Le donne fiorentine del Trecento


di Luisa di Tolla

Dama fiorentina del XIV secolo

Dama fiorentina del XIV secolo

Nella Firenze del Trecento, le donne uscivano raramente di casa, ma in quelle poche occasioni esse facevano sfoggio sia di bellezza, che di sfarzo e persino di eccentricità nel trucco e nell’abbigliamento.

Negli anni di Dante e Beatrice, quando Firenze era una città molto gioiosa, ma anche molto corrotta, esse, erano un simbolo di prestigio: l’orgoglio di una famiglia si fondava in gran parte sulla dote che essa riusciva a conferire ad una ragazza da marito e sulle capacità di spreco che una moglie o una figlia dimostravano nel vestire.

Per essere belle, le donne si adattavano a ogni genere di tormenti.

La pelle doveva essere bianca e pulita, perciò facevano incetta di “lattovari”[1] e “acquelanfe”[2], o ricorrevano alle arti di “certe femminette” che, come dice il Boccaccio, «fanno gli scorticatoi alle femmine, e pelando le ciglia e le fronti, e col vetro sottigliando le gote, e del collo assottigliando la buccia, e certi peluzzi levandone». Per le depilazioni più radicali, le ricette dell’epoca davano questi consigli: «recipe calcina viva e ben trita e cribellata, e sia posta in vaso di terra e fatta bollire e cuocere a modo di poltiglia, e poscia togli auripimento (solfuro di arsenico) dragma una e sia anche cotto con la calcina». Per verificare se la mistura era pronta, si faceva in tal modo: «togli una penna, che sia posta nel detto unguento; e se la penna si depila è cotto, se no no».

tacuinumsanitatisrifatta

Capelli biondi e maniche ampie

Per la pelle delle malcapitate che applicavano tale preparato, la stessa fonte si affrettava ovviamente a prescrivere anche il rimedio contro le ustioni: unguento populeo e olio rosato.

I capelli erano più belli se biondi. Per schiarirli si usavano ranni speciali e, soprattutto, il sole. Le donne trascorrevano lunghe ore sui tetti delle case, munite di insoliti cappelli con larga tesa, ma senza copricapo (le “solane”), in modo che i capelli potessero godere dei raggi del sole, senza che la pelle si scurisse. Franco Sacchetti, il moralista dell’epoca, che probabilmente passava parte del suo tempo a occhieggiare dall’alto delle case-torri, se la prendeva con questo costume femminile di trattare i capelli col sole: «tutto dì su per li tetti» scriveva, «chi l’increspa, chi l’appiana e chi l’imbianca!».

Naturalmente la donna era bella se alta di fianchi. Perciò le scarpe erano veri trampoli, mentre le gonne strisciavano sul suolo per nascondere quell’artificio: ed era una vera arte conservare una bella andatura senza oscillare su quei marchingegni. Le scollature erano molto profonde, cosa che faceva indignare persino Dante contro «l’andar mostrando con le poppe il petto». pellanda1

 

 

Le stoffe erano preziosissime e per questo era necessario che fossero anche abbondanti. Gli strascichi si allungavano e le maniche si gonfiavano a sacco. «Le maniche loro», commentava il solito Sacchetti, «o sacconi piuttosto si potrebbero chiamare, qual più trista e più dannosa e disutile foggia fu mai? Poté nessuna torre o bicchiere o boccone di su la mensa che non imbratti e la manica e la tovaglia co’ bicchieri che ella fa cadere?». Periodicamente gli uomini, forse mossi dalla parola di qualche santo frate che tuonava dal pulpito contro il lusso eccessivo, emanavano leggi restrittive contro gli eccessi dell’abbigliamento femminile, come accadde ad esempio nel 1330: la Repubblica fiorentina istituì una magistratura minore, l’Ufficiale delle donne, degli ornamenti e delle vesti, con il compito di sovrintendere alle leggi suntuarie. In particolare doveva vigilare contro l’ostentazione sfarzosa  nell’abbigliamento femminile durante i banchetti di nozze e ai funerali. In quell’anno, riferisce Giovanni Villani, furono emanate disposizioni severissime: erano proibiti gli scolli, gli strascichi, le famose maniche a saccone e le pelli di ermellino e altri animali costosi.

Dama fiorentina del XV secolo riccamente abbigliata

Dama fiorentina del XV secolo riccamente abbigliata

 

Fu anche stabilito «che niuna donna non potesse portare nulla corona né ghirlanda, né doro né d’ariento né di perle né di pietre né di seta […] né trecciere di nulla spezie se non semplici, né nullo vestimento intagliato né dipinto con niuna figura […] né nulla fregiatura né d’oro né d’arinento né di seta, né niuna pietra preziosa né eziandio ismalto né vetro; né potere portare più di due anella in dito…».

Gli unici in grado di esercitare un’opposizione diretta contro simili provvedimenti erano in realtà gli orafi e i setaioli, che vedevano notevolmente ridotte le loro entrate.

 

[1] Con elettuario (o elettovario, elettovaro, lattovaro) si indica un antico preparato farmaceutico composto da una densa miscela di principî attivi, polveri, parti ed estratti vegetali impastati con dolcificanti come miele o sciroppi per mascherarne il sapore sgradevole. Il composto molle veniva assunto sotto forma di decotto, di infuso o di bolo (pillole prive di componenti minerali).

[2] Acqualanfa, o acqua lanfa, o acqua nanfa: sorta d’acqua odorosa ricavata per distillazione dai fiori d’arancio.

5 risposte a Le donne fiorentine del Trecento

  1. luciana ferrara ha detto:

    Interessantissimo, questo articolo

    Liked by 1 persona

  2. letizia ofelia candellieri ha detto:

    Molto istruttivom e interessante. Grazie

    Mi piace

  3. sara ha detto:

    Grazie per regalarci queste ” chicche”

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...