Polibio (206-118 a.C.) fu uno storico greco autore delle Storie, opera composta di quaranta libri giunti fini a noi solo in parte, che narra la storia romana dal 220 al 146 a.C.

Le Storie di Polibio nell’edizione veneta del 1546

I capitoli compresi dal XXV al XXXI del  Secondo Libro narrano in maniera particolarmente precisa lo svolgimento della battaglia di Talamone (225 a.C.) nella quale i Romani sconfissero una forte coalizione di popoli Celti diretti contro Roma.

XXV. I Galli pertanto, entrati in Etruria, corsero la campagna, guastandola impunemente, e non opponendosi loro alcuno, mossero alla fine contro Roma stessa, ed essendo già presso Chiusi, città distante da Roma tre giornate, ebbero avviso che alle loro spalle seguivano ed erano per raggiungerli le forze de Romani stanziate a confini dell’Etruria. A questa novella voltaronsi e si fecero loro incontro, affrettandosi di combattere. Ed essendosi fra loro avvicinati in sul tramontar del sole, accamparonsi in picciola distanza, e colà pernottarono. Fattosi bujo, i Galli accesero fuochi, e lasciaron addietro soldati a cavallo, ordinando loro, che in sul far del giorno, fattisi vedere da nemici, a bell’agio retrocedessero sulle stesse tracce. Poscia andarono per occulte vie alla volta di Fiesole, ed ivi attelaronsi col divisamento di ricever i loro cavalieri, e di opporsi improvvisamente all’invasione del nemici. I Romani, vedendo allo spuntar del giorno i soldati a cavallo soli, stimarono i Galli andati in volta, e si misero ad inseguir fervidamente la cavalleria che si ritirava, ma come furono vicini a nemici, balzaron fuora i Galli, e li assaltarono. Fu dapprincipio la zuffa violenta da ambe le parti, ma finalmente essendo i Galli superiori d’audacia e di numero, i Romani, lasciati sul campo non meno di sei mila morti, fuggirono. La maggior parte di loro ricoverò in un luogo forte, e vi rimase. Il quale i Galli presero dapprima ad assediare, ma mal conci come erano dal viaggio e della notte antecedente, da patimenti e dalle fatiche, andaron a riposare ed a rinfrescarsi, lasciando parte della loro cavalleria a guardia intorno al colle, con animo di assediare il giorno vegnente quelli che eransi colà rifuggiti, ove di buon grado non si fossero arresi.

XXVI. Frattanto Lucio Emilio, ch’era stanziato sulla costa dell’Adriatico, come riseppe che i Galli, trapassata l’Etruria, appressavansi a Roma, avventurosamente, quando più n’era bisogno, giunse sollecito a recar soccorso. E posto il campo vicino ai nemici, quelli ch’eransi rifuggiti sul colle veggendo i ſuochi, ed accortisi di ciò ch’era accaduto, ripresero animo incontanente, e spedirono di nottetempo alcuni de loro disarmati pel bosco, a fine di annunziar l’avvenimento al console. Questi, sentito l’affare, e considerando che appena gli rimaneva tempo di pigliar un partito, nell’emergenza, ordinò ai tribuni di uscir coi fanti al primo apparir del giorno, ed egli stesso con la cavalleria incamminossi verso l’anzidetta altura. I condottieri dei Galli, osservando i fuochi notturni, ne arguirono la presenza del nemici, e si ridussero a consiglio. Ove il re Aneroeste espose cotal sentenza: dover essi dappoichè di tanta preda eransi impossessati (ed era la quantità d’uomini, di bestiame, e di robe , che aveano, indicibile), scansar la battaglia, e non porre ogni cosa a cimento, ma ritornare salvi in patria. Deposto il loro carico, poter essi più spediti, quando lor così piacesse, riprendere le ostilità contro i Romani. Approvarono tutti il parere di Aneroeste, ed essendosi tenuto questo consiglio di notte, partironsi innanzi giorno, e proseguirono lungo il mare per il territorio Etrusco. Lucio unita alle sue forze la parte dell’ esercito ch’erasi salvata sull’eminenza, non giudicò conveniente di tentar una battaglia campale, sibbene di seguitar il nemico, attendendo a luoghi ed a tempi opportuni per recargli ove fosse possibile, qualche danno e per torgli parte della preda.

