellone che incontriamo è quello relativo ad alcune piante tra cui il faggio, ben presente all’interno di ampie fasce boschive, con i tronchi alti e dritti e i suoi oltre trenta metri di altezza. Notevole il manto che ne ricopre il suolo con le foglie che fanno da tappeto ai sentieri. L’altra segnalazione riguarda l’abete bianco, una rarità perché è esigua la popolazione che lo rappresenta in modo spontaneo e soprattutto nei pressi di Orto di Donna.
Per gli amanti e i cercatori, il secondo cartello segnala alcune presenze di funghi: il porcino rosso, la colombina verde e la tignosa verdognola.

Il terzo e quarto cartello, dentro un’isola didattica, presentano tronchetti di alberi diversi con indicazione del nome proprio su una targhetta incisa.
Un ulteriore cartellone raffigura alcune specie volatili: il picchio muraiolo, il codirosso spazzacamino e un pipistrello dallo strano muso e pertanto detto Ferro di cavallo.

Nell’ultimo una leggenda che riportiamo:
“Ci fu un tempo in cui le città si facevano guerra fra loro e non c’era pace se non in montagna. Anche a Pisa il nemico assediava le mura ed era pronto a saccheggiarla. Ormai persa ogni speranza di resistere, il Principe di quella città fu costretto a fuggire, insieme al giovane figlio, travestiti da popolani. Camminarono e camminarono insieme finché giunsero nella Garfagnana, in un piccolo e povero villaggio di capanne, chiamato Gorfigliano.
1 pastori accolsero i due forestieri con cordialità e offrirono loro quel poco che avevano: latte, ricotta e polenta dolce. Li fecero dormire nella capanna più grande e bella, non senza aver promesso ospitalità fino al tempo della liberazione di Pisa. Passarono però molti giorni e molti mesi. I principe malato di nostalgia, sempre più triste, si lasciò morire.
Passarono diversi anni. Il Principino, ormai giovinetto, s’innamoro della bella e garbata figlia del capo dei pastori. I pascoli delle Apuane videro nell’estate due giovani, felici e contenti, giocare e scambiarsi affetto. Venne poi un inverno freddo e duro. La neve ricopriva ogni dove e il vento fischiava nelle fessure delle capanne. Il Principino non abituato a tale rudezza, si ammalò.
I pastori lo curavano come potevano: latte caldo e infusi di erbe. Tutto però si risolse in peggio.
Mentre l’inverno si scioglieva al sole della primavera, il Principino mori. Piansero a lungo i pastori. Ancor più lo pianse la figlia del loro capo. Erano lacrime sincere, di amicizia e di amore. Curva sulla tomba del Principino, le lacrime di Lei si trasformarono presto in pietre… ogni lacrima una pietra che rotolava… l’amata piangeva e le pietre crescevano, crescevano… fino a diventare una montagna.
Molto semplice e molto efficace proprio nella sua spiegazione sull’origine delle belle e sassose Apuane.
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