Pratovecchio e Stia in Casentino

Casentino

Il lago degli Idoli: gli Etruschi sul Falterona

Le “teofanie” del Casentino: Santuario di Santa Maria delle Grazie (Stia)

Santa Maria delle Grazie – Stia in Casentino

Lanificio Ricci – Stia in Casentino

La Verna

Il castello di Romena fra poesia e leggenda

Dante in Casentino

La via Fiorentina o del Monasteraccio o di Vallombrosa o della Verna

Le “teofanie” del Casentino: La Madonna del Bagno (Castelfocognano)

Le “teofanie” del Casentino:  Santuario di Santa Maria del Sasso (Bibbiena)

Le “teofanie” del Casentino: Santuario di Santa Maria delle Grazie (Stia)

La strada Firenze – passo della Consuma – Casentino

Casentino da scoprire: la pieve di San Martino a Vado

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Le corse dei carri in Etruria nell’ambito funebre

di Michele Zazzi

Particolare di un bassorilievo chiusino

Corse di carri a due (bighe) o tre cavalli (trighe, con due cavalli timonieri ed uno esterno libero) appaiono su alcune tombe di Tarquinia (tombe delle Olimpiadi, del Maestro delle Olimpiadi e delle Bighe) e di Chiusi (tombe del Colle Casuccini, di Poggio al Moro e della Scimmia) ed in alcuni rilievi chiusini dal VI al IV secolo a.C. Probabilmente a Chiusi la corsa su carri era il gioco funebre prevalente.  La triga risulta il tiro più ricorrente in Etruria.
Si tratta della rappresentazione di giochi funebri in onore di defunti della classe aristocratica.
L’iconografia ci consente di desumere alcune caratteristiche della corsa.
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Stele Peruzzi o Stele dell’Antella

di Michele Zazzi

Proveniente da Varlungo – Firenze (e non da Antella come si è pensato inizialmente) fu venduta nel 1893 dalla famiglia Peruzzi al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il segnacolo funebre, in pietra arenaria grigia, è alto cm 159, largo cm 33,2-36 ed ha uno spessore di cm 8,5. La stele ha forma trapezoidale rastremata verso l’alto, è coronata da una palmetta a sette foglie e presenta decorazione su due riquadri.
Nel riquadro superiore vi è una tipica scena di simposio con due figure maschili semisdraiate su una kline ed un coppiere. Lo schiavo è coperto nella parte inferiore da un tavolo a tre gambe sul quale sono poste due situle. La rappresentazione del simposio si ritrova frequentemente nelle stele fiesolane (cfr. ad es. Stele di Travignoli, Stele di Sansepolcro, Stele di Via Corsica).

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La fortezza etrusca di Rofalco (VT)

di Michele Zazzi

Pianta del sito

Nel territorio dell’antica città di Vulci all’interno della Selva del Lamone (nell’odierno Comune di Farnese) sono stati portati alla luce i resti del centro fortificato di Rofalco attivo dalla metà IV all’inizio del III secolo a.C. che controllava la Valle del Fosso Olpeta.
Il sito già noto negli anni settanta è stato oggetto di varie campagne di scavo a partire dal 1996.
La cinta muraria, di forma semicircolare e della lunghezza di circa 330 m, ricomprendeva un’area di circa un ettaro e mezzo. La struttura difensiva, costruita con grandi blocchi poligonali di trachite basaltica a secco, risulta conservata con uno spessore di circa sei metri ed un’altezza di circa quattro metri.

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Gli auguri etruschi e l’interpretazione del volo degli uccelli

di Michele Zazzi

Lituo da Caere

La pratica divinatoria basata sull’osservazione del volo degli uccelli (auspicium), effettuata da sacerdoti detti auguri, fu molto diffusa tra i Romani e, più in generale, tra gli Italici.
L’auspicium faceva parte anche della Disciplina etrusca ed era probabilmente inserita in quella branca che si occupava dei prodigi (Ostenta). Nonostante la mancanza dei testi originari etruschi abbiamo varie testimonianze in merito degli autori classici.
Dionigi di Alicarnasso cita specificatamente una Tirrenike oinoscopia.
Gli autori antichi evidenziano la perizia degli auguri etruschi (Strabone, XVI, 2, 39; Ovidio, Fast., II, 443-444; Porfirio, De abst., III, 4; Claudiano De IV cons. Hon., 145).
Viene precisato che Atto Navio, grande augure sabino, era stato addestrato dal più esperto degli auguri etruschi ((Dionigi di Alicarnasso, III, 70, 15). …

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Statue cinerario chiusine

di Michele Zazzi

Intorno alla metà del VI secolo a.C. nelle botteghe chiusine ha inizio la produzione delle statue cinerario in pietra che continuerà fino alla prima età ellenistica.
Si ricollegano alla tradizione del canopo e consistono in raffigurazioni maschili e femminili o gruppi, stanti (l’unico esemplare stante noto, proveniente da Chianciano Terme, è esposto al British Museum) o più frequentemente sedute su trono (le donne risultano sempre sedute su trono). Le sculture più antiche riproducono figure maschili.
Tali statue – che venivano collocate all’interno di tombe a camera – sono dotate di tronco o testa mobili che fanno da coperchio ad una cavità ricavata nel torace, nella quale venivano conservati i resti del defunto. I monumenti, di significative dimensioni, sono stati ritrovati sovente in grandi complessi tombali e sembrerebbero riferibili a personaggi di altissimo rango.
Di seguito, alcuni dei cinerari della specie tra i più noti.

