Percorsa e descritta dal prof. Giovanni Caselli

Percorso della via Clodia (In fucsia)

La Via Clodia era la strada dell’Etruria e per l’Etruria, era un antichissimo tracciato che fu trasformato in via consolare fra il III e il II secolo a.C. La Via Cassia si separava dalla Clodia all’altezza di Veii, mentre la prima transitava all’interno, ossia a est dei grandi laghi vulcanici, la Clodia transitava a ovest per Blera, Tuscania giungendo a Saturnia, da qui il tracciato fu poi sistemato fino a Rusellae e quindi allacciato alla litoranea Aurelia-Aemilia Scauri a Salebro. Fu forse realizzata da Marco Claudio Marcello, console nel 287 a.C., oppure da Caio Claudio Canina, console nel 285 a.C. L’apertura della Clodia precede comunque di gran lunga la riduzione a colonia romana dell’antica città di Saturnia nel 183 a.C.

Dopo la realizzazione della Via Flaminia, la Clodia si dipartiva da questa subito oltre Ponte Milvio, o Pons Mulvius. Alla Clodia si allacciava anche la Via Triumphalis, proveniente dal Vaticano, presso l’attuale Giustiniana.

Villa di Lucio Vero – Pannello decorativo di paste vitree

Oltrepasato il ponte la Via saliva sulla collina per ridiscendere sul torrentello dell’Acqua Traversa e lo costeggiava per un poco. Ecco pararsi di fronte al viaggiatore dell’età imperiale, la magnifica vista della villa di Lucio Vero, che sorgeva al V miglio, su una collina.

I resti di questa villa sono cospicui: muraglioni, pavimenti a mosaico, fognature, cuniculi e cisterne sotterranee, si trovano nel giardino di una grande villa moderna. Da qui provengono ben quattro busti dell’imperatore e uno di Marco Aurelio.

Sempre al V miglio della Via Clodia, si trovava il lucus Robigus, una divinità che se non propiziata faceva arrugginire il grano distruggendo i raccolti, almeno così ricorda Ovidio (Fasti,IV,907). Ora la zona è talmente caotica e il degrado tale che sarebbe impossibile localizzare un sito del genere. Il tracciato dell’antica via differisce dall’attuale passando sul lato opposto della Villa di Lucio Vero.

Poi giungiamo presso quel monumento erroneamente interpretato come Tomba di Nerone, oggi soltanto un riferimento automobilistico -dal momento che qui non vi sono altro che automobili!- Un grande ammasso di calcestruzzo con all’interno una camera criciforme rivestita di blocchi di pietra e altri ruderi esistono lungo il tracciato. La cosiddetta Tomba di Nerone è un grande sarcofago di marmo con un’iscrizione che inequivocabilmente lo attribuisce a un certo Publius Vibius Marianus. L’attribuzione a Nerone risale tuttavia al XVI secolo e non ne conosciamo le ragioni -la tomba dell’imperatore si doveva trovare sul Pincio-.

Ora la Via Clodia segue una dorsale lunga e dritta fra due fossi e qui si trova quel luogo infernale -per il traffico- che è oggi i casale detto La Giustiniana. Qui la Via Trionfale raggiunge la Clodia e più oltre, circa un chilometro, ecco il bivio per Veii.

Isola Farnese – Parco archeologico

La grande città etrusca che fu troppo vicina a Roma per poter prosperare a lungo.

Isola Farnese, non è più quel ‘luogo miserabile’ descritto da decine di archeologi e antiquari che visitarono le rovine di Veii nei secoli scorsi. E’ questo l’unico luogo abitato oggi nei pressi di Veii ed è un dignitoso villaggio raccolto attorno a un castello padronale, memore di rapporti feudali neanche troppo antichi.

L’area occupata dall’antica città era grande quasi quanto quella della Roma serviana, era certo più grande di qualsiasi altra città d’Etruria, ed è per questo che Roma trovò la presenza di Veii, a poche miglia dal Tevere, assolutamente intollerabile.

Veio – area archeologica

La città era naturalmente difesa su ogni lato, vi era solo un passaggio a ovest, ma anche questo fu forato con un lungo tunnel per farvi scorrere un torrente. Le rupi naturali che circondano l’altopiano di Veii furono sovrastate da mura possenti di pietra vulcanica. Fino agli scavi recenti nulla emergeva sopra l’erba di questo altopiano, eppure Veii fu una grossa città perfino in epoca imperiale. Presso il mulino fu trovato, molti decenni orsono, il santuario di Apollo che ha restituito le magnifiche sculture di terracotta dell’Apollo di Veio, ora nel Museo di villa Giulia a Roma.

L’ager veientanus produceva abbondanti raccolti e riforniva la città un tempo nemica. La zona di Veii divenne anche luogo di villeggiatura per i ricchi romani dell’età imperiale. Ma la riscoperta dell’antica città etrusca risale al XVII-XVIII secolo quando si incominciarono a depredare le tombe delle ricche necropoli come quella di Grotta Cannuccia, a Valle La Fata, Vacchereccia, Quattro Fontanili.

Ricostruzione tempio etrusco di Veio

Veii aveva contatti con i Falisci e con la città di Cuma già in epoca pre-etrusca. Nel V secolo a.C. si costruisce la cinta muraria in tufo locale, questa aveva una decina di porte, ognuna in corrispondenza di strade dirette verso altrettante città circumvicine. Si sono individuati a Veii tre templi importanti, uno a Piazza d’Armi, uno a Porta Cere e l’ultimo al Portonaccio. Quest’ultimo è della fine del VI secolo a.C.ed era dedicato a Mnerva ossia Minerva ed era ubicato fuori la cinta muraria in un antico luogo sacro. Le famose opere d’arte che ornavano questo tempio, erano opera dell’unico artista etrusco di cui si conosca il nome: Vulca, il quale fu chiamato a Roma dai Tarquinii per fare la nuova statua del Giove Capitolino. Le famose immagini di terracotta che nell’immagin popolare simbolizzano la razza etrusca, mostrando il famoso ‘sorriso etrusco’, vengono da questo tempio; si tratta di statue di terracotta dipinta a grandezza naturale rappresentanti Apollo, Ercole, Hermes e una dea Latona che porta in braccio un bambino, datate fra il 520 e il 500 a.C.. Questi capolavori figurano fra i massimi tesori del o di Villa Giulia a Roma.

Fra le tombe di Veii vi è la Tomba Campana a Monte Michele, del VII secolo a.C., la più antica tomba dipinta d’Etruria, anche se le pitture non si vedono più. La Tomba delle Anatre alla Riserva del Bagno, dello stesso periodo aveva dipinte delle anitre colorate. A Veii gli Etruschi compirono opere di ingegneria idraulica che li resero famosi: tunnel, cunicoli, cisterne, regolavano il flusso delle acque attorno alla collina dove sorgeva la città.

La città che resisté valorosamente ai romani per dieci anni e poi cadde nelle mani di Furio Camillo, è ridotta a un deserto e, come scriveva George Dennis, il più grande etruscofilo di tutti i tempi, “ogni anno ci sono meno cose da vedere”, questa considerazione è ancor più drammaticamente vera oggi per chi visita Veii da trent’anni!

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