Miti etruschi

All’Origine del Sacro: Viaggio nei Miti e nei Demoni dell’Universo Etrusco

Cavalli alati, Scultura etrusca in terracotta, datata 400-390 a.C. Rinvenuta nel 1938 durante gli scavi di Pietro Romanelli (Museo etrusco di Tarquinia)
Cavalli alati, Scultura etrusca in terracotta, datata 400-390 a.C. Rinvenuta nel 1938 durante gli scavi di Pietro Romanelli (Museo etrusco di Tarquinia)

Il popolo etrusco continua ad affascinare il mondo contemporaneo per quell’alone di profondo mistero che avvolge la sua lingua, la sua storia e, soprattutto, la sua sfera spirituale. A differenza della mitologia greca e romana, popolate da divinità antropomorfe specchio delle virtù e dei vizi umani, il pantheon e le leggende dell’antica Etruria si radicano in una concezione del mondo totalmente dominata dal sacro, dal destino e dalla decifrazione dei messaggi divini. Ogni elemento della natura, dal solco di un campo arato all’improvviso squarcio di un fulmine nel cielo, era per gli Etruschi il frammento di un discorso continuo che gli dèi rivolgevano all’umanità.

I racconti che sono giunti fino a noi – spesso mediati dagli scrittori dell’antichità o decifrati attraverso le straordinarie raffigurazioni su specchi di bronzo, urne e tombe affrescate – ci svelano un universo mitologico ricchissimo e originale. In questo spazio sacro si muovono fanciulli divini nati dalla terra, ninfe profetesse custodi delle leggi cosmiche, eroi in lotta per il potere e creature demoniache che sorvegliano con ferocia i passaggi verso l’Oltretomba.

Il mito delle origini degli etruschi negli scrittori antichi

Targete: il mito estrusco della Divinazione

Il mito etrusco di Tages/Tagete

Il mito etrusco della lasa Vecu (ninfa Vegoia o Begoe)

Il mito etrusco dell’agguato dei fratelli Vibenna all’indovino Cacu

Il mito etrusco del lupo che esce dal pozzo…

Il demone etrusco Tuchulcha

Il demone etrusco Charun

Ex voto etruschi

tipologie e significato

di Michele Zazzi

Ex voto anatomici etruschi
Ex voto anatomici etruschi

Per ex voto anatomici s’intendono le antiche rappresentazioni plastiche, complete o parziali, del corpo umano, offerte dai fedeli alle divinità al fine di ottenere la guarigione o a titolo di ringraziamento per averla ottenuta o comunque per ottenere la protezione divina relativamente a situazioni ed accadimenti riguardanti i fedeli stessi.

Il fenomeno si sviluppò dal IV secolo a.C. fino al I secolo a.C. circa in area etrusca, laziale, campana e pugliese.

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Il mito di Ercole in Etruria

di Michele Zazzi

bronzetto di Ercole del Falterona
bronzetto di Ercole del Falterona

Prima ancora di diventare l’Ercole della tradizione romana, l’eroe greco Eracle entrò profondamente anche nell’immaginario religioso degli Etruschi, assumendo il nome di Hercle. L’articolo segue le tracce di questa presenza attraverso bronzetti votivi, specchi incisi, monete, terrecotte templari e reperti provenienti da luoghi fondamentali dell’Etruria, come il Lago degli Idoli sul Falterona, Veio, Pyrgi, Spina e Acquarossa. Ne emerge una figura complessa: non solo simbolo di forza e coraggio, ma anche divinità legata alle acque, ai viaggi, al commercio, alla guerra e alla protezione. Attraverso il mito di Hercle si apre così una finestra preziosa sul modo in cui gli Etruschi accolsero, trasformarono e resero propria una delle figure più celebri del mondo antico.

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Il rito etrusco di fondazione delle città

di Michele Zazzi

Pianta di Marzabotto
Pianta di Marzabotto

Il rituale etrusco di fondazione delle città, in mancanza di fonti scritte dirette in merito, può essere desunto dalle fonti latine e greche sull’argomento e dai dati emersi dalle campagne di scavo nelle città dell’Etruria.
Gli autori antichi che trattano prevalentemente della fondazione di Roma concordano quasi unanimemente nell’attribuire al rito un’origine etrusca; Varrone (De Lingua Latina, 5, 143), Plutarco (Rom., 2, 1-2) e Granio (in Macrobio, Sat., 5, 19, 13) parlano esplicitamente di una fondazione etrusco ritu. Varrone in termini più generali precisa che (oltre a Roma) molte città latine furono fondate con il rito etrusco.

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La necropoli di Monterozzi a Tarquinia

Pianta della necropoli di Monterozzi a Tarquinia

La necropoli è situata a pochi chilometri dalla città di Tarquinia in zona Monterozzi, denominazione dovuta ad un appellativo popolare che dava un nome ai monticelli di terra che caratterizzavano l’area conferendole un andamento ondulato, monticelli dovuti ai tumuli sepolcrali.

