
Tra il Mugello e la valle del Santerno, le truppe americane affrontano le difese tedesche. Il 13 settembre comincia una battaglia nella quale la superiorità degli attaccanti deve misurarsi con un terreno impervio e posizioni fortificate.
All’alba del 13 settembre 1944 la Quinta Armata americana era pronta a entrare nella fase decisiva dell’offensiva verso la Pianura Padana. Dopo il superamento dell’Arno, l’avanzata alleata aveva incontrato soprattutto azioni di rallentamento e successive ritirate tedesche. Sui rilievi a nord del Mugello, però, la situazione cambiò: il II Corpo d’armata si trovava ormai davanti alle principali difese della Linea Gotica.
Il comando tedesco intendeva resistere, ma disponeva di forze meno consistenti di quelle schierate poche settimane prima. A metà agosto il feldmaresciallo Albert Kesselring aveva cinque divisioni nel settore centrale a nord di Firenze. Entro il 10 settembre tre erano state trasferite sul versante adriatico, dove l’offensiva alleata aveva imposto nuove esigenze.
La 334ª Divisione granatieri aveva coperto in parte il vuoto apertosi a occidente, mentre a oriente la partenza della 356ª Divisione non era stata compensata dall’arrivo di un reparto equivalente. La 4ª Divisione paracadutisti e la 715ª Divisione granatieri avevano dovuto allargare i rispettivi fronti.
Il peso maggiore della difesa contro il II Corpo americano ricadeva sulla 4ª Divisione paracadutisti. Poco prima dell’attacco aveva ricevuto oltre seicento uomini di rincalzo, ma rimaneva distribuita su un settore troppo ampio e senza riserve disponibili. Tutti e tre i suoi reggimenti erano già impegnati: il 10º nella zona del monte Frassino, l’11º presso il monte Calvi e il 12º sul monte Altuzzo.
A complicare il coordinamento contribuiva un confine di comando. A est del monte Verruca, la separazione fra la 4ª Divisione paracadutisti e la 715ª Divisione granatieri coincideva con quella fra la Quattordicesima e la Decima Armata tedesca. Il settore scelto per l’attacco principale americano si trovava così vicino alla giunzione fra due armate.
Perché attaccare al Giogo
Il generale Geoffrey Keyes, comandante del II Corpo, concentrò sul passo del Giogo circa metà della fanteria impegnata nell’offensiva e una quota analoga dei carri armati, dei cacciacarri e dei reparti di mortai pesanti disponibili. Secondo il resoconto americano, nel settore dello sfondamento gli attaccanti raggiunsero una superiorità di almeno tre a uno.
L’ingresso in combattimento della 85ª Divisione, comandata dal generale John Coulter, portò a tre le divisioni di fanteria impiegate dal corpo d’armata, mentre una quarta rimaneva in riserva. L’artiglieria divisionale era rafforzata da gruppi di artiglieria del corpo.
Anche l’aviazione contribuì alla preparazione. I bombardamenti iniziali furono contenuti per non rivelare il punto prescelto, poi aumentarono rapidamente. L’11 settembre i bombardieri medi colpirono i passi; il giorno seguente concentrarono gli attacchi su Firenzuola, nodo dei rifornimenti e delle comunicazioni tedesche per il settore del Giogo. Fra il 13 e il 19 settembre furono effettuate 1.333 sortite di cacciabombardieri e 552 di bombardieri medi, in gran parte sulle zone della Futa, del Giogo e di Firenzuola.
La scelta del Giogo comportava tuttavia notevoli difficoltà. Il passo attraversava un crinale alto circa novecento metri, che separava la valle della Sieve da quella del Santerno. Per aprire la strada era indispensabile conquistare i due rilievi che la dominavano: il monte Altuzzo a est e il monte Monticelli a ovest.
Sul versante orientale si susseguivano Altuzzo, Verruca, quota 918 e il rilievo indicato nella fonte come Signorini. Torrenti e fossi avevano inciso le pendici meridionali, formando creste strette, burroni profondi e tratti rocciosi. L’Altuzzo offriva poca copertura; sul Verruca, invece, si trovavano anche boschi di pini e castagni.
A ovest del passo il terreno formava un grande anfiteatro, delimitato dal monte Calvi e dal Monticelli. Una dorsale secondaria risaliva da Sant’Agata verso lo spartiacque. Anche qui gli uomini dovevano procedere fra canaloni e pendici esposte, mentre sulle parti alte del Monticelli la vegetazione era quasi assente.
Ogni posizione era protetta dal fuoco proveniente dalle alture vicine. La conquista di una sola cima, senza progressi sui fianchi, avrebbe lasciato gli attaccanti esposti.
Il difficile inizio della battaglia
Il 12 settembre il 363º Reggimento della 91ª Divisione aveva raggiunto gli accessi all’Altuzzo e al Monticelli. Un attacco nella notte fra il 12 e il 13 cercò di anticiparne la conquista.
Sul Monticelli il 1º Battaglione avanzò verso Casacce, mentre il 3º superò L’Uomo Morto. All’alba un contrattacco tedesco costrinse quest’ultimo a ripiegare verso le case. Una compagnia diretta all’Altuzzo perse l’orientamento e arrivò infine sotto quota 624. Alle sei del mattino, quando avrebbe dovuto cominciare l’attacco generale, nessuna delle due montagne era stata presa e la posizione di alcuni reparti avanzati rimaneva incerta.
La 85ª Divisione assunse quindi il settore orientale: il 338º Reggimento avrebbe attaccato l’Altuzzo, il 339º il Verruca. Il 363º concentrò invece i suoi sforzi sul Monticelli.
Sul monte Altuzzo l’incertezza sulla posizione dei soldati del 363º impedì, durante la mattina, di utilizzare il fuoco preparatorio e di appoggio dell’artiglieria. La giornata servì soprattutto a individuare le difese e a raggiungere basi utili per nuovi assalti.
Sul Verruca il 339º partì dalla zona di Grezzano. I battaglioni avanzarono lungo due dorsali, ma furono arrestati davanti alle quote 691 e 732. Mitragliatrici e mortai potevano colpire da più direzioni, compreso il vicino Altuzzo. Anche sul Monticelli mine e fuoco automatico bloccarono gli attaccanti.
Alla sera del 13 settembre ogni speranza di una ritirata tedesca senza combattimento era svanita. I primi assalti avevano individuato numerose postazioni nascoste, ma non avevano aperto una breccia. La battaglia del Giogo si annunciava lunga e sanguinosa.
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