A pochi chilometri da Grosseto e dagli scavi archeologici della città etrusco-romana di Roselle, il borgo murato di Batignano, importante castello nato probabilmente a protezione delle miniere al suo interno e anche di quelle del vicino Montorsaio da cui si estraeva argento, rame, piombo,  che si affacciava sull’importante rete di strade, controllandone l’accesso alla piana grossetana, che conducevano al mare e al sale. Il sale era essenziale nell’età antica e medioevale: oltre agli usi alimentari infatti era mezzo di scambio, quasi una moneta, da cui il termine salario, tanto che gli Stati tendevano ad accaparrarsi lo sfruttamento delle saline, come quelle del grossetano, a Torre Trappola e non lontano dal porto di Talamone.

Il primo nucleo del castello, la cui data documentaria si attesta al 1119, sorse nella parte più alta espandendosi nel XIII-XIV secolo fino a racchiudere il borgo, cinto a sua volta da una seconda cerchia muraria, con due porte la Senese e la Grossetana.

Entriamo dalla Grossetana: sull’arco in pietra troneggia lo stemma del leone rampante e coronato, simbolo del popolo di Siena.

Immediatamente a sinistra si apre un portico duecentesco che merita una descrizione particolareggiata e che colpisce il visitatore per la sua fattura: è costituito da tre archi sostenuti da colonne, forse meglio dire da porzioni di colonne, una in granito e tre in marmo rosa di epoca etrusco romana, tutto materiale di riuso ci dicono gli studiosi presumibilmente ricavato dalla vicina Roselle, ma montato alla rovescia. I capitelli infatti poggiano nella parte inferiore e capovolti sul muretto di base del portico, e la quarta colonna trova la sua base direttamente sul piano stradale. In un documento del 1300 alla loggia è attribuito il nome di Bino Abbate, uno dei discendenti della nobile famiglia degli Abati.

Ci inoltriamo quindi per le strette vie di Batignano alla scoperta di segni del passato e percorriamo la Via di Mezzo: sull’antica Cisterna una targa ricorda la sua costruzione nel 1791 da parte di Pietro Leopoldo di Lorena. E ancora segni come ci fa notare Stefano Vergari*, della proloco, che gentilmente ci accompagna mostrandoceli insieme ad antichi accessi a grotte, forse alle stesse miniere, molte delle quali

all’interno del paese medesimo. In particolare una croce a doppia traversa di cui l’inferiore più lunga della superiore, sopra una V rovesciata: è la croce dei patriarchi detta anche croce doppia e croce di Lorena, veniva apposta ad indicare alloggi per i pellegrini; quindi quell’arco in tempi lontani introduceva ad uno “spitale” databile XII XIII secolo, coevo alla costruzione della chiesa di San Martino. Una scalinata si apre davanti a quella che non sembra propriamente una facciata, mentre nella parete a sinistra, tra i conci di pietra regolari, intarsi, spirali, motivi vegetali e geometrici evidenziano inserimenti di elementi decorativi di riuso provenienti presumibilmente dalla cattedrale di Roselle dove raffiguravano antiche simbologie.

Una prima documentazione della cappella dedicata a San Martino è del 1188 mentre già ai primi del XIII secolo acquisì il titolo di chiesa. All’interno sono presenti, anche se una minima parte, affreschi quattrocenteschi e il sarcofago con le spoglie del Beato Giovanni, il padre, agostiniano proclamato venerabile dalla chiesa cattolica nel 1770, e venerato come un santo data la sua vita esemplare dedicata ai più poveri, trascorsa in predicazione nei villaggi della Maremma anziché presso la nobiltà dove sarebbe stato accolto essendo padre spirituale della granduchessa Cristina di Lorena, moglie di Cosimo II, come dimostra l’iscrizione sul sarcofago che ne contiene la salma, donato proprio dalla Granduchessa.

Proseguiamo quindi verso la Porta Senese di cui resta una torre a base cilindrica, che occupava l’esterno delle mura, mentre all’interno una rampa di scale conduceva alla sommità dell’arco della porta.

È piacevole camminare tra i vicoli di questo piccolo centro urbano che conserva molti dei suoi elementi medievali, ingentilito e ridente grazie a fiori e piante che ne occupano molti degli spazi, cura affettuosa operata dagli abitanti del borgo.

E saliamo alla parte più alta, seguendo Via del Castello.

In corrispondenza dell’incrocio con la via detta Piaggia Gelata, si nota un edificio rettangolare in bozze di pietra con base a scarpa sulla cui sommità “la balzana”, stemma del Comune di Siena, ricorda il dominio sul castello avvenuto nel 1261, quando le famiglie dei Forteguerrieri e dei Piccolomini sostituirono la signoria dei Visconti e degli Abati di Malia, vassalli dei potenti Aldobrandeschi.


*Ringraziamo Stefano Vergari per averci fatto omaggio  del volume “Batignano, il castello dell’argento e del Beato” scritto da Ambra Famiani e corredato da bellissime foto tratte da vari Archivi di Stato della Toscana, patrocinato dal Comune di Grosseto, Assessorato alla Cultura e al Turismo, assessore Luca Agresti.

Vai alla galleria foto di Batignano