di Alessandro Ferrini

Tomba degli Scudi (Tarquinia)

Nell’antica Roma le donne, per quanto di famiglia illustre, come appare nelle iscrizioni, sono assai spesso individuate con il solo nomen (Claudia, Cornelia, Livia anche se imperatrice); le donne etrusche invece accanto al nomen riportano anche il praenomen a sottolineare l’importanza del loro ruolo sociale. Inoltre, mentre la forma onomastica latina menziona, dopo il prenome e il gentilizio, solamente il prenome del padre: M(arcus) Tullius M(arci) f(ilius), l’epigrafia etrusca vi aggiungeva anche il nome della madre, spesso accompagnato dal suo praenomen. Un pretore di Tarquinia viene così indicato: Larth Arnthal Plecus clan Ramthase Apatrual, cioè “Lars, figlio di Arruns Pleco e di Ramtha Apatronia”.

Ormai è noto che le donne etrusche partecipassero alla vita sociale con pari dignità rispetto all’uomo; raffinate, indipendenti, libere, disinibite, almeno a quanto testimoniano gli affreschi tombali, godevano di una posizione privilegiata nel mondo antico e per questo suscitavano la riprovazione in certi ambienti arcaici sia greci che romani.

Teopompo, storico greco del III sec. a.C., sosteneva che “le donne dei Tyrreni erano tenute in comune, avevano particolare cura del loro corpo e non disdegnavano di mostrarsi nude durante le feste”, Aristotele le accusava di banchettare con gli uomini, coricate sotto lo stesso mantello. Autori comici, come Plauto, insinuavano che si procurassero la dote vendendo i propri favori. Comunque sia la donna etrusca godeva sempre di una libertà di movimento e di diritti invidiabili nel mondo antico.

Stele funeraria di Ampharete (Atene 430 a.C. circa)

Come attestano i numerosi affreschi (ad esempio nella tomba dei Leopardi a Tarquinia) era loro riconosciuto il diritto di partecipare ai banchetti e alle feste insieme agli uomini distese al loro fianco sul triclinio, mentre in Grecia durante i pasti anche privati, come viene rappresentato dalle stele attiche, la moglie se ne sta modestamente seduta, pronta a servire il suo signore e padrone, oppure dedita alla cura del figlio.

Al contrario le donne etrusche sono raffiguare in numerosi affreschi, come a Tarquinia nella tomba dei Leopardi e in quella del Triclinio (V secolo), partecipi dei piaceri della vita e protagoniste di giochi erotici.

Spesso indossano abiti raffinati ed eleganti ornate di gioielli e in questo abbigliamento “assistevano alle danze, ai concerti, ai giuochi atletici, presiedendo talora da un palco apposito, come lo mostra una pittura di Orvieto, ai combattimenti di pugilato, alle corse di cani, agli esercizi acrobatici, mentre a Olimpia solamente la sacerdotessa di Demetra aveva il diritto di assistere ai giuochi.”*

Tito Livio nella sua monumentale opera Ab Urbe Condita scritta durante il principato di Ottaviano ci offre una testimonianza indiretta della differenza di comportamento fra le donne etrusche e quelle romane, contrapponendo la dissolutezza delle prime al rigore morale delle seconde.

Nella seconda parte del primo libro narra la storia dei tre re etruschi, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo, che regnarono a Roma nel VI secolo a.C.; in particolare nel LVII capitolo del primo libro narra un interessantissimo aneddoto:

Scene di Banchetto – Tomba dei Leopardi, Tarquinia (V secolo)

“Siamo sotto il regno di Tarquinio il Superbo, i giovani principi suoi figli sono all’assedio di Gabii nel Lazio, dove la caduta della città si fa aspettare: In questa guerra di posizione, come in tutte le operazioni che richiedono più tempo che ardimento, si concedevano molto più facilmente licenze … Quanto ai giovani figli del re, si riunivano talora per occupare il tempo in festini e in partite di piacere. Un giorno, convenuti a bere presso Sesto Tarquinio, dopo un desinare al quale assisteva anche Tarquinio Collatino, figlio di Egerio, la conversazione cadde sulle rispettive mogli.

Tomba dell’Orco – Tarquinia IV secolo

“Ciò che Tito Livio non dice e che non sembra interessargli, mentre a noi interessa profondamente, è che le mogli dei giovani principi sono di sangue etrusco come il loro, salvo quella di Tarquinio detto Collatino, che è romana: la virtuosa Lucrezia che, proprio per il suo candore, ispirerà a Sesto Tarquinio, dongiovanni rotto a tutti i vizi, una passione fonte delle violenze che provocheranno la rivolta e l’espulsione dei re”.*

Continua Livio:  

vantando ognuno la virtù della propria consorte in modo straordinario la disputa si fece calorosa, fino a quando Collatino proclamò che era inutile discutere, perché entro poche ore tutti avrebbero potuto costatare che nessun’ altra valeva la sua cara Lucrezia.

Tutti aderiscono all’invito e montati a cavallo volarono a Roma dove giunsero a sera. Si recarono nelle varie dimore e quando giunsero a quella di Collatino Lucrezia apparve veramente molto diversa dalle altre nuore del re; queste si intrattengono con coetanei (uomini o donne, poiché Livio si limita a scrivere cum aequalibus, ossia con coetanei senza precisarne il sesso) ad affogare la noia in lussuosi festini, mentre Lucrezia, luminoso esempio di virtù, nel cuor della notte era occupata a lavorare la lana vegliando con le ancelle seduta nell’ atrio della casa .

Tarquinio oltraggia Lucrezia – Tiziano (olio su tela – 1570)

“Il confronto per noi non è soltanto, come invece per Tito Livio, quello della dissipazione e della virtù, ma di due concezioni della civiltà. Si sarà notato nel passo dello storico la sua discrezione alquanto timorata, per cui sorvola rapidamente sulle occupazioni delle principesse: la tomba dei Leopardi e quella del Triclinio non lasciano dubbi che vi fossero con loro bei giovani e quanto al modo con cui ‘affogavano la noia’ sappiamo che erano bevitrici gagliarde” … Pudica, lanifica, domiseda, tali sono gli epiteti usati sulle iscrizioni funebri che i mariti romani dettavano in lode delle mogli, per le quali non concepivano funzione migliore del filare la lana e custodire la casa.”*

Questo nel periodo della Roma arcaica, nei secoli successivi anche in area romana il ruolo e la concezione della donna mutarono notevolmente; esempio ne sia che il figlio poteva prendere il nome gentilizio della famiglia materna come fece Caio Giulio Cesare discendente dalla gens Julia da parte di madre.


* Jacques Heurgon, Vita quotidiana degli etruschi  Milano 1967

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