«Lo strazio e ‘l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio». Inf.  X, 85-88

La battaglia di Montaperti, una delle più sanguinose battaglie del medioevo, trova vari riscontri nella Divina Commedia. Lo scontro fra la guelfa Firenze e la ghibellina Siena, avvenuto nel 1260, impegnò oltre 55.000 soldati, un numero esorbitante per i combattimenti dell’epoca, e la sconfitta dei fiorentini garantì a Siena la propria autonomia per qualche secolo.

Ancora al tempo di Dante, nato 5 anni dopo, e per tutto il Trecento l’evento trova ampia eco negli scrittori dell’epoca e nell’immaginario collettivo.

William Blake – Farinata e Cavalcante

Nel X canto dell’Inferno, fra le anime degli epicurei, di coloro che l’anima col corpo morta fanno, Dante incontra Farinata degli Uberti, un fiorentino, uno dei capi della fazione ghibellina e per questo estromesso dalla città, che partecipò alla battaglia fra le file dei senesi. Alla sua domanda sul perché il popolo fiorentino è sì empio incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge il poeta risponde con i versi sopracitati.

Illustrazione per il canto XXXII dell’Inferno (Gustave Dorè)

Ma in uno dei luoghi più oscuri dell’Inferno, nell’Antenora fra i traditori della patria immersi nel Cocito, un grande lago ghiacciato formato dai fiumi infernali, dalla cui superficie emergono le teste dei peccatori, Dante incontra Bocca degli Abati, il comandante fiorentino che, secondo la tradizione, tradì i suoi tagliando con un colpo di spada la mano di Jacopo de’ Pazzi il porta insegne dei guelfi  facendo cadere in tal modo lo stendardo; ciò provocò la dispersione dei guelfi e ne determinò la sconfitta. Volontariamente o no Dante inciampa sulla testa del traditore provocandone la reazione:

«Perché mi peste?
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi moleste?»  Inf. XXXII, 79-85

e saputo chi egli sia:

«Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,
malvagio traditor; ch’a la tua onta
io porterò di te vere novelle».     Inf. XXXII, 109-111

 

Illustrazione per canto XI del Purgatorio (Gustave Doré)

In un ambiente più sereno, nell’XI canto del Purgatorio, tra i superbi condannati a camminare con un masso sulle spalle che la cervice… superba doma, insieme a Omberto Aldobrandeschi e Oderisi da Gubbio, Dante incontra Provenzano Salvani comandante dell’esercito di Siena:

 

«Colui che del cammin sì poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,

ond’ era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sì com’ ora è putta.

La vostra nominanza è color d’erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce de la terra acerba».

E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».

«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntüoso
a recar Siena tutta a le sue mani.» Pur.  XI,  109-123

 

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