Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l’ira di Currado volge in riso, e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado.

È la quarta novella della sesta giornata del Decameron.

Corrado Gianfiglaizzi, nobile cittadino proprietario di vari terreni nella zona di Peretola, si dilettava come i suoi pari nella caccia col falcone. Un giorno catturò una gru nelle aree lacustri caratteristiche della piana e la mandò al suo cuoco, un uomo di origine veneziana, perché la cucinasse.

De Arte Venandi Cum Avibus, (Città del Vaticano, Bibblioteca Apostolica Vaticana)

Peretola, insediamento di origine etrusca, rappresentava un’area densamente coltivata e popolata da varie case coloniche fattorie e ville, tra cui quella della famiglia Vespucci, racchiusa fra la via pistoiese a sud e a settentrione dall’antica via Cassia vetus di origine romana che usciva da Firenze al ponte di Rifredi e continuava verso Lucca attraversando varie località che presero il nome dalle pietre miliari della strada: Quarto, Quinto, Sesto, Settimello. Il borgo di Peretola è menzioanto per la prima volta in un documento del 1178 e il toponimo pare derivi dalle numerose piante di pero presenti nel territorio.

Vi abbondava la selvaggina attirata dalle zone lacustri e le gru, ritenuto un piatto assai prelibato all’epoca erano considerate una preda assai ambita.

Così Chichibio appena ricevuto il volatile si apprestò a cucinarlo per la mensa del padrone, accese il fuoco e iniziò una lenta cottura sul fuoco a legna come richiedeva la carne piuttosto grassa dell’animale.

Chichibio, il quale come riuovo bergolo era così pareva, acconcia la gru, la mise a fuoco e con sollicitudine a cuocerla cominciò. La quale essendo già presso che cotta grandissimo odor venendone, avvenne che una feminetta della contrada, la qual Brunetta era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina; e sentendo l’odor della gru e veggendola, pregò caramente Chichibio che ne le desse una coscia. Chichibio le rispose cantando e disse: – “Voi non l’avrì da mi, donna Brunetta, voi non l’avrì da mi”*. Di che donna Brunetta essendo un poco turbata, gli disse: – In fè di Dio, se tu non la mi dai, tu non avrai mai da me cosa che ti piaccia; – e in brieve le parole furon molte. Alla fine Chichibio, per non crucciar la sua donna, spiccata l’una delle cosce alla gru, gliele diede.

Chichibio e la gru (miniatura XVI secolo)

Corrado ha un ospite a cena e quando viene servita la gru con una sola gamba si meraviglia e poi assai irritato manda a chiamare il cuoco per avere una spiegazione:

Al quale il vinizian bugiardo subitamente rispose: – Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e una gamba. Currado allora turbato disse: – Come diavol non hanno che una coscia e una gamba? Non vid’io mai più gru che questa? Chichibio seguitò: – Egli è, messer, com’io vi dico; e quando vi piaccia, io il vi farò veder né vivi.

Il nobile non vuol battibeccare con il suo servitore davanti agli ospiti e preferisce lanciare una minaccia ben sapendo che il tempo gli darà ragione:

Poi che tu dì di farmelo vedere né vivi, cosa che io mai più non vidi né udii dir che fosse, e io il voglio veder domattina e sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo, che, se altramenti sarà, che io ti farò conciare in maniera che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai, del nome mio.

Il mattino seguente, appena sorto il sole, Corrado a cui non era ancora passata l’arrabbiatura, ordinò di preparare un cavallo per sé e un ronzino per Chichibio e si diressero verso una fiumara dove di solito si vedevano le gru.

Chichibio vedendo il padrone ancora acceso dall’ira avanzava in preda a una cupa paura, sarebbe volentieri fuggito ma non ne aveva la possibilità e pertanto cavalcava muto e meditabondo non sapendo come sfuggire all’inevitabile punizione:

si sarebbe fuggito; ma non potendo, ora innanzi e ora addietro e da lato si riguardava, e ciò che vedeva credeva che gru fossero che stessero in due piedi. Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che ad alcun vedute sopra la riva di quello ben dodici gru, le quali tutte in un piè dimoravano, si come quando dormono soglion fare.

Chichibio è pronto e arguto, gli si presenta l’occasione e la coglie immediatamente ed è questo che Boccaccio apprezza nell’agire umano:

Per che egli prestamente mostratele a Currado, disse: – Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un piè, se voi riguardate a quelle che colà stanno.

Currado vedendole disse: – Aspettati, che io ti mosterrò che elle n’hanno due; – e fattosi alquanto più a quelle vicino gridò: – Ho ho; – per lo qual grido le gru, mandato l’altro piè giù, tutte dopo alquanti passi cominciarono a fuggire. Laonde Currado rivolto a Chichibio disse: – Che ti par, ghiottone? Parti ch’elle n’abbian due?

Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse, rispose: – Messer sì, ma voi non gridaste – ho ho – a quella di iersera; ché se così gridato aveste, ella avrebbe così l’altra coscia e l’altro piè fuor mandata, come hanno fatto queste. A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua ira si convertì in festa e riso, e disse: – Chichibio, tu hai ragione, ben lo dovea fare. Così adunque con la sua pronta e sollazzevol risposta Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo signore.

Anche Chichibio è uno dei tanti eroi del Boccaccio che in linea con i valori della società borghese e mercantile apprezza chi con intelligenza, prontezza e ingegno riesce a cavarsela anche nelle situazioni più complicate.

*Chichibio si espime in dialetto veneziano, nota interessante l’uso del plurilinguismo nella novella.

Articoli correlati:

I luoghi del Decameron: le chiese fiorentine

I luoghi del Decameron: Lamporecchio e Masetto