Antiche industrie e archeologia industriale in Toscana

Manifattura Ginori oggi sede della Biblioteca Comunale di Sesto Fiorentino

Come abbiamo detto nel precedente articolo sulla Fonderia del Pignone il periodo che trascorre dall’Unità d’Italia fino al trasferimento del governo a Roma rappresentano un momento di eccezionale discontinuità per le imprese toscane. L’ampliamento improvviso del mercato ed il variare dei consumi, in particolare nelle città che si vanno imborghesendo, come le commesse pubbliche costituiscono un’opportunità per gli imprenditori che dall’altra parte si trovano anche a subire una concorrenza extra territoriale cui non erano abituati che richiese un adeguamento degli impianti che dei beni prodotti.

Sia la Fonderia del Pignone che la Ginori di Doccia seppero operare quella conversione aumentando la produzione e generando occupazione.

Mentre però il Pignone rimase essenzialmente rivolto a soddisfare le richieste del mercato interno, per la Ginori fu essenziale l’apporto di lavoro dall’estero per assorbire le competenze tecniche necessarie all’adeguamento della produzione alla nuova domanda.

Calice con raffigurazione della Manifattura – Museo

La fabbrica fondata nel 1735 dal marchese Carlo Ginori, raro esempio italiano di aristocratico che si trasforma in imprenditore, all’utilizzo dell’autonoma scoperta del metodo per la fabbricazione della porcellana, l’impresa è caratterizzò sempre per la continua ricerca di opportunità di sbocco non solo in Italia ma anche all’estero, incontrando spesso una agguerrita concorrenza non solo nazionale ma anche internazionale.

All’indomani dell’Unità il marchese Lorenzo Ginori, allora proprietario, dovette affrontare da una parte la competizione di Giulio Richard, imprenditore autorevole e innovativo del settore in Italia che aveva fondato una fabbrica nel 1842 nel milanese, dall’altra quella dei produttori inglesi e francesi, ben più avanzati in quanto a tecniche produttive.

Il principale ostacolo alla concorrenza straniera era la scelta della Ginori di un modello produttivo incentrato su una produzione artistica di nicchia, affiancata da maioliche a basso prezzo che era strettamente legata al mercato locale, toscano ed italiano, ma stentava a trovare sbocchi all’estero. Il cambiamento nei consumi e l’apertura del mercato italiano con il trattato commerciale con la Francia, subito dopo l’Unità, resero questa strategia obsoleta.

“Fu Paolo Lorenzini, fratello di Carlo, a farsi portavoce presso la proprietà della necessità di un cambiamento. Prima stretto collaboratore di Lorenzo Ginori, poi direttore della manifattura dal 1854 fino al 1891, Paolo frequentò le esposizioni universali, Londra per prima, evidenziando l’arretratezza degli impianti di Doccia e l’inadeguatezza della sua produzione. Il manifestarsi della crisi annunciata arrivò nel 1865 con un bilancio passivo.

Era necessario cambiare completamente strategia, diminuire la produzione di maioliche aumentando quella di porcellane, non artistiche però, ma di buona qualità ed in numero sufficiente a conciliare prezzi moderati con un serio margine di guadagno. A Doccia si annunciava una vera e propria rivoluzione. Da Limoges e Parigi arrivarono pittori, tornitori, un modellatore ed un tornitore. Si costruirono 3 nuove fornaci in grado di contenere 25.000 pezzi alla volta. Il vecchio corpo di fabbrica, costituito dalla villa di Colonnata risultò circondato ed assediato da un complesso e labirintico insieme di nuove costruzioni. A Calenzano si mise in opera un nuovo mulino che azionava ben 24 macine per la preparazione delle terre. Tutto questo avvenne tra il 1866 ed il 1872.

Caffettiera decorata a giochi di puttini in blau 1745-50. Museo Richard-Ginori

In questi stessi anni, in attesa che il rinnovamento degli impianti permettesse un aumento della produzione, si importarono dalla Francia tonnellate e tonnellate di porcellana bianca da decorare e persino già decorata da rivendere”.(Monika Poettinger, Imprenditori in Toscana al tempo di Firenze Capitale)

I dati occupazionali e produttivi incentrati da un lato sui prodotti richiesti dalle nuove fasce di consumo a prezzi accessibili e dall’altro su manufatti di altissima qualità evidenziano il successo dell’operazione: nel 1864 la Manifattura di Doccia occupava 250 lavoratori,  nel 1872 500. La produzione nello stesso periodo  aumentò da 1.350.000 a 2.000.000 di pezzi di cui ¾ erano di porcellana e ¼ di maiolica. Il successo all’estero fu dovuto essenzialmente alla riproduzione di modelli del passato, in particolare di ceramiche rinascimentali e settecentesche.

