Un itinerario in auto 

Da Paganico ad Arcidosso, il paesaggio

Stiamo percorrendo la via del vino, quello che negli ultimi anni è balzato agli onori delle cronache: il Montecucco.

La zona tipica di questo vino, che confina con quelle del più famoso Brunello e del Morellino, interessa il territorio di vari comuni in provincia di Grosseto tra i quali Arcidosso, Castel del Piano e Civitella Paganico.

Se lungo il percorso il panorama è quanto di più ameno un viaggiatore possa desiderare, non sono da trascurare lungo il tragitto che abbiamo deciso di seguire, le varie contrade e le pievi e i paesi ricchi di antiche memorie e di forte suggestività. Lasciata Grosseto ci dirigiamo verso Civitella Paganico.

Civitella Paganico, il Cassero senese del XIII secolo, dall’esterno

Il borgo conserva parte delle antiche torri, porte e mura del XIV secolo e sorge là dove il torrente Gretano confluisce nell’Ombrone. La sua originaria struttura murata lo recingeva a forma quasi perfetta di rettangolo come ancora oggi si può intuire entrando dalla Porta Senese o Cassero del XIII secolo e percorrendo il lato lungo del rettangolo tra vecchie costruzioni del Trecento e del Quattrocento con caratteristici portici, la piazza della Vittoria con alla destra la chiesa di san Michele, la parrocchiale datata 1305, fino a raggiungere la Porta dirimpettaia, la Porta sud o Grossetana. Già feudo degli Aldobrandeschi, nel 1193 passò sotto il potere senese che ne fece un baluardo a difesa dei suoi confini meridionali affidando a Lando di Pietro, l’architetto del Duomo nuovo di Siena, la costruzione delle torri e delle porte.

Civitella Paganico, i portici

Riprendiamo la strada del Montecucco verso Arcidosso e siamo subito catturati dalla gradevolezza del paesaggio le cui linee ondulate fino al più lontano orizzonte sono uno spettacolo per la vista e un’emozione: campi coltivati a vigne e olivi si stendono tra dolci pendii mentre il nero delle terre arate crea giochi di contrasto con le terre gialle di stoppie e sui cucuzzoli suggestivi borghi arroccati. 

Da Paganico ad Arcidosso, il paesaggio
Da Paganico ad Arcidosso, il paesaggio

E l’incanto continua fino a lambire le prime pendici dell’Amiata che si vestono di boschi di castagno. Ed è qui, in una radura che verdeggia di foglie e peglie, nonostante la siccità di quest’estate, una sorpresa architettonica: la bella pieve di Santa Maria a Lamula. La facciata, evidentemente rimaneggiata nel XIX secolo, nulla toglie al mistero che accompagna molti dei simboli romanici che anche Santa Maria conserva insieme alla leggenda che circonda il suo nome: pare che una mula si fosse inginocchiata davanti alla chiesa e da qui il suo nome nelle diverse versioni: de la Mulas oppure de Lámula, con maggiore probabilità è derivato dal nome di un villaggio nei pressi del quale sorgeva la pieve quindi ad Lamulas. Le tre absidi semicircolari, di pregiata fattura, costituiscono la parte più antica.

Pieve a Lamulas, le tre absidi

Come per tutte le chiese romaniche, l’interno si presenta spoglio e grigio delle sue pietre anche se l’immagine che noi oggi ne ricaviamo è poco rispettosa del tripudio di colori che invece rivestiva i capitelli dei quali solo pochi, a causa del tempo, conservano in alcune chiese le tinte originarie. A tre navate, l’interno cattura lo sguardo del visitatore per i suoi capitelli tutti diversi e tutti con una simbologia arcana anche se affascinante come tutta la simbologia medievale: volti e maschere, foglie, teste di ariete, una lepre, cavalieri che combattono con belve. Distrutta da un incendio nel 1265, fu ricostruita e ne rimane traccia nella parte alta delle colonne che spesso sorreggono il tetto con blocchi quadrati. 

Pieve a Lamulas, capitello

Lasciamo la radura di castagni che circonda la chiesa e ci dirigiamo verso Arcidosso dove si conclude questo primo itinerario nelle terre del Montecucco.

Arcidosso

Il paese sorge arroccato con alla sommità la rocca aldobrandesca che conclude a pinnacolo, con la sua torre, la cima del colle circondata dalle case e dalle chiese del borgo. Tra le più antiche quella di San Niccolò che con la sua liscia e grigia facciata e la scalinata che la precede accoglie il viaggiatore da lontano. Come altri centri della zona anche Arcidosso appartenne agli Aldobrandeschi per poi passare nel 1332 sotto il potere di Siena. La visita al borgo è tutta un sali e scendi di vicoli e scale in un susseguirsi gradevole di stradette tortuose e ripide che conferiscono al nucleo antico del borgo un’impronta particolare e vivace, cui si accede dalla Porta dell’orologio con tre arcate e campanile e si raggiunge la rocca.

Arcidosso, il paese vecchio

 

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