Cecina, Siena e Livorno nell’estate del 1944

di Alessandro Ferrini

L'avanzata alleata verso la linea dell'Arno nell'estate 1944

Chi percorre oggi la strada SR 68 (Highway 68) della Val di Cecina, da Cecina verso Volterra e poi fino a Colle di Val d’Elsa, attraversa uno dei paesaggi più riconoscibili della Toscana: colline aperte, poderi, boschi, pievi isolate, borghi sulle alture e, più a ovest, l’aria marina della costa tirrenica. Nell’estate del 1944, però, quella stessa direttrice non era soltanto una strada. Era una linea militare, un asse di avanzata e di resistenza, un passaggio obbligato nella lunga risalita degli Alleati verso l’Arno.

Dopo la liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944 il fronte risalì rapidamente verso nord, superò la Maremma, la costa livornese, la Val di Cecina, il Senese e l’area volterrana. La Quinta Armata americana e il Corpo di spedizione francese avanzarono in un territorio difficile, fatto di strade strette, rilievi, fiumi, campi minati e borghi naturalmente predisposti alla difesa. I tedeschi non erano più in grado di fermare stabilmente l’avanzata, ma potevano ancora rallentarla, e lo fecero con durezza.
Il loro obiettivo principale era guadagnare tempo. Più a nord, infatti, si stava ancora lavorando alla Linea Gotica, il grande sistema difensivo che avrebbe dovuto sbarrare agli Alleati l’accesso alla pianura padana. Ogni giorno conquistato in Toscana poteva servire a rafforzare quelle posizioni. Per questo i reparti tedeschi, pur provati dalle sconfitte precedenti, si attestarono sulle colline, lungo i fiumi e presso le strade principali, trasformando ogni passaggio in un ostacolo.

Tra il 21 giugno e il 7 luglio 1944 si svolse una fase decisiva dell’avanzata alleata: quella verso la cosiddetta Highway 68, appunto. Per gli Alleati non si trattava soltanto di conquistare terreno. Controllare quella direttrice significava aprire la strada verso l’Arno e, sul lato occidentale, preparare l’attacco a Livorno, porto di importanza fondamentale per i rifornimenti.

Soldati americani della 34ª Divisione, la “Red Bull”
Soldati americani della 34ª Divisione, la “Red Bull”

Lungo la costa la 36ª Divisione americana, già duramente impegnata nella campagna d’Italia fin dallo sbarco di Salerno, avanzò verso nord lungo la Via Aurelia. Il 25 giugno arrivò a Piombino. La città fu raggiunta quasi senza combattimento da una piccola pattuglia del genio americano. Vi fu soltanto un breve episodio di confusione con alcuni partigiani italiani, che scambiarono gli americani per tedeschi; chiarito l’equivoco, i partigiani e i genieri catturarono gli ultimi soldati tedeschi rimasti nella zona.

Dopo Piombino, il settore costiero passò alla 34ª Divisione americana, la “Red Bull”, destinata a sostenere alcuni dei combattimenti più duri della fase toscana. Alla divisione furono aggregati anche reparti particolari, come il 442º Regimental Combat Team, formato da soldati nisei, cioè americani di origine giapponese, e il 100º Battaglione fanteria, unità già veterana e molto esperta. Questi reparti operarono tra la costa, Sassetta, Belvedere e la direttrice verso Cecina.

Proprio Cecina divenne uno dei nodi principali. La città e il territorio circostante erano essenziali perché controllavano l’accesso verso Livorno e verso la Val di Cecina. Il paesaggio, oggi familiare e quieto, offriva allora un terreno ideale alla difesa: pinete e dune verso il mare, fossati, canali, vigne, oliveti e campi aperti nell’interno. I tedeschi vi schierarono reparti della 16ª Divisione SS Panzergrenadier “Reichsführer-SS” e unità della 19ª Divisione campale della Luftwaffe. Avevano armi automatiche, cannoni semoventi, mine e carri pesanti Tiger.

Il 133º Reggimento fanteria americano avanzò lungo la costa e raggiunse le vicinanze di Cecina il 29 giugno. A circa due miglia dalla città fu però bloccato da un intenso fuoco tedesco. Nella notte, un nuovo attacco cadde in un’imboscata e una compagnia americana fu duramente colpita. Il giorno successivo, 30 giugno, gli americani tentarono ancora di penetrare verso la città, sostenuti da carri armati e genieri incaricati di aprire varchi tra le mine. Arrivarono a poche centinaia di metri dall’abitato, ma un contrattacco tedesco da ovest li costrinse a ripiegare.

Soldati tedesci in ritirata e sullo sfondo il carro Tiger
Soldati tedesci in ritirata e sullo sfondo il carro Tiger

La battaglia si decise il 1º luglio. All’alba, il 133º Reggimento lanciò un attacco generale. Il 2º Battaglione riuscì a sfondare sul lato destro, raggiunse il fiume Cecina e poi piegò verso ovest insieme ai carri armati, entrando nei sobborghi orientali. Nel pomeriggio la parte della città a est della strada era stata ripulita; in serata gli americani controllavano anche gran parte della zona occidentale. Un contrattacco tedesco con cinque carri Tiger e circa cento fanti fu respinto. Alla fine della giornata Cecina era saldamente in mano americana.

