il castello di Romena
il castello di Romena

Eretto su un colle di 621 metri agli inizi dell’XI secolo il Castello domina un’ampia porzione della valle del Casentino. Protagonista di importanti eventi storici durante i secoli ha anche ospitato illustri personaggi fra cui Dante Alighieri e Gabriele D’Annunzio.

D’Annunzio vi soggiornò nel 1902 abitando in una tenda eretta sulla piazza d’Armi e qui trovò l’ispirazione per scrivere parte dell’Alcyone, il III libro delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi. In un componimento datato “Romena – 16 agosto 1902 – mezzanotte” celebra il Casentino:

Cade la sera. Nasce

la luna dalla Verna

cruda, roseo nimbo

di tal ch’effonde pace

senza parola dire.

Pace hanno tutti i gioghi.

Si fa più dolce il lungo

dorso del Pratomagno

come se blandimento

d’amica man l’induca a sapor lento.

Su i pianori selvosi

ardon le carbonaie,

solenni fuochi di vista.

L’Arno luce fra i pioppi.

Stormire grande ad ogni

soffio, vince il corale

ploro de’ flauti alati

che la gramigna asconde.

E non s’ode altra voce.

Dai monti l’acqua corre a questa foce.

Romena, la porta bacia

Lì lo andava a trovare Eleonora Duse, protagonista di una lunga quanto burrascosa relazione con il poeta; l’attrice aveva preso in affitto un’abitazione vicina e si faceva trasportare su una treggia trainata da buoi ricolma di cuscini. Si dice anche che spesso la gente del luogo poteva vedere il poeta cavalcare nudo lungo le rive dell’Arno.

Nello stesso castello vi soggiornò anche Dante per un breve periodo fra il 1301 e il 1321, accolto dai conti Guidi dopo essere stato esiliato da Firenze. Il Casentino ricorre spesso nei versi della Divina Commedia, ma il Castello di Romena viene ricordato nel XXX canto dell’Inferno per un episodio di “cronaca nera” avvenuto nel 1281. In quel tempo presso il castello viveva Mastro Adamo da Brescia che, per conto dei Guidi di Romena, falsificava i fiorini d’oro della Repubblica di Firenze.

La bolgia dei falsari Gustave Dorè

Catturato e condannato a morte venne probabilmente giustiziato nei pressi del castello nella località oggi chiamata Omomorto.

Dante ne incontra l’anima nella bolgia dei falsari:

La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov’ io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.

Ivi è Romena, là dov’ io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.

Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista. (Inf. XXX, 70-78)

Il tragico episodio fu fonte di racconti e leggende e ispirò anche una novella di Emma Perodi:

da: Emma Perodi, Novelle della nonna, 1893

Adamo il falsario

Quella domenica la Carola e le altre donne s’eran date da fare per preparare la cucina in modo che i giovani potessero ballarvi senza inciampar nelle panche e nelle tavole, perché l’Annina avea detto di voler fare quattro salti. Avevano allineate le tavole al muro coprendole di tovaglie di bucato. Avean preparato diversi fiaschi di vino, molti bicchieri e quattro schiacciate unte, che mettevan voglia di mangiarle al solo vederle. Sulla madia poi avevan messo tre seggiole, perché l’orchestra non si componeva più del solo organetto di Cecco, ma anche di un suonatore di chitarra e di uno di violino, i quali si erano offerti sapendo che dai Marcucci si ballava. L’illuminazione, fatta con lucerne a olio, non avrebbe diradato le tenebre della vasta cucina affumicata, senza il fuoco del camino. La Vezzosa quella sera arrivò tutta in fronzoli, e quando si levò lo scialle, l’Annina non poté trattenere un grido di meraviglia. S’era pettinata alta, s’era messa un giacchetto chiaro, il vezzo di corallo e una pezzuola di seta celeste incrociata sul petto, che faceva risaltare i colori vivi delle sue guance. Cecco finse di non accorgersi neppure che ella avesse cambiato vestito, e salutò appena lei e le altre ragazze, rincantucciandosi accanto alla Regina, dalla quale pareva che non si potesse spiccicar mai. Gli uomini che erano stati invitati, dovevano arrivare verso le otto, quando la novella fosse sulla fine. Quella sera l’Annina e le altre ragazzette, che erano impazienti di ballare, pregarono la nonna di narrar subito la novella e quella incominciò:

