La mattina del 15 giugno 1944 l’inferno dei bombardamenti si abbatté su Caletta, Portovecchio e Rosignano Solvay, trasformando un angolo di paradiso toscano in un teatro di macerie e dolore

Siamo nel cuore della campagna d’Italia nell’estate del 1944. Dopo lo sfondamento della Linea Gustav e la liberazione di Roma, le truppe alleate risalgono la penisola. I tedeschi, in ritirata strategica verso la Linea Gotica, cercano di rallentare l’avanzata anglo-americana facendo terra bruciata dietro di sé: ponti, strade e ferrovie diventano nodi nevralgici da difendere o distruggere.
In questo scenario si inserisce l’operazione aerea “Strangle” (Strizzamento), un massiccio piano di interdizione alleato volto a strangolare la logistica nemica. Fino a quel momento, per gli abitanti di Castiglioncello e Rosignano Solvay, la guerra era stata un rumore lontano, una privazione quotidiana, la paura dell’occupante. Nessuno avrebbe immaginato che il litorale sarebbe diventato, nel giro di pochi minuti, un obiettivo primario.
La cronaca di quella mattina è scandita dai diari di volo militari. Tra le 8:27 e le 8:37, trentotto bombardieri bimotori North American B-25 Mitchell del 321st Bombardment Group decollano dalla base di Solenzara, nella vicina Corsica. La loro destinazione originaria è un viadotto a Ronta, nel Mugello. Ma il cielo della provincia di Firenze è pesantemente coperto da banchi di nubi.

I comandanti della missione decidono quindi di dirigersi verso gli obiettivi alternativi sulla costa: il ponte ferroviario e il ponte stradale della via Aurelia a Castiglioncello, in località Caletta.
Divisi in due formazioni da diciannove aerei ciascuna, i bombardieri raggiungono il litorale livornese. Da una quota di circa 3.000 metri vengono sganciate complessivamente 124 bombe da 1.000 libbre (circa 450 chili l’una). Il ponte della ferrovia viene centrato, quello stradale resta intatto. Ma la precisione del tiro si rivela drammaticamente bassa: le relazioni degli stessi equipaggi americani e i successivi studi storici confermeranno che appena il 41% degli ordigni cadde nell’area prevista. Il resto finì sulle case.
Il prezzo più alto di quel fallimento tattico fu pagato dai civili. Le bombe devastarono un quadrante che comprendeva Caletta, Portovecchio, Villa Marina e alcune zone residenziali di Rosignano Solvay.
Il luogo simbolo di questa tragedia fu l’Istituto israelitico “Lazzaro Levi”, situato nella località nota storicamente come Trik-Troy, alla Caletta. Nato nel 1918 grazie al lascito testamentario di un benemerito cittadino di Cento, l’istituto era stato per anni un’eccellenza, un ospizio marino nato per offrire cure e aria salubre ai bambini più bisognosi delle comunità ebraiche italiane. Con l’avvento delle leggi razziali e l’occupazione tedesca, le attività sanitarie erano state bruscamente interrotte, ma le solide mura della struttura erano diventate il rifugio disperato di decine di civili del posto e sfollati. Il crollo dell’edificio si trasformò in una trappola mortale: sotto le sue macerie persero la vita ben 18 persone.

La furia dell’esplosione non risparmiò la scuola elementare “Renato Fucini”, colpì Villa Marina (allora sede del comando locale della Todt, l’organizzazione ingegneristica tedesca) e danneggiò gravemente la chiesa di Portovecchio, dove rimase ferito il parroco, don Carlo Gradi. A Rosignano Solvay l’inferno si materializzò lungo la via Aurelia, via Monte alla Rena, via del Fascio (che la toponomastica della Liberazione ribattezzerà significativamente via del Partigiano) e via Dino Leoni (oggi via Berlinguer).
Nel 2014, in occasione del settantesimo anniversario della strage, il Comune di Rosignano Marittimo e l’ANPI hanno voluto fissare quel ricordo nel bronzo, inaugurando sul lungomare Cristoforo Colombo un’opera dello scultore Rolando Filidei intitolata proprio “Bombardamento su Castiglioncello”.
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