di Salvina Pizzuoli

Rocca Ricciarda

Per raggiungere Rocca Ricciarda siamo passati dal Valdarno e poi, usciti a Montevarchi, ci siamo diretti verso Loro Ciuffenna e quindi, da lì a pochi chilometri, verso la nostra meta.

Oggi non piove e il paesaggio che ci circonda è pieno di luce e il bosco, prevalentemente a castagno, che ci accoglie ai margini della strada verso la Rocca, è affascinante nei suoi colori autunnali accompagnati, come sottofondo, dal chiassoso scorrere delle limpide e spumeggianti acque del Ciuffenna.

Cosa ci ha spinto fin qui?

La curiosità sicuramente, si parla di questo borgo come di uno dei tanti semi abbandonati. In effetti il paese pare sia  abitato d’inverno da un numero minimo di abitanti, forse 10 in tutto. Ma d’estate si popola e rinasce perché le sue case, tutte restaurate, appartengono alle vecchie famiglie stanziali che gli eredi abitano per lo più come seconde case. L’altra motivazione è squisitamente culinaria: nell’unica bottega-osteria, l’Osteria bar alimentari La Rocca, aperta d’inverno solo la domenica, si mangia buono e genuino. Non ce ne sono altre in paese, non si può sbagliare e poi è a due passi dal parcheggio, oggi rimpicciolito a causa di una caduta massi.

manufatto ceramico del XV secolo

Rocca Ricciarda è minuscolo, ma custodisce un tesoro che lo sovrasta e che è stato oggetto di studio da parte del dipartimento di Archeologia medievale dell’Università di Firenze che ha effettuato diversi scavi e reperito manufatti interessanti, come si può leggere nel testo a cura di Guido Vannini*.

Chi venisse fin quassù, siamo ad un’altitudine di 945 m slm, solo per visitare una rocca, resterebbe molto deluso. Su in alto, per mezzo di una scala in ferro e un’inferriata che permette la visita, sono pochi i ruderi rimasti, che ai profani non dicono assolutamente nulla, che rimangono a simulacro della fortificazione.

Ma veniamo alle notizie della sua storia più antica.

Le ricerche documentarie e gli scavi archeologici l’attestano attorno al 1191 quando il possesso della Rocca viene confermato a Guido Guerra III dall’imperatore Enrico VI. Sappiamo che il possesso non era stato da sempre dei Conti Guidi, ma era pervenuto loro attraverso la figlia di Guicciardo da Loro, come testimonia il nome con cui la rocca era conosciuta e testimoniata dallo storico Repetti nel suo Dizionario nel 1843:

ROCCA GUICCIARDA, detta comunemente ROCCA RICCIARDA; già ROCCHETTA nel Val d’Arno superiore.

Risiede presso la cresta del monte di Prato Magno alle sorgenti del torrente Ciofenna in mezzo ai boschi di faggi e a naturali praterie. Cotesta Rocca, che fu per lungo tempo uno de’ feudi dei baroni da Ricasoli, prese nome di Guicciarda da quel Guizzardo di Loro, i di cui figli verso il 1200 lasciarono per eredità ai conti Guidi fra diverse ville e castelletti di cotesta contrada anche la Rocchetta che poi si disse Guicciarda; lo che sembra apparire dal privilegio concesso lì 29 novembre 1220 dall’Imperatore Federigo II ai figli del Conte Guido Guerra.

Ma i passaggi di proprietà non terminarono con i Guidi, conti palatini signori di Toscana e di Romagna ed Emilia che crearono un vasto stato patrimoniale costellato di castelli tra i quali Poppi e Romena, per ricordare i più conosciuti in Toscana.

Tra il 1329 e il 1321 il castrum e la Rocca furono ceduti a Bindaccio di Albertuccio Ricasoli e rimase a questa Famiglia fino alla fine del XV secolo circa, più o meno fino a quando la Rocca venne abbandonata.

La rocca guidinga e il palatium residenziale in una ricostruzione in base agli scavi archeologici effettuati

È proprio questo il periodo che accoglie il massimo della documentazione (inizi XIV – XV secolo) e, dalla ricostruzione in base ai dati archeologici, risulta un palatium di pianta quadrangolare, circondato da mura, e di una torre. L’accesso avveniva per una gradinata in legno, lì dove ora c’è quella in ferro, per pedoni e cavalcature, a metà della quale gli archeologi ipotizzano una prima porta d’accesso, come dimostra lo stipite sporgente ancora presente nella cortina muraria; nel punto più alto della rampa viene invece ipotizzato l’accesso con una porta protetta da una bertesca, una piccola sporgenza con caditoia, attraverso la quale si accedeva all’interno della cortina muraria stessa che si legava con la torre, posta all’estremità orientale, così come il palatium, rifinito con merlatura come la torre.

la cortina muraria
I ruderi della rocca

Anche se al profano sfugge la capacità di immaginare quanto manca rispetto a quanto rimane dei miseri ruderi dell’antico castello, non sfugge ad alcuno la magnificenza del panorama che si può ammirare a 360 gradi. In alto a sinistra la croce del Pratomagno, i crinali di verdi e di gialli che scendono verso Rocca Ricciarda, al centro oggi c’è un tappeto di nebbia palpabile che come panna bianchissima ricopre l’orizzonte, e ad ovest ancora crinali vestiti dei colori autunnali.

 

Ma scendiamo verso il borgo che merita una visita con le sue belle abitazioni di pietra grigia, scalinate e vicoli stretti i cui scorci pittoreschi sono adornati con macchie di ortensie e vasi fioriti.

E non dimentichiamo il bosco dove dominano i castagni e scorrono le recenti acque del Ciuffenna che scroscia dall’alto. Un paesaggio che si dimentica difficilmente e che si gode completamente trascorrendoci dentro in un clima di fresca serenità.

Ah!, non dimenticate di fermarvi all’Osteria la Rocca ad assaggiare, se siete fuori all’ora di pranzo, le squisite frittelle di farina di castagne e ricotta, con ricetta segreta ( ma se vi riesce di estorcerla alle due cuoche, mandatecela) anche queste da non perdere assolutamente. Se siete fortunati e avete prenotato per tempo, la stanza da pranzo con camino vi attende: nonno Mario accudisce il fuoco e arrostisce le bruciate che, alla fine di un pranzo gradevolissimo, offre insieme a tre tipi di dolcezze tra le quale le fantastiche frittelle.

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