Polibio

XXVII. Circa quel tempo il console Cajo Attilio venuto dalla Sardegna a Pisa colle sue legioni, proseguiva il cammino verso Roma, in direzione contraria a quella dei nemici. Erano già i Galli presso a Telamone d’Etruria, quando i loro foraggiatori, abbattutisi all’avanguardia di Cajo, furono presi. Interrogati dal Console gli appalesarono i fatti preceduti, ed annunziarono l’arrivo d’amendue gli eserciti, del Gallico ch’era vicinissimo, e di quello di Lucio che gli teneva dietro.

Egli parte maravigliato di cotali nuove, parte venuto nella speranza di pigliar in mezzo i Galli, comandò ai tribuni di schierar le legioni, e d’andar innanzi a picciolo passo colla fronte spiegata, per quanto i luoghi il permettessero. Osservato poi un colle opportunamente situato sovra la strada, per cui passar doveano i Galli, mosse in fretta coi cavalieri per occuparne la sommità ed esser il primo ad appiccar la zuffa; persuaso che così la maggior parte del buon esito a lui sarebbe ascritta.

I Galli dapprincipio ignoravano l’arrivo di Attilio, ma da ciò ch’era avvenuto congetturavano che Emilio avesse girato di notte colla cavalleria, e occupati quei luoghi; quindi mandarono tosto i loro uomini a cavallo ed alcuni fanti leggeri per prender a Romani cotesta altura, ma conosciuta presto da alcuni prigioni la venuta di Cajo, attelarono (schierarono n.d.r.) in fretta i fanti, facendo la schiera da amendue le facce, così da tergo, come da fronte: che sapean essi seguir gli uni le loro tracce, e gli altri aspettavano di riscontrare a viso a viso; ciò deducendo da quanto veniva loro riferito, e da quanto allor accadeva.

XXVIII. Emilio, sentito l’approdo delle legioni a Pisa, ma non aspettando per anche che si avvicinassero, conobbe chiaro dal combattimento che facevasi intorno al colle, essere l’altro esercito de suoi già prossimo; il perché mandò subito i suoi cavalieri in aiuto di quelli che sul colle pugnavano, ed egli, disposti i suoi fanti conforme a come praticano i Romani, andò incontro a nemici.

I Galli schierati aveano i così detti Gesati delle Alpi alla coda, ove aspettavano Emilio, e dietro a questi gl’Insubri. In fronte attelarono (schierarono n.d.r.) i Taurisci, ed i Boii che abitano di qua del Pò, in posizione contraria agli anzidetti, guardando la parte ove avanzavansi le legioni di Cajo. I carri ed i cocchi posero di fuori allato ad amendue le ale, e la preda ridussero in uno de monti aggiacenti, mettendoci attorno delle guardie. L’esercito de Galli adunque in due fronti schierato, riuscì non solo di terribil aspetto, ma eziandio di molta efficacia. Gl’Insubri ed i Boii schieraronsi in brache, e con leggeri saj in dosso; i Gesati per vanità e fidanza gittaron via questi vestiti, e ignudi colle armi si posero nelle prime file, stimando d’essere così più atti alla pugna, perciocchè i prunai ch’erano in alcuni siti avviluppavansi agli abiti, ed impedivano l’uso delle armi. La prima zuffa fu sul colle, al cospetto di tutti, sendochè grande moltitudine di cavalli, concorsa da ciaschedun esercito, affrontata erasi colà alla mescolata.

Allora il console Cajo, combattendo con soverchio ardire, morì nella mischia, e la sua testa fu portata al re dei Galli. Ma la cavalleria Romana valorosamente pugnando superò alla fine il luogo e gli avversari. Poscia, essendosi la fanteria già avvicinata, v’ebbe uno spettacolo singolare e maraviglioso, non solo per chi era in quell’occasione presente, ma per coloro pure che in appresso per via di relazione formarsi possono un’idea dell’accaduto.

