L’antica chiesa plebana di Pupiglio, da lunga mano distrutta, era dedicata a S. Giovanni Battista, ed è tradizione che alla medesima appartenesse il pulpito della pieve attuale[…] scolpito in macigno con bassorilievi rappresentanti la vita di G. Cristo […] un altro esiste sopra la porta d’ingresso della facciata la cui costruzione sembra rimanotare al secolo XVI.
Di fronte alla chiesa di San Cassiano il piccolo e prezioso Museo: è ospitato dentro l’antico oratorio sede della confraternita del Santissimo Sacramento e Nome di Gesù, datato 1657. Il progetto di restauro e di riadattamento a sede museale, voluto dalla parrocchia per esporvi il gruppo equestre attribuito a Jacopo della Quercia, fino ad allora conservato presso la casa canonica, si realizza nell’agosto del 2012 quando venne inaugurata la sala espositiva che nel marzo del 2018 diverrà museo parrocchiale.
Giovanni Fattori “La libecciata” del 1885 (l’artista prese spunto dal paesaggio dello scoglio della tamerice)
Tra il 1859 e il 1870 Castiglioncello, molto prima di diventare una celebre località balneare assai frequentata da attori e registi cinematografici come avvenne negli anni ’50 -’60 del Novecento, fu uno dei luoghi decisivi per la nascita e la maturazione della pittura macchiaiola. In quel decennio la costa livornese fino ad Ardenza (dove fra l’altro si trovava anche la residenza del musicista Pietro Mascagni) e Livorno, ancora aspra e poco urbanizzata, divenne un laboratorio di sperimentazione grazie all’iniziativa di Diego Martelli e alla presenza di artisti come Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Silvestro Lega e Odoardo Borrani, trasformando un tratto allora periferico della Toscana in un centro di creatività artistica. … continua a leggereCastiglioncello e i Macchiaioli
La veduta della zona occidentale di Tarquinia con la torre della chiesa di Santa Maria di Castello e più a sinistra la chiesa e convento di Valverde
Origini antichissime caratterizzano la città che oggi accoglie il viaggiatore con il suo giro di mura medievali, le sue torri, le sue chiese e i suoi palazzi, ma la sua storia si muove ancora più addietro nel tempo, con le sue origini etrusche, l’antica Tarchna, ricca e fiorente già tra il VII e il IV secolo a.C., origini che trovano testimonianza nello splendido Museo Archeologico e nelle necropoli.
Antico centro etrusco che la tradizione vuole fondato da Tarconte, fratello o figlio di Tirreno, l’eroe eponimo del popolo etrusco. La città sorgeva in un ampio pianoro oggi denominato La Civita. Nel 181 a. C.in una porzione del suo territorio presso il mare fondò la colonia di Gravisca; nel 90 ricevette il diritto di cittadinanza e divenne municipio. Probabilmente nel sec. VII, per le invasioni barbariche e la malaria ,la città si spopolò e parte della popolazione si trasferì sul colle vicino, dando vita a Corneto, la Tarquinia moderna. Il centro si è denominato Corneto fino al 1872 quando ha assunto il nome di Corneto Tarquinia, poi quello di Tarquinia 1922 Corneto deriva dal latino cornetum ‘luogo piantato a cornioli …
Visitiamo oggi la sezione medievale e moderna del Museo Archeologico di Grosseto dove sono esposte le testimonianze provenienti dalla città e dai dintorni, reperti in base quali è stato possibile ricostruire la sua storia, evidenziando un insediamento divenuto più stabile e continuo intorno all’Alto Medioevo. Tra l’VIII e il XIII secolo l’abitato si sviluppò fino a diventare l’area urbana principale di quella zona pianeggiante tra l’Ombrone e il mare, in posizione viaria favorevole e strategica. … vai aVisita al Museo Archeologico e d’arte della Maremma
Lungo Corso Carducci, quasi al termine, si apre la facciata liscia e intonacata di una chiesa, non una qualsiasi, ma la più antica di Grosseto: San Pietro apostolo.
Sapendolo ci si sofferma ad osservare la sua attuale architettura, frutto di vari rimaneggiamenti nel tempo. Citata in una bolla di papa Clemente III nel 1188, fu edificata originariamente nell’VIII secolo lungo il tratto della via Aurelia che attraversava il centro cittadino, secondo l’attuale percorso di Corso Carducci. Subì ampliamenti tra il IX e il XII secolo fino all’aspetto attuale con nuovi restauri seicenteschi e settecenteschi. Le sue origini si legano quindi a quelle della città e alla sua storia successiva rivestendo una notevole importanza: la chiesa originaria viene fatta risalire agli anni compresi fra la fine dell’VIII secolo e l’inizio del IX, mentre l’attuale potrebbe essere stata costruita subito dopo il 1138, data in cui avvenne lo spostamento della Sede Vescovile da Roselle, l’antica città romana ricca e fiorente sul lago Prile, ormai decaduta rispetto alla favorevole e strategica posizione raggiunta nella piana dell’Ombrone da Grosseto. … continua a leggere A Grosseto la chiesa di san Pietro apostolo
gli affreschi di quattro tombe della necropoli di Montarozzi “strappate” e ricostruite
La tomba delle bigheTomba delle Olimpiadi
Al secondo piano del Museo, in una sala climatizzata, gli affreschi di alcune delle tombe della necropoli di Montarozzi (Tomba del Triclinio, Tomba delle Bighe, Tomba della Nave e Tomba delle Olimpiadi) che riproducono la struttura della tomba originale: per motivi conservativi con un lavoro di estrazione particolarissimo, sono stati poi ricostruiti in questa sala. Il termine “strappare” per indicare il metodo utilizzato dà l’immagine del procedimento:
“parete per parete e in un sol pezzo, applicando prima sulle superfici pittoriche un doppio strato di tela finissima con gomma lacca incolore diluita in alcool, le decorazioni delle tombe delle Bighe, del Triclinio e del Letto funebre; pulite e spianate a tergo esse sono state poi ritrasportate su una doppia tela imbevuta di caseato di calcio e fissate infine con tiranti elastici regolabili su telai di pino di Paranà”
scrive Renato Bertoccini nel suo testo “Le pitture etrusche di Tarquinia”.
