Da Roma a Luni, un viaggio nel V secolo d.C. dal De Reditu suo di Rutilio Namaziano

descritto da Giovanni Caselli

Mosaico di epoca romana (Ostia)

Da Salebro, la nuova litoranea del console Emilio Scauro, la via Aurelia Sacuri, traversava il fosso Pecora,-a ricordo dei milioni di pecore che qui venivano portate in inverno dagli Appennini Tosco-Romagnoli durante le transumanze- e giungeva nella piana del torrente Cornia all’estremità ella quale é il promontorio di Populonia, dove si trova l’odierna Piombino in luogo del porticciolo romano di Falesia.

MAPS (Follonica) ricostruzione della costa e del lago salato

La Via Aemilia Scauri tagliava subito verso nord e San Vincenzo, ma al bivio, la stazione di Manliana, era un diverticolo che conduceva alla città etrusca, l’unica fra tutte, situata sul mare. L’ubicazione è tipica di una colonia ellenica: un promontorio e un porto naturale. La città che sorse su un sito preistorico, divenne un centro industriale per la lavorazione dei metalli. Dapprima a Populonia si lavorò il rame estratto nel vicino Campigliese, poi il ferro dall’Isola d’Elba. Le scorie di lavorazione formano colline enormi, alcune delle quali, accumulatesi in epoca romana, coprono le tombe della necropoli etrusca.

Populonia

La cinta di Populonia etrusca è databile al VI-V secolo a.C. ed è lunga 2.500 m, poi furono aggiunte mura che tagliavano di traverso il promontorio, dal porto, il Golfo di Baratti, alla Cala di San Quirico. Dall’VIII secolo il rame lavorato a Populonia raggiunse i porti più importanti del Mediterraneo; si stabilirono stretti contatti coi Sardi e con le città e colonie greche. L’inizio del commercio del ferro è datato al VI secolo a.C. e i suoi riflessi si vedono nell’emissione di monete d’oro, poi in argento. La malaria ridusse anche questa città a villaggio e poi a deserto. Venne il giorno: remando ora ci sembra di star fermi, tuttavia l’allontanarsi della terra è prova del movimento della prua. Sulla nostra rotta sorge l’Elba, famosa per le sue miniere di ferro. Il suolo del Noricum non ha prodotto un frutto migliore; nemmeno il ferro battuto dei Biturigi è da preferirsi, anche se fuso in grandi altiforni. Neanche le masse fuse che escono dal minerale di Sardegna.

“… La vicina Falesia (Piombino o Porto Falesi) ferma il nostro  lasso cammino, anche se Febo  era appena giunto a mezza strada.  Succedeva che quel giorno, felici bande festanti che scorrazzavano per le contrade, rilassavano i loro petti affaticati con osservanze festose. Era questo il giorno in cui Osiride risveglia il vago seme che fornirà nuovi frutti. Approdando cerchiamo albergo e ci addentriamo in un bosco. Ci piacciono i laghetti che allietano con le loro  chiuse acque basse. Lo specchio delle acque imprigionate alla piena, permettono al pesce giocoso di guizzare all’interno delle riserve. Ma ci fu fatto pagar caro il nostro riposo in questo delizioso luogo di sosta, da un oste più duro di Antiphate. Un perverso giudeo era il proprietario della locanda. … (segue una lunga diatriba antisemitica)

Una cimba, una delle sei imbarcazioni con cui Namaziano compì il suo viaggio (fotogramma tratto dal film De reditu suo)

“… Si leva, avverso,  un vento settentrionale; ma anche noi ci impegnamo coi remi a muoversi, mentre il giorno vela le stelle. Qui vicino Populonia ci apre la sua sicura sponda, dove ritira la sua baia naturale entroterra. Non vi è un faro , che innalzi al cielo la sua mole e che mostri  una luce notturna; anticamente, trovando un’alta rupe, utile come punto di vedetta, dove la cresta torreggiate domina le conquistate onde, si gettarono le fondamenta di un castello con duplice funzione: una difesa per la terra e un segnale per il mare. I resti di un’età precedente non sono palesi, il tempo che tutto divora ha eroso via i grandi bastioni. Solo tracce rimangono delle mura perdute: sotto un grande ammasso di rovine giacciono le case sepolte. Non illudiamoci, i mortali corpi si dissolvono: dall’esperienza apprendiamo che le città possono morire. … Quando il vento del nord virò, ci affrettammo a metter le vele davanti alla brezza, non appena la Stella del Mattino scintillò sul suo roseo destriero. La Corsica incomincia a mostrare le sue oscure montagne, che con le creste sormontate da nubi sembrano ancora più alte … Il breve tratto di mare ha dato origine a una leggenda bugiarda; la gente dice che che una mandria di mucche traversò a nuoto al empo in cui una donna chiamata Corsa, in cerca di un bue smarrito, raggiunse le coste di Cyrnus. Come avanziamo nel mare, Capraria ora s’innalza. Un’isola mal messa, piena di uomini che rifuggono la luce. Il nome con cui chiamano se stessi è greco, “monachoi”, in quanto desiderano vivere da soli e vedere nessuno. Temono  i beni di Fortuna, hanno paura dei suoi oltraggi: chi ricorrerebbe alla povertà per fuggire la misera?…”

