di Salvina Pizzuoli

Palazzo Strozzi arpione a forma di arpia

Andare in giro per Firenze significa non solo ammirare le eleganti e pregevoli architetture dei suoi palazzi e chiese, ma scoprirne anche i dettagli, quella miriade di opere artigianali a decorazione di quei palazzi e strade e tabernacoli e chiese.

In questo caso vogliamo soffermarci ad ammirare un’arte antica che occupa tanto spazio all’interno e all’esterno di edifici e pubblici e privati: il ferro e il ferro battuto.

Muoversi nella città come turisti, con l’atteggiamento quindi di chi non conosce e vuole invece non perdersi proprio nulla, camminando anche con il naso all’insù, ci permetterà di scoprire architetture ed anche particolari elementi decorativi! Per fare qualche esempio: chissà quante volte avrete passeggiato in via dei Tornabuoni o vi sarete soffermati nella piazza antistante il palazzo Strozzi, avete mai notato agli spigoli del palazzo le lumiere in ferro battuto o gli arpioni da bandiera tra i quali spicca la bella arpia del XV secolo forgiata dal Caparra, ovvero Niccolò Grosso, all’angolo tra la piazza e il vicolo?

Firenze pullula di ferri battuti soprattutto inferriate e lanterne, arpioni per legare i cavalli e bracciali per inserire le fiaccole o gli stendardi, ma anche cancellate delle chiese, tabernacoli, cancelli, ringhiere, tutti manufatti in cui si può cogliere l’andare dei tempi e il mutare delle abilità artigiane le cui risposte alle esigenze funzionali sono sempre più accurate insieme a precise espressioni estetiche, legate ai dettami artistici di ciascuna epoca; sì, perché l’artigianato del ferro ha conosciuto a Firenze, dal Duecento, periodi di declino o di sviluppo, senza mai battute totali d’arresto: i vari complementi d’arredo acquisiscono via via, oltre al loro carattere di utilità, un nuovo slancio artistico. Possiamo ammirare originali lumiere trecentesche sulla cantonata di via delle Terme e le due, di cui resta poco, che affiancano la porta di Palazzo Vecchio in via della Ninna, ma anche arpioni fissati alle facciate a intervalli regolari con funzione ornamentale oltre a ostentare potenza e dignità, e arpioni da stendardo o da parati per arazzi e capiletti da esporre nelle feste solenni.

Palazzo Vecchio una inferriata
Palazzo Vecchio arpione a forma di m gotica capovolta

Porta San Frediano ad esempio è decorata con arpioni da cavallo per legare le redini e i battenti del grande portone a teste di chiodi: a volte gli arpioni da cavallo erano a forma di emme gotica rovesciata con il capo, il ferro che sostiene l’anello o la emme, forgiata a testa di leone. Nel Trecento i fabbri senesi raggiungono risultati eccezionali nella lavorazione della materia prima: mirabile la cancellata della loggia del Bigallo opera di Francesco Petrucci e quelle che chiudono le cappelle di famiglia nella chiesa di Santa Trinita e a San Miniato; motivi ornamentali diventano spirali, volute, trecce, foglie lanceolate.

Loggia del Bigallo arcata a rosta della cancellata
Loggia del Bigallo, la cancellata
Cappella Bartolini Salimbeni in Santa Trinita, la preziosa cancellata

Nel Quattrocento e soprattutto nel Cinquecento quando le lumiere non sono più di moda come gli arpioni, lo diventano le inferriate sempre più elaborate e più o meno panciute insieme ai cancelli grandiosi che si aprono al di là dai portoni, ma è nel Seicento che la “malleabilità” del metallo viene sfruttata al meglio permettendo alla creatività degli artisti di realizzarsi appieno; di questo periodo è la diffusione delle roste, le finestre semicircolari aperte ad arco sulle porte d’ingresso, per dare luce agli androni o agli interni delle botteghe, grate e inferriate sono dipinte a colori vivaci.

Palazzo Gondi de Prat in via Torta, esempio di rosta
Palazzo Gondi de Prat in via Torta, esempio di inferriata panciuta

 

Palazzo Vecchio Porta della Dogana, paracarro visto di fronte

È questo il periodo in cui dalla struttura a quadribolo, quattro figure identiche che si ripetono in un quadrato, più tipica del periodo detto gotico (XIII- XV secolo), si passa a decorazioni spiraliformi con l’applicazione di motivi floreali e vegetali. Anche la parte superiore dei cancelli si ingrandisce per accogliere stemmi nobiliari e figure.

Se il periodo neoclassico farà registrare rigide geometrie, sia nelle strutture che negli ornamenti, e l’utilizzo della ghisa prevarrà sul ferro battuto, nella prima metà dell’Ottocento in ferro e ghisa si realizzano grandi opere: le stazioni e le strade ferrate, i ponti sospesi, i mercati coperti, ringhiere e cancellate.

