di Giovanni Caselli

Antica mappa del territorio della Romagna toscana

“Non solo ho trovato che tutti i nomi degli antichi dei etruschi sono ancora noti ai contadini della Romagna toscana, ma c’è di più, sono riuscito a provar ciò in maniera inconfutabile.”
Charles Godfrey Leland, l’americano che scoprì l’essenza della Romagna toscana.
Charles Godfrey Leland (1824-1903), esperto in religioni comparate e presidente della Gypsy-Lore Society, recuperò, sul finire dell’800, nella Romagna toscana, uno straordinario retaggio di elementi del paganesimo etrusco-romano, inspiegabilmente sopravvissuti nella tradizione popolare vivente.
Il fatto straordinario è che ciò non avvenne in regioni remote e marginali della nostra penisola, bensì nel cuore della campagna italiana più evoluta e ricca. É evidente, come appare attraverso il rigoroso ed ineccepibile lavoro del Leland, che nella Romagna toscana e in aree limitrofe della provincie di Firenze ed Arezzo, la “vecchia religione” era sopravvissuta intatta sino ai giorni nostri, a fianco di quella cristiana, relegata de facto in secondo piano e anche a fianco delle superstizioni notoriamente presenti nella cultura popolare.
Il bellissimo ed esteso volume del Leland, Etruscan and Roman Remains in Popular Tradition, pubblicato a New York da C. Scribner’s sons e a Londra da T. F. Unwin nel 1898, riporta in dettaglio credenze e pratiche segrete, raccolte quando queste erano ancora in piena voga, testimoniando la sopravvivenza, nel centro più civile dell’Italia cristiana, non solo di una forte fede in antiche divinità, spiriti, elfi, streghe, incantesimi, sortilegi, profezie, pratiche mediche ‘alternative’, amuleti, ma anche del paganesimo classico.

Quello miracolosamente tramandatoci dal Leland, è un mondo parallelo, celato o negato da benpensanti, che ben lo conoscevano e dal quale traevano forse motivo d’imbarazzo. Una cosa è, infatti, ammettere l’esistenza di stregonerie e superstizioni, peraltro condannate anche in epoca romana, ben altra cosa è ammettere la sopravvivenza del paganesimo. L’autore descrive fedelmente, documentandola con metodo rigorosamente scientifico, questa civiltà italiana che sarebbe altrimenti scomparsa, come i libri etruschi dell’aruspicina, senza lasciar traccia, fornendo tutte le informazioni necessarie per una sua accurata ricostruzione.

Pendaglio apotropraico

É interessante notare come il confine naturale fra Romagna e Toscana, ossia il crinale appenninico, che è stato confine politico soltanto fra il VI e l’VIII secolo d. C., costituisca uno dei più forti confini linguistici d’Europa. La catena appenninica che divide le due regioni non costituisce un baluardo naturale tale da giustificare la barriera linguistica che invece vi si osserva. Né le Alpi, né i Pirenei e nemmeno il Caucaso, o il Pamir, hanno segnato confini linguistici coi loro spartiacque; solo in epoca moderna i confini politici sono venuti sempre più ad identificarsi con gli spartiacque, che solo in quanto confini politici sono divenuti col tempo confini linguistici. Come spiegare il fenomeno tosco-romagnolo?
Il dialetto romagnolo appartiene all’area linguistica franco-provenzale ed ha il suo confine meridionale sull’Adriatico con il fiume Cesano, in provincia di Pesaro. Questa area linguistica, come tutte le altre dell’Italia attuale, riflette indubbiamente una distribuzione precedente l’unificazione romana della penisola. Il dialetto romagnolo e i vernacoli dell’area limitrofa della Toscana, sono reciprocamente incomprensibili. I vernacoli del versante toscano hanno un preciso e netto confine solo lungo il crinale appenninico fra Pistoia e Cagli, essi sfumano, infatti, gradualmente nel ligure-parmense, nell’umbro o nel laziale altrove. Questo marcato confine linguistico fu un confine politico militare fra l’Italia Longobarda e quella Bizantina, vale a dire fra la Tuscia, l’Esarcato e la Pentapoli, solo fra il VI e l’VIII secolo; né prima, né dopo fu questa linea geografica un confine politico rilevante. Sia in epoca etrusco-romana che in epoca medievale, la gente poteva traversare, senza remore di sorta, questo crinale in tutta l’area sopra indicata. Resta da spiegare perché un simile divario linguistico non si riscontri neanche su altri confini politici presidiati per secoli da eserciti contrapposti.
Un altro rompicapo è causato dal fatto che tradizioni pagane, etrusche e romane – e non semplici superstizioni e stregonerie – siano sopravvissute in maniera così evidente, non tanto in Etruria propria, ossia sul versante toscano, ma su quello romagnolo, che oltre ad essere area di cultura “gallica”, ha subito traumatici sovvertimenti genetici e culturali anche a seguito delle invasioni barbariche.
Sul versante toscano e in particolar modo attorno al Monte Falterona e in Casentino, la toponomastica dimostra una continuità culturale ininterrotta sin dal 1000-1200 a.C. Si badi bene, continuità culturale, non genetica. La sostituzione genetica avvenuta in questa area a seguito delle invasioni barbariche non ebbe luogo, evidentemente, in modo traumatico, ma graduale e fu distribuita nel tempo, in modo da consentire la trasmissione dei toponimi e di altri tratti culturali dagli autoctoni agli immigrati.
Una così densa concentrazione di toponimi preistorici come si riscontra nell’area del Falterona e del Casentino non ha eguale in altre parti d’Europa. Rimane quindi un mistero come tracce di paganesimo etrusco-romano si siano potute conservare proprio in Romagna, dove già nel VI secolo la popolazione latina era ridotta al 50%, col 40% di Levantini (Siriaci, Armeni, Ebrei, ecc.) e il 10% di Goti, piuttosto che nel Casentino e in Mugello, dove la trasformazione genetica si realizzò in modo lento e culturalmente non traumatico.

