da: Guido Carocci, Bagni e villeggiature in Toscana, Firenze 1899
Pianta di Livorno primi Ottocento
“Città capoluogo di Provincia. Porto. Stazione ferroviaria sulle linee Firenze-Pisa-Livorno, Livorno-Colle Salvetti-Roma. Molti documenti tratti dagli antichi archivi hanno valso a dimostrare che il primitivo borgo e poi castello di Livorno formava un solo insieme col celebratissimo Porto Pisano, l’emporio del fiorente commercio di quella città di Pisa che nei tempi lontani con poche altre repubbliche italiane ebbe il dominio de’nostri mari. Le numerose e forti torri, compresa quella del Fanale, erette sulla spiaggia del mare e in mezzo alle onde, altro non furono che opere militari destinate a guardia e difesa di quel porto, mentre Livorno costituiva il nucleo dell’abitato dove avevano sede la comunità e le autorità poste alla custodia e al comando di quel porto. … “
Corse di carri a due (bighe) o tre cavalli (trighe, con due cavalli timonieri ed uno esterno libero) appaiono su alcune tombe di Tarquinia (tombe delle Olimpiadi, del Maestro delle Olimpiadi e delle Bighe) e di Chiusi (tombe del Colle Casuccini, di Poggio al Moro e della Scimmia) ed in alcuni rilievi chiusini dal VI al IV secolo a.C. Probabilmente a Chiusi la corsa su carri era il gioco funebre prevalente. La triga risulta il tiro più ricorrente in Etruria. Si tratta della rappresentazione di giochi funebri in onore di defunti della classe aristocratica. L’iconografia ci consente di desumere alcune caratteristiche della corsa. … continua a leggereLe corse dei carri in Etruria nell’ambito funebre
Un primo piatto che affonda le sue radici nella narrazione: il nero della profondità, la crema della terra, l’eco luminosa di ciò che resta. Un’esperienza sensoriale e simbolica.
Ingredienti (per 2 persone):
Per i tagliolini: 200 g di tagliolini freschi al nero di seppia (o pasta fresca normale con aggiunta di nero)
La crema di radici:
1 patata bianca topinambur oppure 1/2 sedano rapa 1 spicchio d’aglio 1 cucchiaio di olio extravergine d’oliva Sale, pepe bianco, noce moscata q.b Un goccio di panna vegetale o classica (facoltativo)
Proveniente da Varlungo – Firenze (e non da Antella come si è pensato inizialmente) fu venduta nel 1893 dalla famiglia Peruzzi al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il segnacolo funebre, in pietra arenaria grigia, è alto cm 159, largo cm 33,2-36 ed ha uno spessore di cm 8,5. La stele ha forma trapezoidale rastremata verso l’alto, è coronata da una palmetta a sette foglie e presenta decorazione su due riquadri. Nel riquadro superiore vi è una tipica scena di simposio con due figure maschili semisdraiate su una kline ed un coppiere. Lo schiavo è coperto nella parte inferiore da un tavolo a tre gambe sul quale sono poste due situle. La rappresentazione del simposio si ritrova frequentemente nelle stele fiesolane (cfr. ad es. Stele di Travignoli, Stele di Sansepolcro, Stele di Via Corsica).
gli affreschi di quattro tombe della necropoli di Montarozzi “strappate” e ricostruite
La tomba delle bigheTomba delle Olimpiadi
Al secondo piano del Museo, in una sala climatizzata, gli affreschi di alcune delle tombe della necropoli di Montarozzi (Tomba del Triclinio, Tomba delle Bighe, Tomba della Nave e Tomba delle Olimpiadi) che riproducono la struttura della tomba originale: per motivi conservativi con un lavoro di estrazione particolarissimo, sono stati poi ricostruiti in questa sala. Il termine “strappare” per indicare il metodo utilizzato dà l’immagine del procedimento:
“parete per parete e in un sol pezzo, applicando prima sulle superfici pittoriche un doppio strato di tela finissima con gomma lacca incolore diluita in alcool, le decorazioni delle tombe delle Bighe, del Triclinio e del Letto funebre; pulite e spianate a tergo esse sono state poi ritrasportate su una doppia tela imbevuta di caseato di calcio e fissate infine con tiranti elastici regolabili su telai di pino di Paranà”
scrive Renato Bertoccini nel suo testo “Le pitture etrusche di Tarquinia”.
