di Salvina Pizzuoli

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Impossibile non notarla, anche da lontano, dai lungarni di qua d’Arno soprattutto: l’elegante facciata ad ampie tarsie marmoree bicrome, il bianco di Carrara e il verde del serpentino di Prato, a formare motivi geometrici, lo splendido mosaico (1260) a fondo dorato con Cristo in trono benedicente fra la Madre e San Miniato che, specialmente nelle giornate di sole, balugina, così come l’aquila artigliante in rame che ne occupa la sommità, simbolo dell’arte di Calimala, la corporazione che ne ebbe per anni la tutela, ma anche i cinque archi della parte inferiore che ben si distinguono pur nella distanza, disegnati e delimitati dalle belle semicolonne.

In posizione scenografica, è una delle più antiche e insigni creazioni del romanico a Firenze, si erge su quel colle che nel tempo ha assunto diverse denominazioni: Monte del Re, ma anche Monte Fiorentino e San Miniato, designazione che si richiama al nome del santo le cui reliquie, come si tramanda, sono custodite nella cripta.

Nelle leggende c’è sempre tanta storia e vanno pertanto lette e interpretate soprattutto quando gli avvenimenti a cui si riferiscono si perdono in tempi assai lontani.

Pare proprio siano stati i mercanti siriaci a introdurre il cristianesimo a Firenze e che il culto di San Miniato fosse di origine orientale. Era un principe armeno, così ci piace immaginarlo anche se da molte parti si ritiene diversamente, forse un soldato o un mercante, che subì insieme ad altri compagni le persecuzioni dell’imperatore Decio (249 d.C.) e con i quali pare vivesse da eremita proprio su quel colle che da lui avrebbe preso il nome, in un bosco che allora si chiamava Selisbot o come si legge in altri scritti Elisbots o Val di Botte nel quale si rifugiarono i primi seguaci delle dottrine evangeliche che pare vi avessero anche edificato un oratorio dedicato a San Pietro.

La leggenda precisa però che il santo sarebbe stato decapitato non sulla collina ma in basso, lungo il corso del fiume Arno, in un’ansa dove le acque creavano un gorgo, denominata poi Croce al gorgo perché contrassegnava il luogo del martirio per decapitazione e tramanda che il santo, raccolta la testa, si fosse recato sul colle per indicare il luogo della sua sepoltura e lì fosse spirato. La testa, che imbracciata sia stata portata fino alla sommità del colle, potrebbe simboleggiare il cammino del fedele dalla terra verso il cielo ma anche che la testa racchiude la mente, l’intelletto, come scrive Renzo Manetti*, potrebbe indicare il viaggio dell’anima, con l’ascesa del monte, verso l’eternità, in base alla teoria neoplatonica che fosse la testa la sede dell’anima. Simbologie che si richiamano al cammino dell’anima sono ravvisate nella struttura della basilica: dalla cripta che affonda nelle radici terrene attraverso l’intelletto si sale, per sette scalini, che nella simbologia dei numeri vuole significare l’ingresso nella vita e nello spazio tempo come avvenne nei sette giorni della creazione, alla navata che si sviluppa sulla terra e da qui per sedici scalini, il doppio di otto che raddoppia la simbologia del numero e del suo valore di eternità, al presbiterio che si eleva, fino al catino che raffigura il Cristo nella calotta celeste. Anche l’orientamento della struttura risente dell’esoterismo di cui la chiesa è portatrice: come molte altre cariche di simboli, è rivolta a sud-est perché, scrive Manetti, è da quella direzione che sorge il sole nel periodo dell’anno che festeggia la nascita di Cristo.

In effetti ammirare la sua splendida facciata, la composizione architettonica nel simbolismo dei numeri, i giochi di luce, gli splendidi intarsi della pavimentazione della navata centrale, lo zodiaco, ispirano nel visitatore la sensazione di trovarsi in un luogo particolare, una porta del cielo, come si legge nell’iscrizione incisa sul portone orientale, haec est porta coeli, un luogo in cui l’energia che vi trascorre si avverte.

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Perché proprio lì? Quanto la leggenda racconta può bastare a rispondere a questo interrogativo?

Molte le ragioni, ci dicono gli studiosi, di interesse politico, religioso e personale, furono alla base della scelta del vescovo Ildebrando (vescovo fiorentino dal 1008 a dopo il 1020) quando decise di iniziare i lavori di costruzione o di ristrutturazione dalla basilica preesistente e l’annesso monastero benedettino: rafforzare il proprio potere personale e patrimoniale, non dimentichiamo che ai tempi i rappresentanti ecclesiastici non brillavano per comportamenti adeguati al compito pastorale e che lo stesso Ildebrando avesse figli e concubina, salvaguardando i beni appartenenti alla Chiesa fiorentina dall’espansione di famiglie come i Guidi e i Cadolingi, ma salvaguardando di fatto un proprio patrimonio privato? Oppure mirava a rinverdire il culto di San Miniato per accrescere il proprio potere e indirettamente quello dell’imperatore, politica alla quale era legato? Agli studiosi il compito di approfondire.

La storia testimonia la presenza sul colle di una basilica presumibilmente paleocristana, come compare in diverse donazioni di imperatori tra le quali la più antica risale a Carlo Magno ed è datata VIII secolo documento in cui la chiesa viene appunto definita basilica, proprio perché conservava le reliquie di martiri. Si deve probabilmente alle donazioni in terreni presso la chiesa di San Miniato al vescovo fiorentino che il monte venisse denominato Monte del Re.

La data dei primi lavori di edificazione della chiesa che oggi ammiriamo, nata per volere del vescovo Ildebrando che si riferisce al monte chiamandolo Monte Fiorentino, fossero da riferire alla parte centrale della cripta e del basamento dell’abside (tra il 1014 – 1018) mentre gli altri, relativi al corpo basilicale, tra il 1070 e il 1150; per il termine dei lavori viene accolta la data 1207, anno inciso nel pavimento insieme ad un’iscrizione che si presta a più interpretazioni.

Nella prima riga in alto si legge la data 1207 in caratteri romani

E non è l’unico segreto che la basilica custodisce e da svelare: tra quelli più eclatanti la funzione astronomica del grande zodiaco che occupa la parte centrale della pavimentazione nella navata principale, quando nel giorno del solstizio d’estate il sole che penetra con i suoi raggi luminosi si sofferma sul segno del cancro:

“Sono certamente interessate in fenomeni luminosi le finestre della navata maggiore nel giorno del solstizio estivo. In particolare, la terza finestra meridionale a partire dalla facciata lascia filtrare un raggio di Sole che, progressivamente allineandosi con l’asse, si spegne sul segno solstiziale del Cancro (Nota 14. Il fenomeno avviene alle ore 12,53 (ora del fuso) ed è stato calcolato nel 2012 dallo gnomonista Simone Bartolini (Bartolini, 2013) “**

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* Renzo Manetti “San Miniato al Monte. Simboli e mistero di un’architettura Sacra” Mauro Pagliai Editore, Firenze 2018

**Lo sguardo di San Miniato al Monte in Firenze di Manuela Incerti in Atti del XI Convegno Società Italiana di Archeoastronomia. Il dentro e il fuori del cosmo. Punti di vista per interpretare il mondo

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