Affresco restaurato rinvenuto nella villa Settefinestre

A partire dalla seconda metà del II° secolo e per tutto il I° secolo a.C. l’afflusso e il massiccio sfruttamento di manodopera schiavile, giunta in Italia in seguito alla travolgente espansione romana nel Mediterraneo, è il presupposto per la crisi irreversibile della piccola proprietà terriera (a causa anche del fallito tentativo di redistrubuzione fondiaria portato avanti dai tribuni Tiberio e Caio Gracco) e lo sviluppo di grandi ville fattorie cui fanno capo estensioni sempre più vaste di territorio e il conseguente affermarsi del latifondismo. L’intera Etruria si popola in questo periodo, di grandi residenze signorili  (fra cui potremo ricordare quella dei Domitii Enobarbi sull’Argentario o la villa dei Venulei a Massaciuccoli).

Ricostruzione della villa Settefinestre (Museo archeologico di Rosignano)

Ma uno degli esempi forse più compiuto e meglio noto pervenuto fino a noi fra queste ville-fattoria dei possessores tardo-repubblicani è rappresentato dal complesso di Settefinestre, nel territorio di Capalbio. L’edificio era disposto su vari terrazzamenti che risalivano dal muro turrito fino alla cima della collina dove sorgeva il corpo centrale dell’edificio, appoggiata su un sistema interno di gallerie, detto  criptoportico, che si aprivano sulla valle sottostante con degli archi, quasi delle finestre. Da qui il nome. Questo grandioso complesso sorse alla metà del I secolo a.c. nel momento di massima fortuna del vino tirrenico. La tenuta, proprietà della famiglia dei Sestii (il primo proprietario sembra sia sia stato Lucio Sesto, della famiglia senatoria dei Sesti, amico di Cicerone), che proprio sul vino fondarono la propria ricchezza, prevedeva una netta distinzione fra una pars urbana, lussuosa area padronale, realizzata sui parametri di un lussuoso palazzo cittadino, e una pars rustica, strutturata come fattoria e area produttiva di vino e olio. Qui erano posizionate le mole dei frantoi delle olive, i torchi per la produzione del vino e i magazzini. I prodotti venivano quindi “imbottigliati” in anfore prodotte nelle fornaci di Portus Cosanus e Albinia località in prossimità del mare, dove le merci erano direttamente imbarcate su navi appartenenti probabilmente alla stessa ditta produttrice. Sono ben cinque, infatti, i relitti noti contenenti esclusivamente anfore recanti il marchio Sestius, dispersi lungo tutta la Costa Azzurra sino alle foci del Rodano. Proprio la Gallia, infatti, rappresentava il mercato privilegiato per i prodotti vinicoli dei Sestii le cui anfore sono diffuse non soltanto sulla costa francese e catalana, ma giungono sino all’Europa centrale e al Reno grazie all’asse commerciale rappresentato dal fiume Rodano.

Prospetto villa Settefinestre ( da Il granaio e l’ovile cit.)

Quale fosse l’entità di questo commercio generato dal trasporto del vino italico nel corso del II° secolo a.c. può essere suggerito dai dati relativi alla sola produzione vinicola annua di un’area agricola razionalmente coltivata e sfruttata come quella romana: 49.000 ettolitri, di cui buona parte destinati all’ esportazione

Lo scavo della villa di Settefìnestre ha consentito di ricostruire anche le diverse fasi della lavorazione del vino. Nel settore occidentale della pars rustica della villa si trovava il lacus, una cella priva di porte e rivestita di intonaco impermeabile (opus signinum), dove veniva effettuata una prima pigiatura dell’uva coi piedi. I grappoli erano buttati direttamente all’interno della stanza tramite una finestra, mentre il succo colava in un ambiente sottostante del criptoportico (la cella vinaria, cioè la cantina) mediante un condotto, il cui imbocco era sul pavimento. Il mosto prodotto dalla prima pigiatura veniva quindi passato in un ambiente adiacente tramite delle piccole aperture a ghigliottina. In questa seconda stanza vi erano tre torchi vinari che servivano a spremere il mosto per la seconda volta. Il liquido, tramite una serie di canalette, veniva portato nella cantina; qui avveniva il processo di fermentazione e qui il vino veniva travasato in grandi dolia per il trasporto.

Dolia. contenitori per il vino alti circa m 1,50 della capacità di 1.500-2000 litri

Ancora nel primo periodo protoimperiale, a cavallo fra I a.c. e I d.C. l’Etruria costiera e 1’ager cosanus in particolare, dovevano rappresentare un attivo distretto vinicolo, al pari di quelli campani e laziali. Interessante a questo proposito la dissertazione che Plinio il Vecchio, nella seconda metà del I° secolo, dedica nel quattordicesimo libro della Naturalis Historia alle tipologie delle viti e alla produzione del vino in Italia con particolare riguardo ai territori della VII regio, ossia l’Etruria.

A partire dal II° secolo il volume delle esportazioni appare notevolmente ridimensionato rispetto al precedente a causa dello sviluppo di nuovi centri di produzione vinicola in Spagna e poi in Gallia, La penisola italica finisce così col divenire nel tempo completamente dipendente dalle province (Africa, Spagna e Gallia in primo luogo) anche per prodotti che erano da secoli tipici dell’ agricoltura locale, come vino, olio e grano.

Bibliografia:

Storia del vino in Toscana dagli Etruschi ai giorni nostri (a cura di Zeffiro Ciuffoletti). Firenze Polistampa 2000

“Il granaio e l’ovile”, in Settefinestre. Una villa schiavistica nell’Etruria romana, I, a cura di A.Carandini, Modena 1985

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