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Le origini degli etruschi negli scrittori greci e romani

di Alessandro Ferrini

Tolemeo (I° secolo) particolare del suo Planisfero ricavato dalle sue descrizioni (fonte Wikipedia)

Nei secoli trascorsi gli storici hanno cercato di definire da quali luoghi provenissero gli Etruschi prendendo posizioni assai diversi: molti hanno ritenuto gli Etruschi provenire dall’Asia minore altri, più recentemente, essere autoctoni. Ma la questione si origina nei tempi più antichi, addirittura a partire dagli scrittori Greci e Latini. È Erodoto* il primo a fornirci notizie della loro provenienza dall’asia Minore, riportando quanto si credeva nella Grecia del suo tempo, e più precisamente dalla Lydia:

I Lidi hanno all’incirca le stesse consuetudini dei Greci, se si eccettua il fatto che fanno prostituire le figlie. Sono stati i primi, a nostra conoscenza, a coniare e a usare la moneta d’oro e d’argento e i primi a esercitare il commercio al minuto. I Lidi affermano poi che anche i giochi attualmente in uso presso di loro e presso i Greci

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Il mito etrusco di Tages/Tagete

di Michele Zazzi

Gemma del Museo di Villa Giulia

Il mito etrusco più diffuso nella letteratura classica e degli autori antichi successivi è senz’altro quello di Tagete.
Le fonti (Cicerone, De Divinazione II, XXIII; Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane; Censorino, De die natali 4,13; Ovidio, Metamorfosi XV, 552-559; Isidoro di Siviglia, Etymologie sive Origines 8,9, 34-35; Giovanni Lido Sui Segni Celesti 2-3, etc … ) descrivono l’apparizione e le rivelazioni di Tages/Tagete (che in etrusco significherebbe “voce mandata fuori dalla terra”) con un racconto sostanzialmente uguale, seppur con alcune differenze.
Nelle campagne di Tarquinia, mentre un contadino (che secondo alcuni sarebbe stato Tharcon, un aruspice) arava la terra, accadde un fatto mirabile, quale nessuno aveva udito essere mai accaduto nell’arco di tutti i tempi: da un solco più profondo balzò fuori Tagete (secondo altri si sarebbe invece trasformato da una zolla di terra) che aveva l’aspetto di un bambino ma con la saggezza di un uomo maturo (ed infatti aveva i denti ed altri segni della vecchiaia).

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Le piangenti nel rito funerario etrusco

di Michele Zazzi

Cinerario Paolozzi (Tumulo di François di Camucia)

La presenza di donne che si lamentano e piangono durante le cerimonie funebri, al fine di enfatizzare il dolore della famiglia e la rilevanza sociale del defunto, è documentata fin dall’antichità in Grecia, in Egitto, in Siria e Mesopotamia.
Talvolta le piangenti facevano parte della famiglia del defunto ma in altri casi si trattava di vere e proprie professioniste (prefiche) che venivano pagate per la loro partecipazione al funerale. Anche nell’iconografia funeraria etrusca si trovano frequentemente raffigurate donne nell’atteggiamento di compianto funebre (mani sul petto, sul volto, sulla testa, etc…). 
Le lamentatrici, in particolare, sono rappresentate nei monumenti funebri etruschi (pitture tombali, statue, rilievi su casse di urne e sarcofagi, etc…)  dal periodo orientalizzante fino alla fase ellenistica.

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Il saccheggio di Pyrgi da parte dei Siracusani di Dionigi il Vecchio (384 a.C.)

di Michele Zazzi

Pyrgi

Le fonti raccontano che i Siracusani capeggiati dal Tiranno Dionigi il Vecchio (Dionisio I di Siracusa) nel 384 a.C.  saccheggiarono il santuario di Pyrgi, porto della città etrusca di Caere.
L’operazione si inserisce in un più ampio contesto caratterizzato dalla contrapposizione tra il Tiranno e gli Etruschi (alleati dei Cartaginesi, ma anche degli Ateniesi, entrambi nemici dei Siracusani), nel periodo inziale del IV secolo a.C.
Relativamente all’Adriatico Dionigi decise di fondare città per assumere il controllo delle rotte navali del delta padano ed espandersi nell’Epiro, realizzando punti di approdo per le navi con obiettivi strategici ma anche commerciali.
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