Antichi mestieri: Cino l’arrotino

di Luisa Gianassi

Oltre alle rondini, sul tetto della grande casa del Pian dei Poggioli, nidificavano anche i passeri. C’erano decine di nidi riparati sotto i vecchi coppi in laterizio e spesso capitava che qualche passerottino implume cadesse nel prato sottostante. Era il mio babbo Guido che, alzandosi al primo albeggiare per sistemare la stalla, li raccoglieva e me li faceva trovare, come un dono, in una gabbietta dove avevamo sistemato un nido abbandonato, recuperato da un vecchio oppio. Io ero felice di allevarli a molliche di pane inzuppate nel latte. Aprivano avidamente il loro becco, esageratamente grande rispetto al resto del corpo. Li imbeccavo con un minuscolo cucchiaino che il babbo aveva ricavato scavando un ramoscello di sambuco. Non appena spuntavano le prime piume iniziavo lo svezzamento, prima con un pesto di insettucci e poi con la “beccatura”, il grano tritato risultato di scarto della trebbiatura sull’aia, così chiamato perché destinato come becchime al pollame. Quando iniziavano a volare aprivo la gabbietta ed assistevo ai loro goffi tentativi di librarsi nella stanza. Allorché le loro ali si facevano forti aprivo la finestra e dopo aver cosparso il davanzale con il loro becchime, li lasciavo liberi. Ad apprezzare la libertà impiegavano qualche giorno, ma poi spiccavano il volo e per qualche tempo tornavano a cibarsi sul davanzale. … continua a leggere Antichi mestieri: Cino l’arrotino

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Antichi mestieri: il castrino

di Luisa Gianassi

di Luisa Gianassi. La ricetta del cibreo mi ha richiamato alla mente la figura del “castrino”. In realtà da bambina, senza saperlo, ho gustato qualcosa di simile al cibreo. Anche se questo ricordo parla di circa 60 anni fa, è in realtà lontano un secolo e un millennio dal nostro “comune sentire” e quindi spero di non urtare la sensibilità del lettore, perché non possiamo giudicare il passato con gli occhi del nostro presente.

La ricetta del cibreo mi ha richiamato alla mente la figura del “castrino”. In realtà da bambina, senza saperlo, ho gustato qualcosa di simile al cibreo. Anche se questo ricordo parla di circa 60 anni fa, è in realtà lontano un secolo e un millennio dal nostro “comune sentire” e quindi spero di non urtare la sensibilità del lettore, perché non possiamo giudicare il passato con gli occhi del nostro presente.

Quando nel podere del Pian dei Poggioli arrivava Vasco Lotti, era un gran fermento di preparativi e per me, bambina di 6 anni, era un avvenimento. Il Lotti veniva da una famiglia di Barberino che vantava una tradizione di “castrini” fin dal 1700. Era sempre ben vestito e portava una consunta valigetta in pelle marrone con i ferri del mestiere. Tutti lo trattavamo con la deferenza dovuta ad un veterinario, anche se si trattava solo di una figura artigianale che con la pratica aveva acquisito l’abilità di castrare gli animali, cioè di togliere loro gli apparati della riproduzione in modo da renderli sterili. Le vittime predilette erano maialini di circa un mese, chiamati lattonzoli e i galletti.

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Le gualchiere di Remole

di Salvina Pizzuoli

Le gualchiere di Remole

Chi percorre la via di Rosano lungo la riva sinistra dell’Arno, in prossimità di via di Remoluzzo, vede comparire i merli di antiche torrette in pietra e laterizio: si tratta delle gualchiere di Remole testimonianza della fiorente industria laniera fiorentina nel lontano XIV secolo.

Sono ancora lì, ormai in disuso e in grande degrado, ma ancora presenti nonostante l’età ad attestare la loro storia lunghissima che si muove dal lontano 1327 circa fino al 1966, anno dell’ultima alluvione devastante del fiume, quando furono completamente dismesse e abbandonate non da quello che fu il loro ruolo originario ma di mulino da grano e frantoio.

Ma cosa erano le gualchiere e quale ruolo ricoprivano nella produzione dei “panni lani”?

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