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Dove abitavano gli Etruschi

Evoluzione dell’impianto abitativo etrusco

elementi architettonici decorativi del tetto della villa di Murlo (Museo di Murlo)
elementi architettonici decorativi del tetto della villa di Murlo (Museo di Murlo)

Durante il periodo più antico (fine del IX secolo – prima metà dell’VIII secolo a.C.) la casa etrusca aveva una forma circolare o ellittica, a un solo piano con pareti in argilla e graticcio di canne e copertura in strame con tetto a spiovente sostenuto da pali di legno. Tale aspetto si è mantenuto nella forma delle capanne in uso ancora pochi decenni fa in certe zone rurali della Toscana. L’interno era costituito da un solo ambiente con un’apertura di ingresso e sfiatatoi per il fumo, il pavimento era costituito da un sottile strato di ghiaia.

Gli scavi hanno messo in luce resti di abitazioni di questo tipo a Luni, San Giovenale, Veio e Tarquinia. Le urne cinerarie a capanna riproducono simbolicamente tali forme. … continua a leggere  La casa degli Etruschi

Stele Peruzzi o Stele dell’Antella

di Michele Zazzi

Proveniente da Varlungo – Firenze (e non da Antella come si è pensato inizialmente) fu venduta nel 1893 dalla famiglia Peruzzi al Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Il segnacolo funebre, in pietra arenaria grigia, è alto cm 159, largo cm 33,2-36 ed ha uno spessore di cm 8,5. La stele ha forma trapezoidale rastremata verso l’alto, è coronata da una palmetta a sette foglie e presenta decorazione su due riquadri.
Nel riquadro superiore vi è una tipica scena di simposio con due figure maschili semisdraiate su una kline ed un coppiere. Lo schiavo è coperto nella parte inferiore da un tavolo a tre gambe sul quale sono poste due situle. La rappresentazione del simposio si ritrova frequentemente nelle stele fiesolane (cfr. ad es. Stele di Travignoli, Stele di Sansepolcro, Stele di Via Corsica).

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Gli auguri etruschi e l’interpretazione del volo degli uccelli

di Michele Zazzi

Lituo da Caere

La pratica divinatoria basata sull’osservazione del volo degli uccelli (auspicium), effettuata da sacerdoti detti auguri, fu molto diffusa tra i Romani e, più in generale, tra gli Italici.
L’auspicium faceva parte anche della Disciplina etrusca ed era probabilmente inserita in quella branca che si occupava dei prodigi (Ostenta). Nonostante la mancanza dei testi originari etruschi abbiamo varie testimonianze in merito degli autori classici.
Dionigi di Alicarnasso cita specificatamente una Tirrenike oinoscopia.
Gli autori antichi evidenziano la perizia degli auguri etruschi (Strabone, XVI, 2, 39; Ovidio, Fast., II, 443-444; Porfirio, De abst., III, 4; Claudiano De IV cons. Hon., 145).
Viene precisato che Atto Navio, grande augure sabino, era stato addestrato dal più esperto degli auguri etruschi ((Dionigi di Alicarnasso, III, 70, 15). …

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Le piangenti nel rito funerario etrusco

di Michele Zazzi

Cinerario Paolozzi (Tumulo di François di Camucia)

La presenza di donne che si lamentano e piangono durante le cerimonie funebri, al fine di enfatizzare il dolore della famiglia e la rilevanza sociale del defunto, è documentata fin dall’antichità in Grecia, in Egitto, in Siria e Mesopotamia.
Talvolta le piangenti facevano parte della famiglia del defunto ma in altri casi si trattava di vere e proprie professioniste (prefiche) che venivano pagate per la loro partecipazione al funerale. Anche nell’iconografia funeraria etrusca si trovano frequentemente raffigurate donne nell’atteggiamento di compianto funebre (mani sul petto, sul volto, sulla testa, etc…). 
Le lamentatrici, in particolare, sono rappresentate nei monumenti funebri etruschi (pitture tombali, statue, rilievi su casse di urne e sarcofagi, etc…)  dal periodo orientalizzante fino alla fase ellenistica.

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Il mito etrusco dell’agguato dei fratelli Vibenna all’indovino Cacu

di Michele Zazzi

Specchio di Bolsena

Su alcuni monumenti etruschi del periodo ellenistico è rappresentato un mito etrusco di difficile interpretazione che riguarda l’indovino Cacu (divinità profetica) ed i fratelli Vibenna (noti per le loro connessioni con Macstarna/Servio Tullio di cui alle raffigurazioni della Tomba François di Vulci della seconda metà del IV scolo a.C.).
La scena, seppur con qualche variante in termini di complessità, è raffigurata su uno specchio in bronzo da Bolsena, del IV-III secolo a.C., conservato presso il British Museum e su almeno quattro urnette cinerarie chiusine, databili al II secolo a.C., provenienti in particolare dalla Tomba della Pellegrina, dal territorio chiusino, da Sarteano e da Città della Pieve (tali monumenti funerai sono conservati presso i Musei Archeologici di Chiusi, Siena e Firenze).

I nomi dei protagonisti si ricavano dalle didascalie incise sulla circonferenza dello specchio di Bolsena vicino alle figure raffigurate al suo interno. 

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