A Tarquinia, la Riserva Naturale Statale delle Saline

Una visita guidata

a cura della Redazione

La Riserva Naturale Statale delle  Saline di Tarquinia occupa un’area di circa 150 ettari: la sua forma ricorda un triangolo rettangolo la cui ipotenusa corre lungo il litorale tarquiniense; più della metà della sua estensione è occupata da vasche comunicanti tra loro di acque basse salate, separate da terrapieni di terra, pietre  e legno. La sua è una storia recente ma estremamente interessante. Nasce infatti nel 1980 per decreto del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste per le sue caratteristiche ambientali adatte alla sosta e alla nidificazione di uccelli migratori. In un primo periodo fu duplice la sua attività: vi si produceva il sale in estate, fino al 1997, e fungeva da area di sosta e svernamento degli uccelli nel restante periodo dell’anno sostituendo egregiamente l’habitat andato distrutto dal fenomeno di urbanizzazione del litorale laziale che aveva ridotto così le possibilità di rifugio per i migratori. … continua a leggere Le Saline di Tarquinia: Riserva Naturale Statale

Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia:

gli affreschi di quattro tombe della necropoli di Montarozzi “strappate” e ricostruite

Al secondo piano del Museo, in una sala climatizzata, gli affreschi di alcune delle tombe della necropoli di Montarozzi (Tomba del Triclinio, Tomba delle Bighe, Tomba della Nave e Tomba delle Olimpiadi) che riproducono la struttura della tomba originale: per motivi conservativi con un lavoro di estrazione particolarissimo, sono stati poi ricostruiti in questa sala. Il termine “strappare” per indicare il metodo utilizzato dà l’immagine del procedimento:

“parete per parete e in un sol pezzo, applicando prima sulle superfici pittoriche un doppio strato di tela finissima con gomma lacca incolore diluita in alcool, le decorazioni delle tombe delle Bighe, del Triclinio e del Letto funebre; pulite e spianate a tergo esse sono state poi ritrasportate su una doppia tela imbevuta di caseato di calcio e fissate infine con tiranti elastici regolabili su telai di pino di Paranà”

scrive Renato Bertoccini nel suo testo “Le pitture etrusche di Tarquinia”.

In altre pagine del volume spiega la tecnica utilizzata dagli Etruschi per istoriare le pareti delle tombe, la stessa praticata dai Greci e dagli Egiziani:

“Veniva steso l’intonaco sulle pareti di tufo delle tombe ottenuto da un impasto composto per circa un terzo di carbonato di calcio e due terzi di argilla, a cui veniva talvolta aggiunta una piccola quantità di torba per mantenerlo umido per impedirne l’indurimento prima che si effettuasse il disegno e vi si stendessero i colori; poi si passava una mano di scialbo bianco o grigiastro per fissare la pittura. Le figure erano dapprima delineate con pennellate rosse, di rado precedute da linee contorno che invece venivano sempre utilizzate per suddividere i riquadri in cui erano suddivise le scene. Pochi i colori base utilizzati; negli affreschi più antichi solo il nero, ottenuto con fuliggine o col carbone vegetale, il bianco (bianco di Spagna o creta bianca), il rosso e il rosa pallido a base di ossido di ferro. Successivamente la gamma cromatica si accrebbe con il giallo di terra di ocra, il blu ottenuto con polvere di lapislazzuli o con un composto di rame, calcio e silice detto frite égyptienne; il verde, unendo malachite e frite égyptienne. Mescolando diluendo questi colori base si ottenevano poi tutte le altre svariate tinte e mezzetinte di cui sono talvolta ricche alcune composizioni”.

Altre interessanti notizie vengono illustrate nei molti pannelli esplicativi presenti nella sala che indicano la necropoli di Monterozzi come la più estesa e ricca di manufatti. Le pitture funerarie in esse contenute sono state datate tra il VII e il II secolo a.C. Un apparato scenico, quello delle tombe dipinte, riservato alle classi più abbienti. La credenza che la vita continuasse oltre la morte determinava la scelta degli artisti di raffigurare scene di vita quotidiana che oggi costituiscono fonte preziosa di conoscenza circa usi e costumi dei nostri antenati. A partire dagli ultimi anni del V secolo a.C. la convinzione più spiritualista determinò scelte raffigurative a carattere diverso: compare infatti un mondo dell’aldilà popolato da dei e demoni.

