Le cento novelle dell’opera del Boccaccio sono in buona parte ambientate in Toscana e molte a Firenze.

Le chiese fiorentine del Decameron

Proprio in una chiesa, quella di Santa Maria Novella, ha inizio il Decameron. Lì si incontrano le sette fanciulle e i tre giovani che per sfuggire alla peste si rifugiano in una villa di campagna per dieci giorni e durante quel periodo si intrattengono piacevolmente narrando le novelle.

Così scrive il Boccaccio nell’Introduzione:

Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata.

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nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella, un martedì mattina, non essendovi quasi alcuna altra persona, uditi li divini ufici in abito lugubre quale a sì fatta stagione si richiedea, si ritrovarono sette giovani donne tutte l’una all’altra o per amistà o per vicinanza o per parentado congiunte, delle quali niuna il venti e ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto, savia ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di costumi e di leggiadra onestà.

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ed ecco entrar nella chiesa tre giovani non per ciò tanto che meno di venticinque anni fosse l’età di colui che più giovane era di loro; ne quali né perversità di tempo né perdita d’amici o di parenti né paura di se medesimi avea potuto amor, non che spegnere, ma raffreddare. (Decameron, Introduzione)

La chiesa di Santa Maria Novella e il suo complesso conventuale apparteneva all’ordine domenicano; situata fuori dalla cerchia delle mura in mezzo a terreni agricoli (come ricorda il toponimo della non lontana via delle Vigne) era già famosa e importante per la frequenza di celebri predicatori.

La chiesa, costruita nel 1221, non era solo luogo di culto ma anche luogo di ritrovo e amministrativo per la gestione di censimenti e catasti.

Vicinissima a Santa Maria Novella sorgeva e sorge ancora la Chiesa di San Paolino sempre appartenente all’ordine domenicano; l’edificio, la cui costruzione risale al 335 secondo quanto riporta una lapide vicino all’altare maggiore, è situato su una omonima strada che inizia da via Palazzuolo, nelle vicinanze di via de’ Fossi lungo la cerchia delle mura del Duecento dove era stato deviato il Mugnone che prima sfociava nei pressi del Ponte Vecchio. In questa chiesa situata in un quartiere abbastanza modesto abitato da piccoli artigiani venivano sepolti i popolani fiorentini come Simona e Pasquino, protagonisti della tragica vicenda  narrata nella settima novella della quarta giornata, giovani innamorati morti dopo aver mangiato la salvia.

La Simona ama Pasquino; sono insieme in uno orto; Pasquino si frega a’ denti una foglia di salvia e muorsi; è presa la Simona, la quale, volendo mostrare al giudice come morisse Pasquino, fregatasi una di quelle foglie a’ denti, similmente si muore.

Era sotto il cesto di quella salvia una botta di maravigliosa grandezza, dal cui venenifero fiato avvisarono quella salvia esser velenosa divenuta. Alla qual botta non avendo alcuno ardire d’appressarsi, fattale d’intorno una stipa grandissima, quivi insieme colla salvia l’arsero, e fu finito il processo di messer lo giudice sopra la morte di Pasquino cattivello. Il quale insieme con la sua Simona, così enfiati come erano, dallo Stramba e dallo Atticciato e da Guccio Imbratta e dal Malagevole furono nella chiesa di San Paolo sepelliti, della quale per avventura eran popolani.

La zona fra Santa Maria Novella e Ognissanti fino alla chiesa di Santa Lucia al Prato era piena campagna e in quest’area è ambientata la novella settima dell’ottava giornata narrata da Pampinea:

Uno scolare ama una donna vedova, la quale, innamorata d’altrui, una notte di verno il fa stare sopra la neve ad aspettarsi; la quale egli poi, con un suo consiglio, di mezzo luglio ignuda tutto un dì la fa stare in su una torre alle mosche e a’ tafani e al sole.

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La fante fece la risposta, e ordinossi che in Santa Lucia del Prato fossero insieme

La chiesa risalente. al XIII secolo, fu edificata fuori dal secondo cerchio di mura per via dell’aumento della popolazione in quel rione, e venne concessa ai Frati Umiliati, la cui sede principale era la chiesa di Ognissanti. L’ordine giunse a Firenze nel 1231 proveniente da Alessandria dove la lavorazione della lana aveva metodi più avanzati; proprio per questo motivo il vescovo Giovanni de’ Mangiadori concesse loro di stabilirsi in Ognissanti, vicino alle rive dell’Arno essenziale per lo sviluppo di questa attività. Fu proprio tale ordine a dare impulso alla lavorazione della lana che diverrà una delle Arti più ricche e potenti della città

Di fronte a tale chiesa vi era un grande prato da cui il toponimo.

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