La Tomba Pierini di Colle di Val d’Elsa (SI) e il vaso gemino iscritto

di Michele Zazzi

Pianta della tomba

La tomba Pierini fu rinvenuta il 22 agosto 1984 in località Arniani a Campiglia dei Foci (nel comune di Colle Val d’Elsa – SI) durante i lavori per la sistemazione del giardino del Signor Luciano Pierini.
Al sepolcro, che risultò violato (probabilmente in antico), si accedeva tramite un breve corridoio a caditoia.
L’ipogeo, di piccole dimensioni, aveva forma rettangolare, era diviso da un tramezzo centrale, presentava basse banchine laterali ed un loculo sulla parete destra. 
La tomba, che fu utilizzata da almeno due generazioni, ospitava diverse inumazioni (almeno sette) ma vi era rappresentato anche il rito incineratorio. Le ossa nel corso del tempo vennero raccolte in grandi vasi; le ceneri erano conservate in grosse olle cinerarie d’impasto, alcune coperte con dischi di travertino o con tegole. … continua a leggere La Tomba Pierini di Colle di Val d’Elsa (SI) e il vaso gemino iscritto

I guerrieri opliti in Etruria

di Michele Zazzi

Olpe Chigi, tomba di Monte Aguzzo (Formello, Veio)

Diodoro Siculo riferisce che “in Etruria (…) la falange oplitica fu adottata durante il VI secolo, e gli Etruschi insegnarono ai Romani a combattere con scudi di bronzo” (XXIII,2). Anche Ateneo (VI, pag. 231) precisa che la formazione a ranghi serrati venne adottata dai Tirreni, che attaccavano in falange.
Gli opliti — il cui nome deriva dal greco oplon, “scudo” —  erano guerrieri dotati di armatura pesante che combattevano fianco a fianco in una formazione serrata, la falange. L’oplitismo fu un fenomeno politico, militare e sociale sorto in Grecia tra l’VIII e il VII secolo a.C. Esso si basò sulla crisi del potere politico delle aristocrazie e sull’emergere di nuovi ceti sociali — agricoltori, commercianti e artigiani — che potevano permettersi l’acquisto dell’armamento oplitico.

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La Tomba dell’Alfabeto nella necropoli del Casone a Monteriggioni (SI)

di Michele Zazzi

Ricostruzione della Tomba dell’Alfabeto realizzata da Simone Boni (Studio Inklink) tratta da MaM Museo archeologico Monteriggioni Guida al Museo, Comune di Monteriggioni, 2023

La tomba in oggetto (nota anche come Tomba dell’Alfabeto del Colle) fu ritrovata nel marzo del 1698 nei pressi di Abbadia Isola, nei terreni di proprietà della famiglia Petrucci (podere Turchiano).
L’ipogeo è descritto anche da George Dennis che lo definisce molto importante, precisando che conteneva una grande quantità di ossa umane e che (“cosa più straordinaria”) su tre delle quattro pareti si trovavano delle iscrizioni a grosse lettere tra cui un alfabetario ed un sillabario (Città e Necropoli d’Etruria, Edizione Italiana a cura di Elisa Chiatti e Silvia Nerucci, Nuova Immagine, 2015, Volume Secondo, pagg. 136 – 137). 
Della tomba purtroppo si è persa l’ubicazione e le informazioni al riguardo si ricavano dalla documentazione (descrizione e disegni) redatta al tempo della scoperta.

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Pratovecchio e Stia in Casentino

Casentino

Il lago degli Idoli: gli Etruschi sul Falterona

Le “teofanie” del Casentino: Santuario di Santa Maria delle Grazie (Stia)

Santa Maria delle Grazie – Stia in Casentino

Lanificio Ricci – Stia in Casentino

La Verna

Il castello di Romena fra poesia e leggenda

Dante in Casentino

La via Fiorentina o del Monasteraccio o di Vallombrosa o della Verna

Le “teofanie” del Casentino: La Madonna del Bagno (Castelfocognano)

Le “teofanie” del Casentino:  Santuario di Santa Maria del Sasso (Bibbiena)