XXIX. Primieramente siccome la battaglia composta era di tre eserciti, così egli è manifesto che strano ed insolito apparir dovea l’aspetto ed il genere del conflitto. In secondo luogo, chi o al presente, o a quel tempo non avrebbe dubitato se più pericolosa fosse la posizione del Galli, cui da amendue le parti stringevano i nemici, o all’opposto più acconcia alla vittoria, mercechè combattevano ad un’ora con amendue gli eserciti, ed insieme salvavansi le spalle dalle aggressioni di ciascheduno? Ma ciò che più monta si è, che chiusa era loro ogni via alla ritirata così in avanti, come indietro, e tolto ogni scampo ove fossero vinti: che tal proprietà ha l’uso dello schieramento a due fronti. A Romani dava animo l’aver presi i nemici in mezzo e circondati da ogni parte; ma dall’altro canto gli sbigottiva l’appariscenza ed il tumulto dell’esercito de Galli; perciocché innumerevole era la moltitudine delle trombe e delle corna, ed oltre a ciò, salmeggiando tutta l’oste in coro, tale e tanto schiamazzo ne nasceva, che la voce sembrava venir non solo dagli strumenti da fiato e da soldati, ma eziandio da luoghi vicini che rimbombavano. Tremendo era pure l’aspetto e il movimento degli uomini ignudi, cospicui per fior d’età e per forma. Tutti quelli ch’erano nelle prime insegne andavan ornati di collane e di smanigli (braccialetti n.d.r.) d’oro, le quali guardando i Romani parte stupivano, parte adescati dalla speranza del guadagno erano doppiamente stimolati alla pugna.

Struttura della legione romana in epoca repubblicana (da Wikipedia) – clicca sull’immagine per ingramdire

XXX. Del resto, come prima i lanciatori Romani si fecero innanzi, e secondo il loro costume con sicura mano avventaron un nugolo di frecce; a Galli che stavano in dietro molto venivan in acconcio i sai e le brache; ma ai Gesati, ch’erano nelle prime file, cotesto inaspettato avvenimento arrecò all’opposto molto incomodo ed imbarazzo. Imperciocchè, siccome lo scudo gallico non può coprir tutta la persona, così quanto più ignudi e grandi erano i corpi, tanto maggiormente vi si appigliavano le frecce. Alla fine non si potendo difendere da lanciatori, per cagione della distanza e

della moltitudine delle saette che piovevano, vinti dal male e disperati, parte precipitavansi nelle file de nemici furibondi e forsennati, ed abbandonati sé stessi, incontravano spontaneamente la morte, parte ritiravansi a poco a poco fra i suoi, e manifestando il proprio avvilimento, mettevano la costernazione in quelli di dietro. Per tal modo adunque i lanciatori Romani abbatterono la fierezza de Gesati. Ma la massa degl’Insubri, de Boii e de Taurisci, non sì tosto i Romani ebbero ritirati i lanciatori, e mandaron loro addosso le insegne, che attaccati i nemici dappresso fecero aspra

battaglia, e per quanto fossero tagliati, resistevano con egual ardore, nell’apparato solo delle armi, così uniti, come a corpo a corpo, inferiori a Romani gli scudi de quali pel la sicurezza e le sciabole pel l’azione sono di gran lunga più eccellenti; laddove quelle de Galli sono soltanto da taglio. Poichè la cavalleria dei Romani, discendendo dal colle, fece impressione da luogo superiore e per fianco, e valorosamente pugnò, i fanti de Galli furono trucidati ne loro posti, e la cavalleria andò in volta.

Legionari in marcia

XXXI. Perirono de Galli quarantamila; e non meno di diecimila ne furono presi, fra cui il re

Concolitano. L’altro Aneroeste fuggì con pochi in un luogo, ove tolse la vita a sé ed a suoi più prossimi.

Il comandante dei Romani raccolse le spoglie e mandolle a Roma; ma la preda restituì a chi apparteneva. Egli colle legioni, varcato il territorio de’ Liguri, fece impressione nella campagna de Boii, e saziata di rapina l’avidità del soldati, fra pochi giorni ritornò a Roma coll’esercito, ed ornò il Campidoglio colle insegne e colle maniache tolte a nemici (eran queste cerchi di oro, che i Galli portano intorno al collo). Le altre spoglie serbò per fregiarne il suo ingresso trionfale. Per tal modo tornò vana la più poderosa spedizione dei Galli, che a tutti gl’ Italiani, e massimamente a Romaniminacciata avea la più grande e spaventosa ruina. Dopo questa vittoria, sperando i Romani, di poter scacciare al tutto i Galli da paesi intorno al Pò, mandarono amendue i consoli Quinto Fulvio e Tito Manlio novellamente creati, con un esercito e con grande apparecchio contro i Galli. I quali assaltati d’improvviso i Boii, spaventarongli a tale, che si rimisero all’arbitrio de Romani. Ma sopraggiunte essendo pioggie dirotte ed una costituzione pestilenziale, alla fine niente si fece.

(Le storie di Polibio da Megalopoli volgarizzate sul testo greco dal dottor I. Kohen, Milano Sonzogno 1824)

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