Tomba del Triclinio

Tomba delle Bighe

Tomba della Nave

Tomba delle Olimpiadi

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Tuscania, nella Tuscia viterbese

di Salvina Pizzuoli

In un paesaggio morbido e ondulato, su un terrazzo di tufo sul bacino del Marta, Tuscania ci accoglie circondata da mura e dal verde.
Situata nell’antica Tuscia viterbese ha origini etrusche come dimostrano a partire dal VII secolo a.C. gli insediamenti a sud e a nord del colle di San Pietro, colle dove oggi sorge la splendida basilica omonima. L’aggregazione dei diversi villaggi in un’unico centro si verificò lentamente, stabilizzandosi dalla seconda metà del IV secolo a.C. quando raggiunge il massimo del suo splendore accentrandosi sui colli di S. Pietro, del Rivellino e di Poggio fiorentino, i tre colli che la caratterizzano. Dopo la conquista romana, ne diventerà municipium intorno al 90 a.C., diviene un caposaldo a controllo del vasto territorio della Tuscia, di cui occupava una posizione centrale, potenziata dall’importante via di comunicazione, la Via Clodia. A seguito del crollo dell’Impero Romano, la sua storia fu travolta dalle diverse invasioni barbariche che si succedettero e che si conclusero nel 774 con la fine del ducato longobardo e con una crescente influenza della chiesa.

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A Tuscania: Santa Maria Maggiore

di Salvina Pizzuoli

Appena fuori dall’abitato la basilica di Santa Maria Maggiore compare con la sua abside e il suo complesso architettonico. Sorta lungo l’antica via Clodia, le sue origini risalgono all’VIII secolo, poi ricostruita e trasformata con rimaneggiamenti e aggiunte nei secoli XI e XII fino all’attuale a tre navate.

La bella facciata, stretta tra la torre dirimpettaia, si apre in basso con tre portali, di cui il principale ha quattro arcate poggianti su doppie colonnine con capitelli di differente forma; gli stipiti sono scolpiti ad intrecci vegetali e figure animali e antropomorfe; nella lunetta una Madonna in trono con il Bambino benedicente.

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Nella Tuscia viterbese: la Basilica di San Pietro a Tuscania

di Salvina Pizzuoli

Siamo nel cuore dell’antica Tuscia a pochi chilometri da quella che oggi è la Maremma Toscana da cui noi stiamo arrivando: un panorama dai verdi cangianti, ondulato, morbido, illuminato da un bel sole primaverile. Anche il paesaggio sa di secolare, come le genti che lo hanno in origine abitato: una terra calda, accogliente con i rossi e i gialli dei suoi tufi, con tanta storia scritta nelle splendide architetture che ne adornano i poggi e i declivi.
Tuscania ci accoglie così presentandosi con due strutture prestigiose che, appena fuori dell’abitato, ne contraddistinguono le caratteristiche artistiche, in questo caso medievali: le due basiliche di Santa Maria Maggiore e di San Pietro, la prima più in basso rispetto alla seconda che dal colle domina spettacolarmente la piana del fiume Marta.

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Il Tumulo della Regina a Tarquinia

di Michele Zazzi

Il Tumulo della Regina a Tarquinia

Il Tumulo della Regina si trova nella Necropoli della Doganaccia a lato della strada che collegava probabilmente il porto di Tarquinia con la Città e vicino al Tumulo del Re, posto sull’altro lato della medesima strada. Il sepolcro ha un diametro di oltre 40 metri e risale al VII secolo a.C.
Il tumulo è rivolto ad ovest e nella parte anteriore è preceduto da un grande ingresso a cielo aperto a pianta cruciforme composto da un ampio vestibolo (largo 6 m circa e lungo oltre 8 m) attorno al quale si aprono tre camere funerarie (una centrale e due laterali). Un’imponente scalinata (con 12 – 13 scalini) immette su una piattaforma (piazzaletto) profondamente infossata di forma quadrangolare (larga 3,70 m e lunga 2,60 m), probabilmente in antico coperta da una tettoia (legno?). La piattaforma presenta banchine composte da un doppio gradino sui tre lati del piazzaletto, interrotte dagli accessi delle tre camere funerarie. In questo spazio si svolgevano riti e spettacoli dedicati al defunto.

