Il Percorso ad anello B1 delle burraie alle pendici del Monte Senario
di Salvina Pizzuoli
Ghiacciaia
Siamo a Monte Senario, l’antico Asinarius o Sinarius, posto, come scriveva lo storico Repetti, “tra la Sieve e il Mugnone a 4 miglia toscane a scirocco di Vaglia e a 10 miglia toscane a ostro di Firenze”.
Ci porta fin quassù non il caldo afoso che la nostra bella Firenze sa regalarci in più giornate estive, ma un percorso a piedi, inaugurato da poco, realizzato dalla Pro loco di Vaglia in collaborazione col Circolo Arci “Chiari di luna” e il contributo dell’Amministrazione Comunale, alla scoperta di antichi cimeli dell’attività rurale: la grande ghiacciaia e le burraie; così grande da essere la più imponente d’Europa e tale ancora oggi si presenta alla vista del visitatore … continua a leggereArcheologia rurale: ghiacciaie e burraie
Oltre alle rondini, sul tetto della grande casa del Pian dei Poggioli, nidificavano anche i passeri. C’erano decine di nidi riparati sotto i vecchi coppi in laterizio e spesso capitava che qualche passerottino implume cadesse nel prato sottostante. Era il mio babbo Guido che, alzandosi al primo albeggiare per sistemare la stalla, li raccoglieva e me li faceva trovare, come un dono, in una gabbietta dove avevamo sistemato un nido abbandonato, recuperato da un vecchio oppio. Io ero felice di allevarli a molliche di pane inzuppate nel latte. Aprivano avidamente il loro becco, esageratamente grande rispetto al resto del corpo. Li imbeccavo con un minuscolo cucchiaino che il babbo aveva ricavato scavando un ramoscello di sambuco. Non appena spuntavano le prime piume iniziavo lo svezzamento, prima con un pesto di insettucci e poi con la “beccatura”, il grano tritato risultato di scarto della trebbiatura sull’aia, così chiamato perché destinato come becchime al pollame. Quando iniziavano a volare aprivo la gabbietta ed assistevo ai loro goffi tentativi di librarsi nella stanza. Allorché le loro ali si facevano forti aprivo la finestra e dopo aver cosparso il davanzale con il loro becchime, li lasciavo liberi. Ad apprezzare la libertà impiegavano qualche giorno, ma poi spiccavano il volo e per qualche tempo tornavano a cibarsi sul davanzale. … continua a leggere Antichi mestieri: Cino l’arrotino
Una tradizione medievale che non si è mai del tutto persa nel tempo ma che ha sempre progredito e si è industriata sebbene, rispetto alle origini, non si svolga più lungo il corso dell’Arno, vero primo ed essenziale protagonista di questa attività. Acqua e tanta acqua era infatti necessaria per la conciatura delle pelli macellate e pertanto anche alcune zone della città ne avevano la privilegiata ubicazione: alle origini lungo il Ponte Vecchio l’Arte dei Beccai forniva la materia prima e a monte e a valle del fiume l’Arte dei Galigai, che assommava al proprio interno i diversi mansionari dei cuoiai: i conciatori detti Pelacani, i venditori di cuoio detti Pezzai e i doratori di cuoio e pelle detti Orpellai. La prima documentazione su quest’arte risale alla fine del 1200 e come ogni Arte aveva un santo patrono, Sant’Agostino, al quale ogni anno il 28 agosto faceva la consueta offerta all’interno della Chiesa di Orsanmichele.
Il Percorso ad anello B1 delle burraie dalle pendici del Monte Senario
di Salvina Pizzuoli
Ghiacciaia
Siamo a Monte Senario, l’antico Asinarius o Sinarius, posto, come scriveva lo storico Repetti, “tra la Sieve e il Mugnone a 4 miglia toscane a scirocco di Vaglia e a 10 miglia toscane a ostro di Firenze”.
Ci porta fin quassù non il caldo afoso che la nostra bella Firenze sa regalarci in più giornate estive, ma un percorso a piedi, inaugurato da poco, realizzato dalla Pro loco di Vaglia in collaborazione col Circolo Arci “Chiari di luna” e il contributo dell’Amministrazione Comunale, alla scoperta di antichi cimeli dell’attività rurale: la grande ghiacciaia e le burraie; così grande da essere la più imponente d’Europa e tale ancora oggi si presenta alla vista del visitatore … continua a leggereArcheologia rurale: ghiacciaie e burraie
FIANO nella Valle del Serchio. Villaggio con parrocchia (S. Pietro) nel piviere di Val d’Ottavo, Comunità Giurisdizione Diocesi e Ducato di Lucca, da cui il villaggio di Fiano è circa 8 miglia a maestro. È situato in costa sui poggi che scendono da Monte magno, i quali dividono la vallecola della Freddana da quella del torrente Padogna.
