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Particolare. Una formella della Loggia del Pesce

di Paola Capitani   

                                                                                                    Il segreto della felicità è la libertà. Il segreto della libertà il coraggio      

Pericle

La casa dove traslocammo nel 1949 si trovava nel quartiere di Santa Croce, vicino alla Piazza detta delle “rovine”, e in quella che oggi si chiama Piazza dei Ciompi. La zona era stata bombardata e poche erano le costruzioni rimaste a testimoniare lo storico quartiere di Pratolini. Un quartiere popolare, pittoresco, ricco di storia e di vicende che hanno lasciato un segno indelebile negli abitanti della zona.

Uno dei tanti avvenimenti, che scandiva con costante precisione l’inizio del giorno lavorativo, era il raglio degli asini che la mattina di buonora arrivavano con i pesanti barrocci, carichi di frutta e di verdura, al rionale mercatino di Sant’Ambrogio. Allora si trovava in quella piazza, dove ha sede un altro e più elegante mercato, detto “dell’antiquariato”, meglio noto come “Mercato delle Pulci”. I muli salutavano con un raglio più sonoro degli altri l’arrivo di una ciuchina, di nome Paola, introdotta regalmente nel consesso asinesco che l’attendeva fremente. Il contadino, con orgoglio, ripeteva ogni mattina “arriva la Paola” e giù un sonoro benvenuto dovuto chissà a quali meriti, ignoti al genere umano, ma condivisi da quello animale.

Particolare di un disegno di Dino Migliorini Il mercato di Sant'Ambrogio
Particolare di un disegno di Dino Migliorini Il mercato di Sant’Ambrogio

I ragazzi della strada si entusiasmavano all’arrivo del carro della birra, trainato da due potenti aviglianesi, che, facendo cigolare le ruote di legno e ferro, avvertiva dell’arrivo del pesante carico. Il carro doveva fare una faticosa manovra per entrare nell’androne del deposito di via Martiri del Popolo, fra gli sguardi increduli e incuriositi dei passanti. I ragazzi interrompevano i loro abituali giochi (il pallone, murella, le corse con le assi di legno sotto le quali erano state applicate delle ruzzole di acciaio). Si giocava per le strade e solo raramente si doveva lasciare spazio par far passare una bicicletta o un carretto.

L’appartamento, preso in affitto era signorile, moderno, concepito con tutte le comodità che la nuova edilizia aveva previsto: l’ascensore, il riscaldamento centrale, a pannelli radianti, i pavimenti di marmo, due bagni (rarità per l’epoca dove ancora in molti appartamenti popolari non esistevano vasche da bagno e docce), le terrazze da cui si vedeva un panorama di Firenze quasi a trecentosessanta gradi.

La sagoma solida del Cupolone era di fronte alla finestra di cucina, così come l’elegante e snello Palazzo Vecchio che fiammeggiava di mille torce nelle serate di festa. Il Forte Belvedere, da dove a mezzogiorno il cannone sparava un colpo per comunicare alla città l’ora appena scoccata, e il Piazzale Michelangelo, che si arricchiva delle girandole dei fuochi di artificio per la festa di San Giovanni, si potevano vedere da più di una finestra.

Il colle dell’Incontro, con i suoi verdi cipressi adunati intorno alla chiesa, e le colline di Settignano, che chiudevano quel meraviglioso arco di panorama, erano visibili dalle finestre del salotto. Da qui si poteva godere la vista della Piazza, prima destinata a mercatino rionale di frutta e verdura, e poi al mercatino dell’Antiquariato e dove, alla fine degli anni ’50, fu ricostruita la Loggia del Pesce, collocata in origine al Mercato Vecchio del ghetto.

Loggia_del_pesce_before_1880
La Loggia del pesce nel 1880 circa

Uno scorcio pittoresco e animato, dove ancora oggi si percepisce il colore del quartiere, la gioiosa vitalità di una zona che ha mantenuto uno spirito artigiano particolare.

Era una delle poche case dotate di riscaldamento, a differenza delle altre ancora riscaldate a legna e a carbone. Il veggio1 era un oggetto di consueto uso, insieme al “prete” a alla “monaca”2, posti nei letti la sera per togliere provvisoriamente l’umidità incollata alle lenzuola, rigide per i tessuti ruvidi resi tali dai bucati spartani. Per di più il riscaldamento era collocato nel pavimento, nei pannelli radianti, il che dava una ulteriore tocco di magia e di benessere. Noi ragazzi, spesso, ci sdraiavamo per terra a cercare il calore sotterraneo, destando lo stupore e la meraviglia degli amici, colpiti da questa moderna invenzione, che non solo dava un benessere spesso non provato, ma che, grazie alla sua collocazione, sembrava quasi una magia.

Inoltre l’ascensore era un lusso e, spesso, i compagni di scuola facevano a gara per venire a trovarci per provare l’ebbrezza dell’ascensore e ancora di più per bloccarlo a metà corsa. Era una sorta di gara di bravura per stupire gli altri nell’eseguire con tempismo e coraggio la manovra: la fermata fra un piano e l’altro e quindi, con il fiato sospeso e un piccolo brivido, farlo ripartire fra le grida e gli schiamazzi degli amici. Era un innocuo divertimento che suscitava immediatamente la stizza dei condomini che, sentendo uno strano intermittente rumore venire dalla tromba delle scale, si affacciavano, prima preoccupati poi innervositi, inveendo contro di noi e ipotizzando sciagure e catastrofi.