– Al tempo dei tempi erano signori di Romena e di Lierna, di Montemignaio, di Partina e di tanti altri castelli, di cui ora si rammenta solo il nome, tre fratelli per nome Alessandro, Guido Pace e Aghinolfo. Questi tre signori, benché avessero molti palazzi e due ville, una a Pratovecchio e l’altra al Borgo alla Collina, pure stavano tutti a Romena, perché il tenere una casa aperta, costa meno che il tenerne tre. I tre fratelli erano così avari da fare schifo. Invece di divertirsi, di cacciare e di dar conviti, essi stavano sempre rintanati nel loro palazzo di Romena in vetta al monte, e se qualche povero andava a bussare alla loro porta per aver la carità, lo cacciavano come un cane e non davano mai un centesimo a nessuno, neppur a baciare. In casa loro v’eran pochi servi, pochissimi cavalli, punti cani né falchi, e i signori contavano i bocconi che si mettevano in bocca. Chi l’incontrava per via non avrebbe mai creduto che fossero nipoti di Guido Guerra, che teneva corte bandita come un re, ed era nominato per la sua generosità in tutto il Casentino e anche altrove. Parevano tre pitocchi, e non si vergognavano di portar abiti rattoppati e montar brenne, invece che focosi palafreni. Alessandro, Guido Pace e Aghinolfo non avevano altra passione che il danaro, specialmente i fiorini d’oro della Repubblica fiorentina, quelle belle monete col giglio da un lato e san Giovanbattista dall’altro, che si coniavano alla zecca della Repubblica ed eran conosciute in tutto il mondo. Più ne potevano avere, di quei fiorini, e più eran felici, e acciocché non glieli rubassero, li riponevano in una stanza senza porta, nella quale si scendeva per mezzo di una botola, che era nella camera dove dormivano tutti e tre; e, se due di loro uscivano, uno restava sempre in camera a far la guardia al tesoro. Per aumentare di un solo il numero di quei bei fiorini gigliati, i tre avaroni riducevano alla fame una povera famiglia senza provarne rimorso. Le domeniche essi scendevano tutti insieme nella stanza del tesoro e passavan delle ore a contare e a lustrare i loro fiorini.
Una notte, mentre dormivano, Aghinolfo fece un sogno, e appena si destò, andò a svegliare Alessandro e Guido Pace e, tutto lieto, disse:
– Sentite che sogno ho fatto. Mi pareva di essere sulla via della Consuma, in quel punto detto la Casaccia, e me ne venivo giù di notte, a cavallo, sotto un turbine di neve, quando odo un gemito che pareva venisse di sotterra. Scendo da cavallo, prendo l’animale per la briglia e mi avvicino a un precipizio, che sta a sinistra. I gemiti continuano. Io chiamo e domando chi è che si lamenta, e una voce mi risponde: «Sono un povero vecchio. Chi avrà pietà di me non conoscerà penuria di fiorini d’oro». In questo punto il sonno mio si è rotto, ed io ho voluto destarvi per narrarvelo.
– Tu sai, fratello, – rispose Alessandro, – che spesso vedesi in sogno quello che si crede con piacere; e tu hai sognato i fiorini perché li desideri.
– Io invece credo, – osservò Guido Pace, – che il sogno di Aghinolfo sia vero, perché se egli ha udito una voce di un vivo, è segno di chiamata, e alle chiamate occorre rispondere.
– Dunque che cosa mi consigli? – domandò il minore dei fratelli.
– Io ti consiglio di tornare a letto e dormire, – disse Alessandro.
– Io ti consiglio di montare a cavallo e di percorrer la via che tu hai sognata, – disse Guido Pace.
– Seguirò il tuo parere, perché mi pare il più saggio, – rispose Aghinolfo.
E, vestitosi in fretta, si avvolse in un mantello, scese nella stalla, sellò il suo cavallo e se ne andò senz’armi e senza scorta verso il luogo dove aveva sognato di udir la chiamata. La neve turbinava, ma Aghinolfo non temeva le intemperie, e il desiderio che il sogno si avverasse gl’infiammava il cuore, che batteva di gioia al pensiero dell’oro, mentre non si commoveva alla vista di nessuna miseria.   …  continua a leggere la novella

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