Così lo storico ottocentesco Emanuele Repetti traccia nel suo Dizionario la posizione geografica di Fiano. Siamo nel territorio comunale di Pescaglia, lungo la Strada Provinciale 1, in direzione di Camaiore, e incontriamo Fiano (420 m slm) che porta nel nome la sua antica origine legata alla presenza romana nel territorio.
Pietramala è un paese dell’Appennino, situato tra il passo della Futa e quello della Raticosa lungo la SS65, la via Bolognese che il granduca Leopoldo di Toscana riedificò sui tratti degli antichi percorsi di cui si ha notizia già in epoca romana e che fin dai tempi più antichi univano l’Italia centro occidentale alla Pianura padana.
Scrive Emanuele Repetti nel suo Dizionario:
Villaggio con chiesa plebana (S. Lorenzo) e una dogana di frontiera di terza classe a circa 4 miglia toscane a maestrale di Firenzuola […] tra la dogana delle Filigare, l’albergo del Covigliajo o i così detti fuochi di Pietramala. […] Se il nome di Pietramala le sia derivato dalla qualità del sasso, o da qualcuna delle antiche pietre migliari della via che probabilmente nei contorni di Pietramala valicava l’Appennino per seguitare il cammino verso Bologna, mancano indizi da potervi appoggiare una plausibile congettura.
Oltre alle rondini, sul tetto della grande casa del Pian dei Poggioli, nidificavano anche i passeri. C’erano decine di nidi riparati sotto i vecchi coppi in laterizio e spesso capitava che qualche passerottino implume cadesse nel prato sottostante. Era il mio babbo Guido che, alzandosi al primo albeggiare per sistemare la stalla, li raccoglieva e me li faceva trovare, come un dono, in una gabbietta dove avevamo sistemato un nido abbandonato, recuperato da un vecchio oppio. Io ero felice di allevarli a molliche di pane inzuppate nel latte. Aprivano avidamente il loro becco, esageratamente grande rispetto al resto del corpo. Li imbeccavo con un minuscolo cucchiaino che il babbo aveva ricavato scavando un ramoscello di sambuco. Non appena spuntavano le prime piume iniziavo lo svezzamento, prima con un pesto di insettucci e poi con la “beccatura”, il grano tritato risultato di scarto della trebbiatura sull’aia, così chiamato perché destinato come becchime al pollame. Quando iniziavano a volare aprivo la gabbietta ed assistevo ai loro goffi tentativi di librarsi nella stanza. Allorché le loro ali si facevano forti aprivo la finestra e dopo aver cosparso il davanzale con il loro becchime, li lasciavo liberi. Ad apprezzare la libertà impiegavano qualche giorno, ma poi spiccavano il volo e per qualche tempo tornavano a cibarsi sul davanzale. … continua a leggere Antichi mestieri: Cino l’arrotino
La ricetta del cibreo mi ha richiamato alla mente la figura del “castrino”. In realtà da bambina, senza saperlo, ho gustato qualcosa di simile al cibreo. Anche se questo ricordo parla di circa 60 anni fa, è in realtà lontano un secolo e un millennio dal nostro “comune sentire” e quindi spero di non urtare la sensibilità del lettore, perché non possiamo giudicare il passato con gli occhi del nostro presente.
Quando nel podere del Pian dei Poggioli arrivava Vasco Lotti, era un gran fermento di preparativi e per me, bambina di 6 anni, era un avvenimento. Il Lotti veniva da una famiglia di Barberino che vantava una tradizione di “castrini” fin dal 1700. Era sempre ben vestito e portava una consunta valigetta in pelle marrone con i ferri del mestiere. Tutti lo trattavamo con la deferenza dovuta ad un veterinario, anche se si trattava solo di una figura artigianale che con la pratica aveva acquisito l’abilità di castrare gli animali, cioè di togliere loro gli apparati della riproduzione in modo da renderli sterili. Le vittime predilette erano maialini di circa un mese, chiamati lattonzoli e i galletti.