di Salvina Pizzuoli

Subito all’ingresso il grande dolio romano (I secolo d.C.), rinvenuto sul fondale marino: 6 metri di circonferenza per quasi 2 metri di altezza e una capienza di circa 3100 litri, un enorme contenitore in terracotta usato per il trasporto, lo stoccaggio e la conservazione di derrate alimentari (legumi, cereali) e liquidi (olio, vino).
Nella prima sala i reperti provenienti da alcune tombe della necropoli di Baratti. Da segnalare le coppe da vino in bucchero, la tipica ceramica a vernice nera, una coppetta con raffigurata una civetta tra foglie di olivo (IV-III secolo a.C), rocchetti per la filatura e uno specchio in bronzo e ornamenti in oro per le vesti femminili.



Particolari alcuni oggetti interpretati come offerte votive, o perché gli dei guarissero da dolori o malattie la parte del corpo rappresentata, oppure per ringraziare dell’avvenuta guarigione: un piede, un elemento conico in terracotta, probabilmente un fallo, oltre ad alcune pietre sferoidali che potrebbero rappresentare i reni o i calcoli.

Il reperto più antico è un’urna cineraria nella sala Turismo balneare a Baratti (indicazione geografica che ricorda i reperti provenienti dalle tombe individuate in località Villini di Baratti durante i lavori di sistemazione dell’area acquisita dalla Società Marina di Populonia per la costruzione di una stazione balneare attrezzata e una serie di villette private per le vacanze estive, poi non realizzate) di forma biconica.

Lungo il percorso di visita sono esposti alcuni elementi architettonici che decoravano le tombe o le stele funerarie come la palmetta in pietra vulcanica locale o decorazioni relative all’acroterio, collocate sul punto più alto del tetto o sugli angoli del frontone dei templi.
Da segnalare due sculture funerarie: una testa maschile dai bei capelli ondulati e il coperchio di un sarcofago con la raffigurazione del defunto sdraiato.
Nella quarta sala da non perdere tra le varie l’iscrizione funeraria della famiglia dei Persi. La lastra di marmo con l’iscrizione era posta sul monumento funebre costruito da Caio Persio e dalla moglie Gallonia per loro stessi, il loro figlio Lucio e la figlia Persia Polla.






All’interno della Sala del Mare sono esposti alcuni reperti che le acque del Golfo di Baratti hanno restituito: ancore etrusche in pietra e ceppi di ancore romane in piombo. Questi ultimi, datati tra I secolo a.C. e I secolo d.C.

A fianco delle ancore sono esposti esemplari di anfore rinvenute nelle acque di Baratti, testimonianza degli intensi traffici che si svolgevano tra Populonia e i principali centri del Mediterraneo antico. Si riconoscono anfore di produzione varia e relative al mondo mediterraneo della magnagrecia, brindisina, campano-laziale. Le più antiche risalgono al V secolo a.C., mentre le più recenti al II-III secolo d.C.


Soffermiamoci ora sul tesoro di Populonia: era il 1939 quando collegata all’attività di recupero delle scorie furono condotti scavi a mano nella località Poggio della Porcareccia che determinarono il ritrovamento di oltre cinquecento monete d’argento etrusche con l’effigie della Medusa impressa in una delle facce all’interno di un vaso andato distrutto da una picconata. Inizialmente disperse tra il personale addetto al lavori, le 565 monete etrusche turono successivamente recuperate da Tommaso Gasparri e consegnate alla Soprintendenza. Di queste, 502 sono di dramme con il volto di Medusa, 20 con Ercole, 15 dracme di Apollo e Artemide, 28 non sono identificabili.
Il rovercio delle monete populoniesi era generalmente liscio. Tuttavia nella serie delle Meduse – ma non solo – è possibile trovare esemplari che riportano segni di non sempre comprensibile lettura oppure con la raffigurazione di polpi o con l’iconica iscrizione Pupluna e Puplana, che compare per la prima volta proprio con questa monetazione.

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