di Salvina Pizzuoli

Populonia, l’antica Pupluna etrusca, nasce in un paesaggio ancora oggi spettacolare. Per raggiungerla abbiamo attraversato terre verdi di macchia e di pinete, un mare di insenature e ampi golfi che incanta visto soprattutto dall’alto del Castello di Populonia da cui lo sguardo spazia lontano. 
Siamo proprio diretti al Castello che, oltre a vari monumenti storici, tra le sue mura cinge notevoli reperti conservati nel suo Museo: la collezione Gasparri.

Prima di illustrare i tesori che in esso sono conservati, come sarà nell’articolo dedicato al Museo,  è necessario percorrere, anche se a grandi linee, il ruolo e la storia della città etrusca, le sue peculiarità e come si è generata la splendida collezione che in quattro sale ne restituisce il ruolo e la storia.
Per prima cosa vanno sottolineate alcune caratteristiche che le sono proprie: fu l’unica tra le città etrusche ad essere fondata direttamente sul mare e ad avere basato la propria economia sulla produzione dei metalli e sul commercio marittimo.  Sono proprio queste due caratteristiche a rendere la sua storia e il suo sviluppo ancora oggi particolare.
Populonia, l’antica Pupluna o Fufluna, dall’etrusco puple,  ‘germoglio’, (aggiungiamo come curiosità che il termine è lo stesso da cui deriva Fufluns, il dio etrusco del vino) sorta nel IX secolo a.C., divenne un centro importante a partire dal VII secolo e raggiunse il massimo splendore nel IV secolo a.C. entrando nell’orbita di Roma intorno alla metà  del III secolo a.C. 


Come principale centro siderurgico del Mediterraneo occidentale, in oltre cinque secoli di attività, etrusca e poi romana, aveva prodotto una tale quantità di scorie di ferro, da aver modificato l’aspetto del paesaggio antico; le cifre  meglio di qualsiasi descrizione rendono  l’idea: lungo il golfo di Baratti oltre due milioni e mezzo di tonnellate in un’area di 200.000 metri quadrati; si erano create  vere e proprie colline di scarti che coprivano completamente gli edifici più antichi e intere necropoli erano rimaste sepolte da una coltre alta fino a 10 metri. Proprio  a causa  di questo  fenomeno coprente  la scoperta delle necropoli ha avuto inizio solo nella prima metà dell’Ottocento aperta da ritrovamenti casuali e fortuiti che determinarono ricerche archeologiche più mirate.


Però  indirettamente, la presenza di tante scorie, riutilizzabili,  produrrà il rinvenimento di quello che è definito il tesoro di Populonia e oggi conservato  al Museo: era il 1939 quando  collegata all’attività di recupero delle scorie (a questo link la storia particolareggiata che ha avuto conseguenze fino ad oggi) furono condotti scavi a mano nella località Poggio della Porcareccia che determinarono il ritrovamento di oltre cinquecento monete d’argento etrusche con l’effigie della Medusa impressa in una delle facce.


E non solo il tesoro fu indirettamente il risultato dell’attività siderurgica etrusca e delle relative scorie ma anche della propietà e della Collezione Gasparri che ritroviamo al Museo.
Una storia davvero curiosa che deve essere raccontata anche se qui sarà solo riassunta per trattare più propriamente del Museo e dei suoi reperti.


Il cammino verso la propietà Gasparri ha inizio quando gli industriali dei primi del Novecento tornarono a lavorare gli scarti delle fonderie etrusche e romane, perché quegli scarti contenevano ancora abbastanza ferro da avere valore industriale. Dal 1922 al 1959 lo sfruttamento intensivo fu condotto da diverse società delle quali alcune entrarono in una grave crisi e una parte importante del patrimonio passò alla Società Anonima Populonia Italica. Nei primi anni Trenta anche quest’ultima società attraversò a sua volta una fase di liquidazione e alcuni immobili furono messi all’asta dal Tribunale di Livorno: nel 1936 l’avvocato romano Tommaso Gasparri e sua moglie Giulia acquistarono all’asta il borgo di Populonia e altri interessi patrimoniali collegati. L’acquisto dei terreni ebbe anche una conseguenza curiosa: durante gli scavi furono trovati moltissimi reperti archeologici. Secondo la legislazione dell’epoca, il proprietario del terreno sul quale avveniva un ritrovamento aveva diritto a un premio di rinvenimento, che poteva essere corrisposto anche attraverso l’assegnazione di una parte dei reperti. La Soprintendenza assegnò così ai Gasparri una quantità di oggetti provenienti dagli scavi effettuati sui loro terreni. Questi reperti costituirono il nucleo della Collezione Gasparri. Nacque così la prima base del Museo, ovvero l’Antiquarium (1937) che da allora è andato via via arricchendosi fono all’inaugurazione del Museo nel 1943.per volontà di Giulia e Tommaso Gasparri, la più antica istituzione museale della Val di Cornia.

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