Le isole dell’Arcipelago (1847)

A Venturina siamo alla stazione di Aquae Populoniae, dove l’Aemilia incrociava la strada da Saena Iulia (Siena) e Aquae Volaterranae (Castelnuovo Val di Cecina). La via corre ora lungo un lungo litorale, ancor oggi senza abitati di rilievo e coperto di pinete, fino al fiume Caecina, oltre il quale, al terminale della via naturale da Volterra, si trova Vada Volterrana.

“Entrando ora nell’area di Volterra, giustamente chiamata ‘le secche’, mi attengo strettamente alla parte più profonda del pericoloso canale. A prua la vedetta esamina le acque lì sotto e dà istruzioni al timoniere a poppa, guidandolo con grida di allarme. Un limite su ambedue i lati segna le strette con un a coppia di alberi, presentando un allineamento di pile infilate nel fondo; a queste si legano alti lauri, facili da vedere dai rami e dal fogliame, cosicché anche se i fangosi margini del canale si vedono anche per la massa di alghe, si può ottenere un passaggio più sicuro e non urtare i segnali. Qui fui costretto a fermarmi da un forte vento da nord ovest del tipo che sconquassa anche il profondo dei boschi. Sicuri, sotto un tetto, ci riparammo dalla pioggia incessante: la vicina villa del mio amico Albinus fu messa a mia disposizione. (Albinus era il successore in ufficio di Rutilio Namaziano)… Trovammo il tempo di visitare le saline che si trovano vicine alla villa… L’Aurora color zafferano aveva mandato avanti il cocchio del bel tempo: la brezza al largo ci dice di sollevare gli alberi delle vele. Il delicato respiro del vento porta avanti la prua senza vibrazioni; morbidamente le vele sbattono sulle corde senza tensione. Là s’innalza in mezzo al mare la Gorgona circondata dalle onde, con Pisa e Corsica sui due lati. Evito le scogliere, memori di recenti disastri…”

(qui l’autore parla ancora dei monaci che si isolano su queste rocce, come incantati da una nuova Circe, lasciando le ricchezze del mondo)

La città di Volterra, se pure situata a diverse miglia dal mare, va considerata città costiera alla stessa stregua di Roselle, Vulci e Vetulonia. La città di Velathri per gli Etruschi e Volaterrae per i Romani,sorse sul crinale fra il fiume Caecina e il torrente Hera, con facili collegamenti naturali -i crinali collinari- con un vasto territorio compreso fra Siena e Populonia e il corso dell’Arno. La città si formò nel periodo villanoviano, cioè dal IX secolo a.C.. Dal VI secolo la città inizia un suo periodo di splendore artistico tramite contatti col mondo ellenico. La sua cinta muraria, del V secolo, lunga 7 Km, sopravvive in parte e soprattutto sopravvivono una delle porte del periodo romano, la Porta dell’Arco, con tre teste, due sui lati e una sulla chiave di volta, raffiguranti, probabilmente, divinità protettrici della città, e una delle porte etrusche, Porta Diana. Tipiche di Volterra sono le urne cinerarie di alabastro, un materiale di cui il territorio è ricco e la cui industria continua ancor oggi; le urne di terracotta figurate e le figurine di bronzo allungate dette ‘ombre della sera’. La città ha numerose necropoli nel circondario, ma i resti monumentali etruschi sono poco impressionanti, quelli romani ,più cospicui, comprendono monumenti sull’Acropoli, il Foro, il Teatro  monumentale e le grandi terme. Dopo la Maremma pisana si raggiunge la parte collinosa della costa sulla quale, nel punto più sporgente verso il mare si trovava Portus Pisanus, poi subito Triturrita, dove ora sono l’Ardenza e Livorno. Rutilio Namaziano descrive queste località con dovizia di particolari.