Strega a cavallo di un lupo

Potremmo postulare che dal Casentino e dal Mugello, questa tradizione possa essersi diffusa in Romagna, in secoli successivi alle invasioni barbariche, dove sarebbe sopravvissuta, mentre scompariva gradualmente dal versante toscano, più soggetto ad influenze ‘urbane’, almeno in secoli più vicini a noi. Questa è solo una delle possibili spiegazioni di questo fenomeno antropologico di straordinaria singolarità che caratterizza l’area della ricerca del Leland.
Deve, infatti, essere chiaro che anche la religione pagana condannava la “stregoneria” – vi sono casi di streghe date al rogo in autori classici – ed è quindi erroneo riferirsi alla stregoneria come “vecchia religione”, intendendo con ciò il “paganesimo” classico. La stregoneria era probabilmente ritenuta “vecchia religione” persino dai Romani e dai Greci che la sanzionavano con leggi severe. Un conto è quindi la credenza in divinità e spiriti del pantheon pagano classico, ben’altre cose sono invece la magia e la stregoneria, che derivano da tradizioni preistoriche antichissime.

Licantropo

Superstizione, in latino ‘superstitio’ ‘superstitionis’, deriva da ‘superstare’ o “star sopra”; potrebbe interpretarsi come una cosa che è “al di sopra della realtà terrena”, piuttosto che un’aberrazione della religione. La superstizione è al di sopra ed è quindi inaccessibile; l’etimologia stessa del termine ne spiega quindi il concetto. La pratica della magia, invece, si perde nella notte del Paleolitico ed è basata su due principi senza i quali essa non può sussistere. Il primo principio consiste nel credere che una cosa ne produce un’eguale, ossia, che l’effetto assomiglia alla sua causa; il secondo nel credere che cose che sono state legate continuano ad avere effetto l’una sull’altra anche dopo essere state separate.

Il primo principio è definito “Legge della Similarità”, mentre il secondo “Legge del Contatto o Contagio”. Secondo la Legge della Similarità, il ‘mago’ assume di poter produrre qualsiasi effetto desiderato, imitandolo, mentre secondo la Legge del Contatto egli ritiene che una cosa fatta ad un oggetto avrà ripercussioni sulla persona alla quale l’oggetto apparteneva o che con tale oggetto ha avuto contatto.

Nel 1888 Leland giunse a Firenze dove avrebbe trascorso il resto della vita. Fu a Firenze che egli incontrò Maddalena Taleni o Zaleni, una cartomante che lavorava nelle retrovie delle città. Questa Maddalena sposò più tardi un certo Lorenzo Bucciatelli, col quale si trasferì negli Stati Uniti. Leland scoprì assai presto che Maddalena era una “strega” e la impiegò quindi come collaboratrice per intraprendere la sua ricerca sulla stregoneria in Italia. Dalle stesse parole del Leland veniamo a sapere che Maddalena era “…una giovane che in Inghilterra sarebbe passata per una zingara, ma nelle cui sembianze, essendo in Italia, si ravvisavano fattezze etrusche…” Maddalena proveniva dalla Romagna toscana, e che apparteneva a una famiglia in cui da generazioni e generazioni nascevano streghe. In una tale famiglia, si sarebbero tramandati, da tempo immemorabile antichi riti, leggende, incantamenti, ricette per filtri magici ecc. Sin da piccola Maddalena era stata convinta dalla madre, dalla zia e dalla matrigna, di essere una strega. Le erano stati insegnati, nella foresta e lontano da orecchie indiscrete, intonazioni di canti prescritti dalla tradizione. Questi consistevano di incantamenti ed evocazioni degli antichi dei pagani, con nomi di poco mutati, noti allora come folletti, spiriti, fate o lari. Erano questi ultimi i Lares o spiriti domestici degli Etruschi.
Maddalena presentò a Leland una certa Marietta, che la assisté poi nella raccolta del materiale etnografico discusso nel suo volume. Nel gennaio 1891, il Leland scrive: “Risulta che Maddalena è stata istruita come strega. Mi disse l’altro giorno che questa “stregheria” è incommensurabile. La sua memoria è inesauribile, ma quando ha bisogno di un particolare, ella consulta qualche altra strega e sempre lo ottiene. Come parte dell’istruzione di una strega vi è l’apprendere infiniti incantamenti, questi, ne sono certo, sono di origine etrusca. Non sono in grado di provarlo, ma credo di possedere più poesia etrusca di quanta ve ne sia nei testi sopravvissuti. Maddalena mi ha scritto circa 200 pagine di questo folclore, incantamenti e altre storie”.

Streghe e fatture

Ancora, in un’altra lettera dell’8 aprile 1891, scritta a un certo MacRitchie, Leland fa riferimento alle streghe che lo assistono nella ricerca in questi termini: “…ma ancor più straordinario è il mio manoscritto sulla “Tradizione Toscana e Folclore Fiorentino”. Non solo ho trovato che tutti i nomi degli antichi dei etruschi sono ancora noti ai contadini della Romagna toscana, ma c’è di più, sono riuscito a provar ciò in maniera inconfutabile. Un giovane e intelligente contadino e suo padre (di famiglia di streghe) si sono recati, in giorni di mercato, presso tutti i vecchi di parti diverse del paese, non solo raccogliendo le loro testimonianze, ma facendo loro firmare certificati attestanti che il Giove etrusco, il Bacco, ecc. erano a loro noti, assieme a un certo numero di nomi di divinità minori romane ecc.”

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