Interessante la rievocazione di Emanuele Repetti sulla nascita e sviluppo della Manifattura e sulla tecnica usata per ottenere la porcellana:

Manifattura di Doccia Gaspero Bruschi (1710-1780) Compianto sul corpo di Cristo, – Museo

Fabbrica delle porcellane di Doccia nel Val d’Arno fiorentino. Grandiosa manifattura del marchese Ginori stabilita in prossimità della sua villa di Doccia nel popolo di S. Romolo a Colonnata, Comunità Giurisdizione e appena mezzo miglio a grecale del borgo di Sesto,

… la Toscana vide anche per le cure di un illustre fiorentino, stabilire presso la capitale la prima manifattura di porcellane che sia sorta e abbia prosperato in Italia. Comecché questo ricco e delicato genere di stoviglie fosse usato nella Cina e nel Giappone 2000 anni innanzi l’Era volgare; fu solamente nella prima decade del secolo XVIII che, a forza di prove fatte dal chimico Tirschenhausen alla nuova fabbrica di Meissen presso Dresda, si poté ottenere, nel 1710, la prima paste di una vera porcellana, che ben presto fornì e rese celebre in Europa la manifattura reale delle porcellane di Sassonia. Otto anni dopo (1718) un operajo fuggitivo di Meissen comunicò i processi di quella manifattura a una consimile fabbrica, che allora si eresse a Vienna, e che fu la madre di altre molte dell’Alemagna, e forse anche di quella fiorentina di Doccia. Erano già due anni dacché il marchese senatore Carlo Ginori, meditando di stabilire alla sua villa di Doccia una manifattura di porcellane all’uso di quelle di Sassonia, aveva fatto eseguire diverse prove per riuscire nel suo scopo, quando egli, nel 1737 fu inviato a Vienna a complimentare l’imperatore Francesco I. Fu in Tale occasione che il Marchese prenominato fissò al suo stipendio due artisti tedeschi; uno dei quali Carlo Wandelein perito nella chimica e forse a portata di qualche segreto attinto nella fabbrica di Vienna per stabilire e dirigere a Doccia la manifattura delle porcellane: e l’altro, semplicista, Alarico Prugger per creare e mantenere un orto o giardino botanico nella stessa villa Ginori di Doccia. Dopo molte dispendiose ricerche e processi tentati, la manifattura Ginori, nel 1740, cominciò a porre in commercio i suoi prodotti. I quali consistevano in porcellane a pasta dura e coperta simile, ossia feldspatica e terrosa le quali porcellane a pasta  e coperta dura assai più resistenti delle porcellane tenere, o d’intonaco vitreo, avevano subito nella fornace un calore corrispondente, se non superiore, a 122 gradi del pirometro di Wedgwood. In tutti i paesi nei quali furono introdotte e stabilite tali manifatture esse, o non ebbero lunga durata, o non si sostennero senza il patrocinio e munificenza dei respettivi sovrani, che le eressero e le fecero lavorare per conto proprio. All’incontro la manifattura delle porcellane di Doccia si sostenne costantemente dalla stessa nobile famiglia che la fondò, e che sino dai primordj ottenne dal governo la privativa di essere l’unica in questo genere, senza però escludere la concorrenza delle porcellane e di altre stoviglie provenienti dall’estero. Mancato ai viventi, nel 1757, il marchese Carlo Ginori, il di lui figlio e successore, senator Lorenzo, ingrandì gli edifizj e le officine, aumentò i comodi e le macchine relative al lavacro, al miscuglio e preparazione delle terre e delle paste e diede al fabbricato la forma esteriore che oggi pure conserva. Seguitando egli e metodi e i processi medesimi di fabbricazione lasciati dal padre, e impiegando materiali ora toscani, ora esteri, fece costruire statue, vasi e altri oggetti di porcellana dura, delle più grandi dimensioni; e pervenne a supplire al consumo interno del Granducato, e all’esportazione allora non inceppata dei limitrofi Stati italiani,

Piatto con la veduta del Duomo di Firenze, 1800-1830, porcellana, diametro cm 23,6. Sesto Fiorentino, Museo Richard-Ginori

Sino all’anno 1805 la manifattura di Doccia si era unicamente servita delle fornaci rettangolari per cuocere le sue porcellane. Nel 1806 fu costruito un forno cilindrico verticale, come quelli che erano già stabiliti in Francia nella R. fabbrica delle porcellane di Sèvres, e poscia introdotti in Inghilterra in quella di majoliche da Wedgwood. Dopo tal’epoca la manifattura di Doccia migliorò anche nella lucentezza della sua coperta, nella vivacità e ricchezza dei suoi colori: in guisa che si trovò essa ben tosto in grado di eseguire contemporaneamente alle porcellane diverse altre specie di subalterne fabbricazioni di stoviglie e di majoliche comuni pel servizio della classe più numerosa della popolazione. Nel 1819 l’attuale marchese Leopoldo Carlo Ginori immaginò e costruì un forno circolare a quattro piani, il quale produsse con l’economia del combustibile effetti assai vantaggiosi. Dizionario Geografico, Fisico e Storico della Toscana (E. Repetti)

Articoli correlati:

Al tempo di Firenze capitale

Bellezza all’ “Acqua di rose” della Manetti e Roberts di Firenze

Toscana in Liberty: i Chini

La Cementizia di Prato