“… Da qui ci muoviamo verso Triturrita: è questo il nome di una residenza, una penisola che sorge framezzo alle inique onde. Si proietta nel mare su pietre che la mano dell’uomo ha messo assieme e colui che edificò la casa dovette esser prima sicuro che il terreno fosse stabile. Fui sorpreso alla vista del vicino porto  (Portus Pisanus fra Livorno e Bocca d’Arno), che è pieno di mercanzia pisana e di ricchezze viaggianti per mare. Il luogo ha un aspetto meraviglioso. Le sue sponde fronteggiano il mare aperto e giacciono esposte a tutti i venti: qui non vi sono moli a protezione di bacini interni capaci di sfidare le minacce di Eolo. Tuttavia, al limite delle sue acque profonde, le lunghe alghe proteggono una nave che tocchi il fondo, senza causare danni; allo stesso tempo le alghe attutiscono il rullio delle onde. Un sicuro vento da sud est ci porta di nuovo al momento di partire…. (ma decide di visitare un amico)  Ormeggio la mia nave nel sicuro ancoraggio e viaggio in carrozza verso Pisa per quella strada che i vindanti fanno a piedi. Ottengo i cavalli e l’offerta di una vettura da parte di un tribuno , mio vecchio camerata di quando fui Maestro di Cerimonie al palazzo della guardia armata del pio imperatore. Visitai l’antica città di origini Alfee  (fondata cioè dalla Pisa dell’Elide presso il fiume Alfeo) che l’Arno e l’Auser circondano con i loro flussi gemelli; alla loro confluenza i due fiumi formano un triangolo di terra: l’apertura davanti da accesso a una stretta striscia di terra, ma è il nome dell’Arno che continua dopo che i due fiumi si sono uniti, ed è l’Arno solo che giunge al mare. (Qui l’autore ricorda che il padre fu governatore dell’Etruria, e che egli amò quel compito)… Ora, ritornando dalla città di Pisa a Triturrita, spiegai le vele a un sicuro vento meridionale quando il cielo divenne brutto sotto un improvviso addensarsi di nubi piovose … “

Tracciato Aurelia da Salebro a Luni

Quindi l’Aemilia Scauri si porta verso Pisa, allontanandosi oggi dal mare, che però in epoca romana giungeva presso Pisa stessa. Della Pisae romana si sono salvati frammenti di opere d’arte quasi accidentalmente, si tratta di materiali di spoglio o di recupero reimpiegati in epoca tardoromana e gotica nel Camposanto. Sarcofagi del tardo impero sono stati spesso reimpiegati per seppellire personaggi più tardi. Della città propria non resta più nulla se non nel sottosuolo, ancora tutto da esplorare. Pisa rifulge di monumenti posteriori all’epoca in cui stiamo viaggiando. Da Pisae una strada che seguiva l’Arno sulla sinistra orografica, raggiungeva Florentia. La Via Aemilia Scauri, a nord di Pisa, traversa quella regione pedemontana, detta oggi Versilia, che ai piedi delle spettacolari Alpi Apuane, era cosparsa di ville e villaggi e dove, dall’età augustea in poi, si sviluppò la fiorente industria del marmo. Luni fu la città capitale di questo distretto, in parte controllato dalla vicina Lucca. All’altezza di Camaiore si innestava sull’Aemilia Scauri il ramo della Via Cassia da Luca, che vediamo altrove. Un altro ramo della Via Cassia si univa a questa costiera a Pisae. Rutilio Namaziano; Libro II:

“…Liberi infine dal blocco del mare causato dal temporale, avemmo la fortuna di prendere il largo dal porto di Pisa. Calma sorride la superficie delle acque mentre i raggi del sole scintillano su di essa: l’onda solcata mormora con lieve sciaguattare. I pendii dell’Appennino si presentano alla vista mentre Thetis  (il mare) li sfrega respinta da un promontorio spazzato dal vento. …(dopo una prolissa digressione sull’Italia e la sua forma e dimensione, il poeta continua…) Veleggiado rapidamente sulla nostra rotta, giungiamo presso bianche e scintillanti mura: la sorella che prende il suo bagliore dal Sole da il nome della città  (Luna). Il colore della sua pietra natia, supera quello dei ridenti gigli, la pietra luccica ammucchiata in lucido splendore. Ricca di marmo, è una terra che crogiolandosi nella sua bianca luce, sfida le vergini nevi…”

(E così, con una poetica descrizione di Luni e del suo marmo il poema viene interrotto).

Pisa, Lucca, Massa rappresentate nella Tabula Peutingeriana

La città di Luna fu ritenuta etrusca dagli archeologi di un tempo, in quanto situata nella Regio VII Etruria, ma è di fondazione chiaramente romana in un territorio puramente ligure. La colonia fu fondata nel 177 a.C.su un castra romano edificato subito dopo la fine delle guerre per debellare gli indomiti Liguri. Il porto di Luna, grandioso e operosissimo, era il porto del marmo, subito alle mura della città che allora era situata sul mare. Il nome di Luni e Lunigiana deriva dal culto locale della dea Luna che continuò ad essere praticato anche in epoca romana. Alla fine dell’Impero Luna fu saccheggiata da tutti gli invasori, perfino dai Vichinghi poco prima dell’anno 1000. Tutto quello che resta di Luna oggi è sotto il livello del suolo, ma si individuano i resti dell’anfiteatro, fuori città, del teatro, del Foro etc. Comodamente il museo dei reperti di Luni si trova all’interno dell’area archeologica.

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