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La strada Firenze – passo della Consuma – Casentino

Casentino da scoprire: la pieve di San Martino a Vado

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Le corse dei carri in Etruria nell’ambito funebre

di Michele Zazzi

Particolare di un bassorilievo chiusino

Corse di carri a due (bighe) o tre cavalli (trighe, con due cavalli timonieri ed uno esterno libero) appaiono su alcune tombe di Tarquinia (tombe delle Olimpiadi, del Maestro delle Olimpiadi e delle Bighe) e di Chiusi (tombe del Colle Casuccini, di Poggio al Moro e della Scimmia) ed in alcuni rilievi chiusini dal VI al IV secolo a.C. Probabilmente a Chiusi la corsa su carri era il gioco funebre prevalente.  La triga risulta il tiro più ricorrente in Etruria.
Si tratta della rappresentazione di giochi funebri in onore di defunti della classe aristocratica.
L’iconografia ci consente di desumere alcune caratteristiche della corsa.
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Stele Peruzzi o Stele dell’Antella

di Michele Zazzi

Proveniente da Varlungo – Firenze (e non da Antella come si è pensato inizialmente) fu venduta nel 1893 dalla famiglia Peruzzi al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il segnacolo funebre, in pietra arenaria grigia, è alto cm 159, largo cm 33,2-36 ed ha uno spessore di cm 8,5. La stele ha forma trapezoidale rastremata verso l’alto, è coronata da una palmetta a sette foglie e presenta decorazione su due riquadri.
Nel riquadro superiore vi è una tipica scena di simposio con due figure maschili semisdraiate su una kline ed un coppiere. Lo schiavo è coperto nella parte inferiore da un tavolo a tre gambe sul quale sono poste due situle. La rappresentazione del simposio si ritrova frequentemente nelle stele fiesolane (cfr. ad es. Stele di Travignoli, Stele di Sansepolcro, Stele di Via Corsica).

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Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia:

gli affreschi di quattro tombe della necropoli di Montarozzi “strappate” e ricostruite

Al secondo piano del Museo, in una sala climatizzata, gli affreschi di alcune delle tombe della necropoli di Montarozzi (Tomba del Triclinio, Tomba delle Bighe, Tomba della Nave e Tomba delle Olimpiadi) che riproducono la struttura della tomba originale: per motivi conservativi con un lavoro di estrazione particolarissimo, sono stati poi ricostruiti in questa sala. Il termine “strappare” per indicare il metodo utilizzato dà l’immagine del procedimento:

“parete per parete e in un sol pezzo, applicando prima sulle superfici pittoriche un doppio strato di tela finissima con gomma lacca incolore diluita in alcool, le decorazioni delle tombe delle Bighe, del Triclinio e del Letto funebre; pulite e spianate a tergo esse sono state poi ritrasportate su una doppia tela imbevuta di caseato di calcio e fissate infine con tiranti elastici regolabili su telai di pino di Paranà”

scrive Renato Bertoccini nel suo testo “Le pitture etrusche di Tarquinia”.

In altre pagine del volume spiega la tecnica utilizzata dagli Etruschi per istoriare le pareti delle tombe, la stessa praticata dai Greci e dagli Egiziani:

“Veniva steso l’intonaco sulle pareti di tufo delle tombe ottenuto da un impasto composto per circa un terzo di carbonato di calcio e due terzi di argilla, a cui veniva talvolta aggiunta una piccola quantità di torba per mantenerlo umido per impedirne l’indurimento prima che si effettuasse il disegno e vi si stendessero i colori; poi si passava una mano di scialbo bianco o grigiastro per fissare la pittura. Le figure erano dapprima delineate con pennellate rosse, di rado precedute da linee contorno che invece venivano sempre utilizzate per suddividere i riquadri in cui erano suddivise le scene. Pochi i colori base utilizzati; negli affreschi più antichi solo il nero, ottenuto con fuliggine o col carbone vegetale, il bianco (bianco di Spagna o creta bianca), il rosso e il rosa pallido a base di ossido di ferro. Successivamente la gamma cromatica si accrebbe con il giallo di terra di ocra, il blu ottenuto con polvere di lapislazzuli o con un composto di rame, calcio e silice detto frite égyptienne; il verde, unendo malachite e frite égyptienne. Mescolando diluendo questi colori base si ottenevano poi tutte le altre svariate tinte e mezzetinte di cui sono talvolta ricche alcune composizioni”.

