Il Percorso ad anello B1 delle burraie dalle pendici del Monte Senario

di Salvina Pizzuoli

Siamo a Monte Senario, l’antico Asinarius o Sinarius, posto, come scriveva lo storico Repetti, “tra la Sieve e il Mugnone a 4 miglia toscane a scirocco di Vaglia e a 10 miglia toscane a ostro di Firenze”.

Ci porta fin quassù non il caldo afoso che la nostra bella Firenze sa regalarci in più giornate estive, ma un percorso a piedi, inaugurato da poco, realizzato dalla Pro loco di Vaglia in collaborazione col Circolo Arci “Chiari di luna” e il contributo dell’Amministrazione Comunale, alla scoperta di antichi cimeli dell’attività rurale: la grande ghiacciaia e le burraie; così grande da essere la più imponente d’Europa e tale ancora oggi si presenta alla vista del visitatore nonostante abbia perso tutto il suo apparato architettonico che la rendeva elegante e pregevole. E quindi le burraie strutture preposte alla lavorazione del latte per ottenerne crema per formaggi e burro.

Ma procediamo con ordine.

Siamo nel primo parcheggio che si incontra lungo la strada in salita che porta al Convento e precisamente nel Parcheggio della Croce, un ampio spiazzo che lambisce un’estesa abetaia di douglasia, una specie di abete dal veloce accrescimento quindi utile per un rapido ripopolamento del manto boschivo. Alcuni cartelli in fondo, rispetto all’accesso dalla strada, ci indicano il nostro itinerario 1B, b da burraia. Si comincia in discesa dentro un bosco che oggi ha più caratteristiche autunnali che estive: tra le brume e sotto un cielo plumbeo si stagliano verdi le chiome serrate della fitta boscaglia.

 

Eccola quasi subito la ghiacciaia, in una radura del bosco accanto ad un ampio caseggiato da cui vi si accedeva. La parte sottostante, il cilindro di base, è ormai priva di qualsiasi rivestimento, riutilizzato dopo il suo disuso per la ristrutturazione delle case coloniche della zona. Mantiene una certa integrità solo la cupola anche se spogliata anch’essa.

La sua antica foggia la descrive Barbara Aterini nell’ interessante saggio Ghiacciaie: architetture dimenticate e la mostra come compariva in una cartolina del 1930: una lanterna ne completava in alto la struttura permettendone l’aerazione, e la cupola, realizzata con una doppia calotta di mattoni e una camera d’aria tra i due strati, era ricoperta all’esterno di embrici e tegole curve; la base del cilindro era rivestita con pietre e mattoni anch’essi ricurvi in un bell’effetto di bicromia.

La ghiacciaia come è oggi
La ghiacciaia in una cartolina del 1930

Si nota bene anche un tabernacolo, posto nella base cilindrica subito sotto la cupola nella parte che affaccia sulla strada, in pietra molti dei cui pezzi giacciono oggi nel prato antistante.

Le pietre del tabernacolo sparse sul campo antistante la ghiacciaia

Ma come funzionava una ghiacciaia?

Per noi uomini del terzo millennio questa tecnologia ha del portentoso: “il ghiaccio che si formava durante l’inverno in dodici piccoli laghi artificiali realizzati appositamente nella zona veniva raccolto durante la notte e gettato nella ghiacciaia dove, protetto dai grossi spessori della muratura, si conservava fino ai mesi estivi quando per venderlo veniva ridotto in blocchi e, sempre durante la notte, trasportato con i carri a Firenze”

Il vano interno che accoglieva il ghiaccio e la neve inoltre “[…] ha sezione tronco conica, le pareti che sprofondano verso il basso per oltre 12 metri sono di arenaria grigia, a blocchi squadrati e sabbiati […] Il pavimento era leggermente inclinato verso il pozzetto di smaltimento dell’acqua di fusione che finiva in un condotto sotterraneo e sbucava in fondo alla scarpata” così la descrizione di Barbara Aterini da cui comprendiamo le componenti principali del funzionamento della ghiacciaia.

Iniziata nel 1842 fu terminata nel 1844 e, nonostante gli smembramenti subiti e l’abbandono dell’attività avvenuta alla fine del XIX secolo, si mostra ancora solida sebbene per sicurezza sia circondata da una rete che ne impedisce l’accesso e purtroppo anche la visione, se non parziale, del pozzo dove veniva collocato il ghiaccio.

Il pozzo come si intravvede tra le grate

E procediamo lungo il percorso contrassegnato con immagini foto e notizie realizzate a stampa su lastre di plastica molto efficaci e ben documentate. E incontriamo il primo bottino: quelli attuali sono il risultato del rifacimento, nel primo trentennio del Novecento, di quelli appartenenti al singolare quanto efficiente acquedotto mediceo realizzato dal Buontalenti nella seconda metà del XVI secolo per utilizzare le acque del Monte Senario distante ben tre chilometri, insieme ad altre condutture, al fine di fornire acqua e irrorare le fontane di quel “giardino delle meraviglie” che fu quello mediceo di Pratolino.

Attraverso condotte di terracotta, sotterranee, in studiata pendenza, le acque giungevano alle balze di Pratolino, attraverso condotti, cunicoli e chiuse mentre bottini di sfiato e risciacquatoi servivano per tenere sotto controllo il regime delle acque.

E continuiamo verso la prima burraia. Lungo il percorso una canaletta in cemento attrae la nostra attenzione: avendo letto le indicazioni siamo convinti si tratti di un “acquidórcio” che serviva per il veloce smaltimento, per canalizzazione e scorrimento, delle acque di superficie perché non si infiltrassero nella falda.

Un “acquidorcio”

La prima burraia è quella che prende il nome dal Podere Bucherello.

La piccola costruzione in pietra presenta un’apertura che immette in una doppia camera, la prima con soffitto a volta che si apre in una seconda dove avveniva la lavorazione del latte. Anche in queste piccole strutture agricole era necessaria la presenza dell’acqua: nella seconda stanza, nella vasca immersa nell’acqua, il latte riposava al fresco fino alla formazione della crema di latte per affioramento, fase primaria per la fabbricazione del burro. Nella seconda fase la crema di latte o panna veniva condensata attraverso il movimento rotatorio della zangola che operava come una centrifuga separando la parte grassa dalla parte liquida. E ancora acqua fredda serviva per lavare l’impasto ottenuto e lavorarlo ulteriormente per eliminare l’acqua residua. Le burraie pertanto erano interrate, avevano piani di lavoro e vasche e fori di aerazione, i cosiddetti “occhi” lateralmente alla porta d’ingresso, atti al ricambio dell’aria. Quelle lungo il nostro percorso sono molto simili e presentano la medesima struttura; due sono datate intorno alla fine del XIX secolo, quella del Podere Acquirico reca impressa la data 1760.

Burraia del Podere Acquirico
Burraia del Podere Bucherello
Burraia del Podere Bucherello, interno

L’anello lungo circa 5 chilometri è stato completato senza grande fatica e ci siamo arricchiti di conoscenze e abbiamo potuto apprezzare l’ingegnosità dei nostri industriosi predecessori, muovendoci in un ambiente boschivo salutare per il corpo e per lo spirito.

Un ringraziamento speciale va a Luisa Gianassi che, ormai per la terza volta, mi invita a partecipare a suggestivi quanto interessanti percorsi nel bosco, mi pare quindi necessario conservarne memoria in un articolo che vuole raccontare ai nostri lettori queste antiche strutture seminate nel territorio e spesso sconosciute.

E allora splendida e istruttiva passeggiata a tutti!

In: itinerari e paesaggi