In altre pagine del volume spiega la tecnica utilizzata dagli Etruschi per istoriare le pareti delle tombe, la stessa praticata dai Greci e dagli Egiziani:
“Veniva steso l’intonaco sulle pareti di tufo delle tombe ottenuto da un impasto composto per circa un terzo di carbonato di calcio e due terzi di argilla, a cui veniva talvolta aggiunta una piccola quantità di torba per mantenerlo umido per impedirne l’indurimento prima che si effettuasse il disegno e vi si stendessero i colori; poi si passava una mano di scialbo bianco o grigiastro per fissare la pittura. Le figure erano dapprima delineate con pennellate rosse, di rado precedute da linee contorno che invece venivano sempre utilizzate per suddividere i riquadri in cui erano suddivise le scene. Pochi i colori base utilizzati; negli affreschi più antichi solo il nero, ottenuto con fuliggine o col carbone vegetale, il bianco (bianco di Spagna o creta bianca), il rosso e il rosa pallido a base di ossido di ferro. Successivamente la gamma cromatica si accrebbe con il giallo di terra di ocra, il blu ottenuto con polvere di lapislazzuli o con un composto di rame, calcio e silice detto frite égyptienne; il verde, unendo malachite e frite égyptienne. Mescolando diluendo questi colori base si ottenevano poi tutte le altre svariate tinte e mezzetinte di cui sono talvolta ricche alcune composizioni”.
Altre interessanti notizie vengono illustrate nei molti pannelli esplicativi presenti nella sala che indicano la necropoli di Monterozzi come la più estesa e ricca di manufatti. Le pitture funerarie in esse contenute sono state datate tra il VII e il II secolo a.C. Un apparato scenico, quello delle tombe dipinte, riservato alle classi più abbienti. La credenza che la vita continuasse oltre la morte determinava la scelta degli artisti di raffigurare scene di vita quotidiana che oggi costituiscono fonte preziosa di conoscenza circa usi e costumi dei nostri antenati. A partire dagli ultimi anni del V secolo a.C. la convinzione più spiritualista determinò scelte raffigurative a carattere diverso: compare infatti un mondo dell’aldilà popolato da dei e demoni.
Quel s’attuffo, e tornò su col volto; Ma i demon, che del ponte avean coperchio, Gridar: Qui non à luogo il Santo Volto; Qui si nuota altrimenti, che nel Serchio: (Inferno, canto 21°, vv 46 -49)
Siamo a Lucca nella piazza che ospita il Duomo. L’occasione non è solo legata a visitare questa storica chiesa ma alla statua lignea del Volto Santo che in questo settembre ha ripreso, dopo un restauro durato tre anni, il suo posto all’interno della sontuosa cattedrale.
È la più antica scultura lignea monumentale dell’Occidente, databile tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo.
La giornata di Giuseppe trascorreva trasportando rena per far calcina, insieme al babbo manovale nei cantieri delle ville signorili e della città e dei dintorni di Firenze, ma anche disegnando con il carboncino su quei bei muri intonacati di fresco che tanto scatenavano il suo desiderio di vedere realizzate le sue immagini fantasiose, anche a costo di sgridate e sguardi incuriositi. Fu così che il marchese Andrea Gerini ne scoprì l’acerbo talento e lo avviò agli studi perché potesse emergere in tutte le sue potenzialità. Fu quindi affidato agli insegnamenti di Ranieri del Pace un artista originale che aveva potuto sperimentare le botteghe romane e diffonderne le novità nelle terre del Granducato: era il lontano 1730.
Non è una leggenda e nemmeno una favola a lieto fine, è la storia di un talento messo fortunatamente a frutto nella Firenze del XVIII secolo.
Parliamo ovviamente del giovane Giuseppe Zocchi (1711-1767), fiorentino, e della sua prorompente passione per il disegno, divenuto poi incisore e pittore di fama e di cui si conservano in vari Musei del mondo le opere: dipinse a Firenze nel palazzo Rinuccini, decorò la galleria Gerini, ma anche la villa Serristori e il soffitto del teatro della Pergola. Numerosissimi i paesaggi e le vedute sia di Firenze che della Toscana, ma disegnò anche per lavori in pietre dure e per le illustrazioni di classici latini e molte delle sue opere furono poi incise, da altri e da lui stesso.
Nell’estate del 1744 dalla bottega di Giuseppe Allegrini “stampatore in rame” usciva la scelta di XXIV vedute delle principali contrade, piazze, chiese e palazzi della Città di Firenze tratte dai disegni dello Zocchi.
Ci piace allora riproporre alcune sue “vedute”, particolari e minuziose della Firenze di allora, in una Galleria di immagini che possano, per quanto minime, presentare e far conoscere le sue opere che, oltre all’apporto artistico, rappresentano un ampio documento a livello storico e antropologico.