In altre pagine del volume spiega la tecnica utilizzata dagli Etruschi per istoriare le pareti delle tombe, la stessa praticata dai Greci e dagli Egiziani:
“Veniva steso l’intonaco sulle pareti di tufo delle tombe ottenuto da un impasto composto per circa un terzo di carbonato di calcio e due terzi di argilla, a cui veniva talvolta aggiunta una piccola quantità di torba per mantenerlo umido per impedirne l’indurimento prima che si effettuasse il disegno e vi si stendessero i colori; poi si passava una mano di scialbo bianco o grigiastro per fissare la pittura. Le figure erano dapprima delineate con pennellate rosse, di rado precedute da linee contorno che invece venivano sempre utilizzate per suddividere i riquadri in cui erano suddivise le scene. Pochi i colori base utilizzati; negli affreschi più antichi solo il nero, ottenuto con fuliggine o col carbone vegetale, il bianco (bianco di Spagna o creta bianca), il rosso e il rosa pallido a base di ossido di ferro. Successivamente la gamma cromatica si accrebbe con il giallo di terra di ocra, il blu ottenuto con polvere di lapislazzuli o con un composto di rame, calcio e silice detto frite égyptienne; il verde, unendo malachite e frite égyptienne. Mescolando diluendo questi colori base si ottenevano poi tutte le altre svariate tinte e mezzetinte di cui sono talvolta ricche alcune composizioni”.
Altre interessanti notizie vengono illustrate nei molti pannelli esplicativi presenti nella sala che indicano la necropoli di Monterozzi come la più estesa e ricca di manufatti. Le pitture funerarie in esse contenute sono state datate tra il VII e il II secolo a.C. Un apparato scenico, quello delle tombe dipinte, riservato alle classi più abbienti. La credenza che la vita continuasse oltre la morte determinava la scelta degli artisti di raffigurare scene di vita quotidiana che oggi costituiscono fonte preziosa di conoscenza circa usi e costumi dei nostri antenati. A partire dagli ultimi anni del V secolo a.C. la convinzione più spiritualista determinò scelte raffigurative a carattere diverso: compare infatti un mondo dell’aldilà popolato da dei e demoni.
Taglia la soia a concassé (piccoli dadini regolari) e falla rosolare lentamente in una padella con un filo d’olio, la polpa di avocado e il porro tritato finemente.
Da dopo la seconda metà del XVIII la Marina toscana si ridusse a ben poco facendo presto dimenticare il bagaglio delle grandi tradizioni connesse all’ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, nato duecento anni prima con lo scopo di contrastare i pirati barbareschi che infestavano le acque mediterranee. Dopo la Restaurazione del 1815, con tutta l’Europa che cercava di risollevarsi dopo decenni di guerre quasi ininterrotte, erano impensabili per il piccolo Granducato, tra l’altro da tempo ancorato a una politica neutralistica, investimenti in campo militare di dubbia utilità e a maggior ragione per la Marina ora che le scorrerie piratesche andavano irreversibilmente diradandosi e nel Mediterraneo faceva buona guardia la flotta inglese. Caduta nel nulla la richiesta rivolta all’Austria per la cessione di qualcuna delle navi provenienti dal Regno d’Italia napoleonico, nel 1816 la flotta toscana – se vogliamo definirla tale – comprendeva solo poche piccole unità: il brigantino ArciduchessaMaria Teresa, la goletta Arciduchessa Luisa e lo sciabecco Tisbe, tutte armate solo per una parte dell’anno, scarse di artiglieria e di dotazioni di bordo: di fatto non erano in grado di ricoprire un vero e proprio ruolo attivo di difesa del traffico o delle coste.