Il frigorifero, all’epoca era la ghiacciaia di legno e zinco, dove veniva messo il ghiaccio, trasportato con balle di juta,in lunghe sbarre, e lo si acquistava dal lattaio, che spezzava con un chiodo lungo e appuntito e con un mazzuolo le porzioni desiderate. Dal lattaio si portava la bottiglia di vetro per farla riempire di latte fresco e l’odore della bevanda era percepibile nel negozio arredato con piastrelle bianche pulite e lucide.

Per strada si trovava l’arrotino, che, con la sua speciale bicicletta affilava forbici e coltelli e ce la rendeva fiero del suo operato. In poco tempo restituiva oggetti fiammanti dai quali era sparita qualsiasi traccia di ruggine, mostrando fiero le lame taglienti, facendole scivolare tra le sue rugose e sporche dita. Lo straccivendolo gridava passando con il carretto raccattava pezzi di stoffa inutilizzati nelle case, mentre lo stagnaro riparava ramine e mezzine, reclamizzandosi a suon di voce.

Il rumore delle strade, all’epoca, era inesistente e solo qualche raro carro o barroccio poteva interrompere il silenzio della strada, dove la voce dei passanti era l’unico elemento sonoro, sopraffatto da questi estemporanei artigiani. La comunicazione avveniva in tempo reale, dalle finestre, dalle porte dei negozi e l’assenza di ascensori era sostituita da provvidenziali panieri di paglia che venivano calati dalle finestre per raccogliere pacchetti, lettere, chiavi, comunicazioni …. e sollevare così dal fastidio di ripide e strette scale fatiscenti.

Quanti ricordi, quante sensazioni si affollano in una sequenza di immagini memorizzate in un periodo di oltre quarant’anni. Immagini nitide anche se lontane nel tempo, caratterizzate da odori e rumori strettamente legati tra loro come in un apparecchio ad alta risoluzione.

Era tale lo spazio e la distanza tra le case allora esistenti che il circo equestre di passaggio in città sostava nella piazza delle Rovine (dove oggi si trovano il Palazzo delle Poste di via Pietrapiana, lo stabile che comprende il cinema Alfieri, il Palazzo nuovo del Catasto e le aree limitrofe all’attuale asilo nido di Via dell’Agnolo). Il quartiere assumeva così una magica atmosfera con i ruggiti dei leoni e delle pantere, a pochi metri dalle case circostanti e udibili nella notte quando qualche rumore agitava la belve.

Il cinema Garibaldi (attuale sede del grande magazzino in via Pietrapiana) era un quotidiano ricettacolo di ubriaconi, svaniti e barboni che, senza una fissa dimora, rimanevano a ore a bivaccare sui consunti e traballanti sedili, e costituivano lo spettacolo nello spettacolo. Era uno dei luoghi di passatempo preferiti degli abitanti del rione: a buon mercato si potevano vedere i film, anche se il sonoro era messo a dura prova dai commenti piuttosto osceni dei variopinti spettatori, accompagnati dai lanci di bucce di semi di zucca e di lupini (nei casi migliori).

Questo era il quartiere di Borgo Allegri, estroso e fantastico, dove le risse tra protettori e prostitute erano uno spettacolo quotidiano a cui assistevano, affacciate alle finestre, le famiglie curiose di vedere l’epilogo delle Era tale lo spazio e la distanza tra le case allora esistenti che il circo equestre di passaggio in città sostava nella piazza delle Rovine (dove oggi si trovano il Palazzo delle Poste di via Pietrapiana, lo stabile che comprende il cinema Alfieri, il Palazzo nuovo del Catasto e le aree limitrofe all’attuale asilo nido di Via dell’Agnolo). Il quartiere assumeva così una magica atmosfera con i ruggiti dei leoni e delle pantere, a pochi metri dalle case circostanti e udibili nella notte quando qualche rumore agitava la belve.

Come in un romanzo di Guareschi la vita del rione si svolgeva tra la cellula del Partito Comunista in Piazza (Casa Ghiberti), rinominata bonariamente “Il Gambero Rosso” da quelli che invece erano assidui frequentatori della parrocchia, e l’oratorio della Chiesa di Sant’Ambrogio. La tipologia dei frequentatori dell’uno e dell’altro era riconducibile alla classe sociale di appartenenza. I figli degli operai e degli artigiani (di estrazione proletaria) frequentavano il circolo comunista, mentre i figli delle famiglie benestanti e borghesi frequentavano l’ambiente di matrice cattolica.

La tombola invece non risentiva di differenze di classe o di ideologie politiche, era un’occasione da non mancare e addirittura si creavano i presupposti per incrementare tale opportunità di gioco che consentiva anche di vincere qualche soldo, ma soprattutto di trascorrere qualche ora in compagnia. Capitava spesso di passare in una strada e sentire una voce stentorea che, dalle finestre aperte di un circolo o di un ritrovo, pronunciava il numero appena estratto, seguito da qualche immediato grido di emozione che annunciava “Terno” o “Quaterna”.

1 Scaldino con braci che si teneva stando seduti.

2 Strutture di legno che reggevano lo scaldino.

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