Per il 133º Fanteria, Cecina fu l’azione più aspra combattuta fino ad allora a nord di Roma: sedici ufficiali e 388 uomini risultarono morti, feriti o dispersi. Dietro questa cifra ci sono i combattimenti ravvicinati, le case contese, i campi minati, le pattuglie tagliate fuori, i carri bloccati sulle strade, i soldati costretti a conquistare pochi metri alla volta.

Mentre sulla costa si combatteva per Cecina, nell’interno la 1ª Divisione corazzata avanzava tra Massa Marittima, Pomarance, Volterra e Casole d’Elsa. Era una guerra molto diversa da quella che si immagina pensando ai carri armati. Le strade erano poche, strette e tortuose; il terreno obbligava le colonne corazzate a frammentarsi, procedendo su più piste e strade secondarie. Spesso solo i primi due carri di ogni colonna potevano trovare una posizione utile per sparare. L’avanzata fu quindi lenta, spezzata da piccoli scontri, imboscate e continue resistenze locali.

A Casole d’Elsa, piccolo centro collinare a sud-est di Volterra, i tedeschi resistettero con particolare durezza. Dopo un primo tentativo fallito, nel quale gli americani persero uomini e mezzi, furono necessari sette attacchi prima che il paese venisse conquistato, il 4 luglio. Anche qui la geografia toscana mostrò tutto il suo peso militare: un borgo su un’altura, oggi luogo panoramico, poteva diventare allora una posizione difensiva formidabile.

Sul fronte orientale della Quinta Armata operava il Corpo di spedizione francese, con reparti algerini e marocchini. Tra il 21 e il 26 giugno, i combattimenti più duri si svolsero lungo il fiume Orcia. La 3ª Divisione algerina e la 2ª Divisione marocchina furono inizialmente fermate a sud del fiume, dove i tedeschi avevano organizzato una linea difensiva molto forte, appoggiata da mitragliatrici, postazioni scavate e artiglieria. L’Orcia era guadabile, ma le rive e gli accessi erano battuti dal fuoco incrociato.

La soluzione fu cercata nell’aggiramento da ovest. Il Gruppo Guillaume, rinforzato dagli Spahis marocchini, avanzò lungo l’Ombrone, superò il fiume e contribuì a scardinare il sistema difensivo tedesco. Il 25 giugno l’8º Fanteria marocchino attraversò l’Orcia; il giorno seguente tutto il Corpo di spedizione francese era oltre il fiume. Ma anche qui la vittoria costò cara: in cinque giorni i francesi ebbero quasi mille uomini tra morti, feriti e dispersi.

Liberazione di Siena, 3 luglio 1944
Liberazione di Siena, 3 luglio 1944

Dopo la rottura della linea dell’Orcia, i tedeschi iniziarono il ripiegamento verso Siena, lasciando dietro di sé demolizioni e reparti incaricati di rallentare l’avanzata. La città fu evacuata rapidamente. Il 3 luglio 1944, alle prime ore del mattino, le truppe francesi entrarono a Siena. Fu una liberazione relativamente meno distruttiva rispetto ad altri centri, anche grazie all’azione locale volta a evitare combattimenti dentro la città. L’ingresso da Porta San Marco rimase uno dei momenti simbolici della liberazione senese.

Da Siena, l’avanzata proseguì verso Poggibonsi e Colle di Val d’Elsa. Anche qui la resistenza tedesca tornò a irrigidirsi. La mattina del 7 luglio Colle di Val d’Elsa fu conquistata dalla 4ª Divisione da montagna francese.

Con la Highway 68 superata, la Quinta Armata aveva raggiunto un risultato decisivo. Restavano ancora colline, fiumi e città prima dell’Arno, ma il tratto più difficile del terreno meridionale era stato attraversato. Davanti agli Alleati si apriva una nuova fase: la marcia verso Livorno, Pisa e Firenze; dietro di loro restavano paesi liberati, macerie, cimiteri, strade minate, memorie partigiane e civili

Livorno appena liberata, 19 luglio 1944
Livorno appena liberata, 19 luglio 1944

Livorno era l’obiettivo più ambito sul lato occidentale. I tedeschi sapevano bene quanto quel porto potesse essere utile alla Quinta Armata e si impegnarono a ritardare l’avanzata, distruggendo sistematicamente le infrastrutture portuali. Quando la città sarà liberata, il 19 luglio 1944, i partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale e i reparti americani entreranno in una città ferita, svuotata, segnata dai bombardamenti e dalle distruzioni. Ma la strada verso Livorno passava anche da Cecina, dalle colline retrostanti, dai combattimenti lungo la costa e dalla conquista delle vie di comunicazione interne.

Oggi, percorrendo quelle stesse strade, è facile dimenticare che la dolcezza del paesaggio toscano fu, per alcune settimane dell’estate 1944, una geografia di guerra. La Highway 68 non fu soltanto una linea su una carta militare. Fu il corridoio attraverso cui passò una parte decisiva della liberazione della Toscana: dalla costa di Cecina alle colline di Volterra, da Siena a Colle di Val d’Elsa, fino alla grande spinta verso l’Arno.

Regione toscana Storia e memoria del Novecento

Chester G. Starr, From Salerno to the Alps: A History of the Fifth Army, 1943–1945, Washington, D.C., Infantry Journal Press, 1948.

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