Siamo nel 1837 quando viene inaugurato il ponte sospeso San Ferdinando e il San Leopoldo in corrispondenza dell’ingresso alle Cascine; furono realizzati in ferro e sorretti da tiranti d’acciaio. Con la caduta del Granducato, il ponte S. Ferdinando fu intitolato a S. Niccolò e fu sostituito con un ponte a traliccio, come quelli delle ferrovie. Stessa sorte toccò all’altro che, alla fine della prima guerra mondiale, fu rifatto in muratura e inaugurato nel 1932; tra le grandi opere ricordiamo nel 1848 la stazione Maria Antonia e la Leopolda. Una curiosità: sempre in questo periodo venne realizzata a Firenze la prima galleria commerciale coperta in ferro e vetri; siamo nel 1834 su disegno dell’architetto Telemaco Buonaiuti veniva edificata la galleria commerciale coperta con la denominazione di Bazar Buonaiuti.

Ponte San Ferdinando oggi San Niccolò in una tela di pittore ottocentesco
La Stazione Leopolda 1850
Stazione di testa maria Antonia
Bazar Bonaiuti in una litografia del 1834

Ci piace riportarne la descrizione in una Guida della città datata 1850:

“L’ingresso principale corrisponde nella detta via dei Calzaiuoli; l’adornano due colonne d’ordine ionico che sorgono presso gli stipiti a sostenere due grifi; è munito di un cancello d’ottone; in luogo di architrave avvi un grand’arco. Si entra quindi in un gran piazzale coperto di cristalli, con due ordini di botteghe destinate alla vendita di oggetti diversi. Questo locale ha due altri ingressi uno grande dalla parte di via de’ Contenti, e l’altro piccolo dalla parte di via del Corso. Nel piazzale si elevano due scale, le quali si ritorcono a forma di ferro di cavallo, comprendendo nella curva due sfingi erette sopra imbasamenti ovali. Da queste scale si sale ad una terrazza che ricorre i tre lati del perimetro e che in tutto il suo contorno munita da una parte, come le scale, di ringhiera d’ottone, viene dall’altra su ciascun de’ tre lati da nuovi ordini di botteghe recinta”.

Ma che fine ha fatto il grande soffitto in ferro e vetri?

Passato di proprietà, l’esercizio venne riaperto nel 1887: è il Grande Emporio Duilio che, nel 1907, prenderà il nome di Duilio 48 per il costo di ciascun oggetto in vendita a 48 cnt., rilevato dal gruppo Coin nel 1988, che ne riorganizzò gli spazi interni ricostruendo la copertura in vetro e ferro chiusa da un controsoffitto nel periodo della gestione dei magazzini Duilio 48.

Quanta storia in questi edifici e quanta nell’uso del ferro, materiale sempre più presente nelle architetture urbane ed extra urbane dell’Ottocento, senza dimenticare i Mercati, quello di San Lorenzo e quello di Sant’Ambrogio entrambi datati 1869.

Firenze Mercato di San Lorenzo in un’immagine di fine Ottocento durante ll’Esposizione internazione dell’Orticoltura

Alla fine dell’Ottocento Firenze conoscerà una vera rivoluzione urbana quando, più precisamente tra il 1865 e il 1870, diverrà la capitale del Regno d’Italia. Sarà allora un fiorire di cancellate e ringhiere, molte delle quali scomparse per divenire “ferro da donare alla patria”, quasi solo il ferro potesse garantire alla costruzione un completamento importante e indispensabile.

Firenze Giardino dell’Orticoltura il tepidarium Roster in un’immagine recente

Nel 1879 con il Gran Tepidarium nato per l’Esposizione nazionale dell’Orticoltura, Firenze manifesterà le sue abilità nella lavorazione del ferro pari a tante altre europee, anticipate nel 1861 con la grande esposizione nazionale ospitata nella Stazione Leopolda all’occorrenza riadattata al nuovo utilizzo.

Occorrerà invece attendere il rifiorire dell’arte del ferro battuto con le creazioni dell’Art Nouveau, a Firenze nei villini di Michelazzi e in varie costruzioni in Liberty che tanta parte ebbero in città e in Toscana.

 

Via Torta, loggetta neoclassica, con la bella ringhiera

 

Villino Broggi, particolare delle decorazioni in ferro battuto
Firenze villino Lampredi via Giano della Bella 13, la facciata, particolare della finestra con balcone
Firenze Via Scipione Ammirato, villino Broggi-Caraceni particolare della facciata
Firenze villino Lampredi via Giano della Bella 13, il portone

Per chi volesse approfondire:

In Fatti e Fattacci al tempo di Firenze capitale: la Mostra del 1861

In tuttatoscana:

Il mercato di San Lorenzo e l’Esposizione Internazionale dell’Orticultura

La Leopolda: prima strada ferrata in Toscana

Toscana in Liberty”: Introduzione

Toscana in “Liberty”: Firenze capitale del nuovo stile 

Toscana in “Liberty”: i villini di Michelazzi e le realizzazioni di Coppedè a Firenze

Toscana in Liberty: i Chini

Galleria di immagini: i “villini” di Michelazzi e le realizzazioni di Coppedè a Firenze