Altre interessanti notizie vengono illustrate nei molti pannelli esplicativi presenti nella sala che indicano la necropoli di Monterozzi come la più estesa e ricca di manufatti. Le pitture funerarie in esse contenute sono state datate tra il VII e il II secolo a.C. Un apparato scenico, quello delle tombe dipinte, riservato alle classi più abbienti. La credenza che la vita continuasse oltre la morte determinava la scelta degli artisti di raffigurare scene di vita quotidiana che oggi costituiscono fonte preziosa di conoscenza circa usi e costumi dei nostri antenati. A partire dagli ultimi anni del V secolo a.C. la convinzione più spiritualista determinò scelte raffigurative a carattere diverso: compare infatti un mondo dell’aldilà popolato da dei e demoni.

Tomba del Triclinio

Tomba delle Bighe

Tomba della Nave

Tomba delle Olimpiadi

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La fortezza etrusca di Rofalco (VT)

di Michele Zazzi

Pianta del sito

Nel territorio dell’antica città di Vulci all’interno della Selva del Lamone (nell’odierno Comune di Farnese) sono stati portati alla luce i resti del centro fortificato di Rofalco attivo dalla metà IV all’inizio del III secolo a.C. che controllava la Valle del Fosso Olpeta.
Il sito già noto negli anni settanta è stato oggetto di varie campagne di scavo a partire dal 1996.
La cinta muraria, di forma semicircolare e della lunghezza di circa 330 m, ricomprendeva un’area di circa un ettaro e mezzo. La struttura difensiva, costruita con grandi blocchi poligonali di trachite basaltica a secco, risulta conservata con uno spessore di circa sei metri ed un’altezza di circa quattro metri.

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Gli auguri etruschi e l’interpretazione del volo degli uccelli

di Michele Zazzi

Lituo da Caere

La pratica divinatoria basata sull’osservazione del volo degli uccelli (auspicium), effettuata da sacerdoti detti auguri, fu molto diffusa tra i Romani e, più in generale, tra gli Italici.
L’auspicium faceva parte anche della Disciplina etrusca ed era probabilmente inserita in quella branca che si occupava dei prodigi (Ostenta). Nonostante la mancanza dei testi originari etruschi abbiamo varie testimonianze in merito degli autori classici.
Dionigi di Alicarnasso cita specificatamente una Tirrenike oinoscopia.
Gli autori antichi evidenziano la perizia degli auguri etruschi (Strabone, XVI, 2, 39; Ovidio, Fast., II, 443-444; Porfirio, De abst., III, 4; Claudiano De IV cons. Hon., 145).
Viene precisato che Atto Navio, grande augure sabino, era stato addestrato dal più esperto degli auguri etruschi ((Dionigi di Alicarnasso, III, 70, 15). …

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Statue cinerario chiusine

di Michele Zazzi

Intorno alla metà del VI secolo a.C. nelle botteghe chiusine ha inizio la produzione delle statue cinerario in pietra che continuerà fino alla prima età ellenistica.
Si ricollegano alla tradizione del canopo e consistono in raffigurazioni maschili e femminili o gruppi, stanti (l’unico esemplare stante noto, proveniente da Chianciano Terme, è esposto al British Museum) o più frequentemente sedute su trono (le donne risultano sempre sedute su trono). Le sculture più antiche riproducono figure maschili.
Tali statue – che venivano collocate all’interno di tombe a camera – sono dotate di tronco o testa mobili che fanno da coperchio ad una cavità ricavata nel torace, nella quale venivano conservati i resti del defunto. I monumenti, di significative dimensioni, sono stati ritrovati sovente in grandi complessi tombali e sembrerebbero riferibili a personaggi di altissimo rango.
Di seguito, alcuni dei cinerari della specie tra i più noti.

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