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Santa Maria in Castello a Tarquinia

La sua storia si perde nel medioevo quando ne fu iniziata la costruzione nel 1121. La sua elegante facciata si apre all’interno del comprensorio murario fortificato su un ampio spiazzo su cui si eleva una torre  gentilizia, la più alta della città. Colpisce della sua struttura la bella bifora che sovrasta i tre ingressi di cui quello centrale è il principale come mostra la particolare ornamentazione che merita di essere ammirata da vicino. Qualificata e firmata come opera cosmatesca si articola in motivi geometrici e musivi. Una breve digressione da dedicare all’attività dei cosmateschi: con questo termine si indicano gli artigiani che nei secoli 12° e 13° operavano manufatti in marmo caratterizzata da motivi geometrici inseriti in zone decorate in marmo bianco di cui detenevano il monopolio di quelli antichi, alternate a motivi policromi a mosaico. In Santa Maria in castello operarono alcuni tra i primi rappresentanti, Pietro di Ranuccio, cui si deve il portale centrale costruito 1143, ma anche Nicola di Ranuccio, Giovanni e Guittone che “firmarono” le loro opere incidendo i propri nomi sugli stipiti del portale principale. … continua a leggere Santa Maria in Castello

Le saline di Tarquinia: Riserva Naturale Statale

Una visita guidata

a cura della Redazione

La Riserva Naturale Statale delle  Saline di Tarquinia occupa un’area di circa 150 ettari: la sua forma ricorda un triangolo rettangolo la cui ipotenusa corre lungo il litorale tarquiniense; più della metà della sua estensione è occupata da vasche comunicanti tra loro di acque basse salate, separate da terrapieni di terra, pietre  e legno. La sua è una storia recente ma estremamente interessante. Nasce infatti nel 1980 per decreto del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste per le sue caratteristiche ambientali adatte alla sosta e alla nidificazione di uccelli migratori. In un primo periodo fu duplice la sua attività: vi si produceva il sale in estate, fino al 1997, e fungeva da area di sosta e svernamento degli uccelli nel restante periodo dell’anno sostituendo egregiamente l’habitat andato distrutto dal fenomeno di urbanizzazione del litorale laziale che aveva ridotto così le possibilità di rifugio per i migratori. … continua a leggere Le Saline di Tarquinia: Riserva Naturale Statale

Tarquinia: la città vecchia e le sue bellezze architettoniche (seconda parte)

di Salvina Pizzuoli

Seguiamo il percorso e, seguendo via Della  Ripa, entriamo in Piazza Marini dove un palazzotto (XV secolo) è sede oggi dell’Archivio Storico Comunale sulla cui facciata spiccano caratteri rinascimentali insieme a quelli gotici; accanto un abbeveratoio-lavatoio dei primi del Novecento, è uno dei due rimasti ancora in città.

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Tarquinia: la città vecchia e le sue bellezze architettoniche (prima parte)

di Salvina Pizzuoli

La veduta della zona occidentale di Tarquinia con la torre della chiesa di Santa Maria di Castello e più a sinistra la chiesa e convento di Valverde

Origini antichissime caratterizzano la città che oggi accoglie il viaggiatore con il suo giro di mura medievali, le sue torri, le sue chiese e i suoi palazzi, ma la sua storia si muove ancora più addietro nel tempo, con le sue origini etrusche, l’antica Tarchna, ricca e fiorente già tra il VII e il IV secolo a.C., origini che trovano testimonianza nello splendido Museo Archeologico e nelle necropoli.

Antico centro etrusco che la tradizione vuole fondato da Tarconte, fratello o figlio di Tirreno, l’eroe eponimo del popolo etrusco. La città sorgeva in un ampio pianoro oggi denominato La Civita. Nel 181 a. C.in una porzione del suo territorio presso il mare fondò la colonia di Gravisca; nel 90 ricevette il diritto di cittadinanza e divenne municipio. Probabilmente nel sec. VII, per le invasioni barbariche e la malaria ,la città si spopolò e parte della popolazione si trasferì sul colle vicino, dando vita a Corneto, la Tarquinia moderna. Il centro si è denominato Corneto fino al 1872 quando ha assunto il nome di Corneto Tarquinia, poi quello di Tarquinia 1922  Corneto deriva dal latino cornetum ‘luogo piantato a cornioli

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