Siamo nei pressi di Gavorrano, lungo la valle del fiume Bruna che in tempi lontani sfociava in quel lago salmastro detto dai Romani Prile, conosciuto poi come il Lago di Castiglione.

Castel di Pietra lega il suo nome alla leggenda della Pia, quella Pia de’ Tolomei che Dante immortalò nei versi della sua Commedia. In realtà ha rivestito un ruolo chiave nell’economia medievale del territorio della valle del Bruna, controllando, come è avvenuto per altri castelli nella vicina Val d’Ombrone, i giacimenti minerari delle colline limitrofe da cui si estraevano piombo e argento ma anche ferro. A questo controllo si affiancava quello lungo la via del sale.

L’altura aveva conosciuto già in età protostorica e successivamente nel periodo etrusco ellenistico vari insediamenti, ma è alla fase dell’incastellamento che si devono, a partire dal primo castello degli Aldobrandeschi tra l’XI e i primi anni del XII secolo, la crescita e l’affermazione dell’insediamento legate a quella della signoria territoriale degli Aldobrandeschi e dei loro potenti vassalli, i Pannocchieschi, cui sarà affidato il controllo effettivo del fortilizio nel corso del XIII secolo.

Il castello subì infatti varie trasformazioni a livello strutturale, da rocca a castello fortificato, manifestando in questo sua nuova compagine l’affermazione del potere signorile.

Se in una prima fase gli scavi condotti per lo studio dell’area dimostrano l’esistenza di una torre realizzata in pietra, collegata ad un recinto forse di forma trapezoidale, è nel corso conclusivo del XII secolo che la struttura comincia ad assume le caratteristiche urbanistiche riconoscibili nelle attuali: un cassero con recinto, mura di cinta intorno al borgo e una grande torre simbolo e sede del potere signorile.

Poco rimane di questo grande complesso fortificato: lungo buona parte del pianoro, sulla parte alta del rilievo, sono visibili i resti del circuito murario con lo scopo di difendere l’area al di fuori del recinto fortificato; il tratto termina, nell’angolo nord-est, con una struttura semicircolare, presumibilmente una torretta di avvistamento.

La storia del castello si chiude agli inizi del XV secolo con il completo abbandono della struttura a favore di uno sfruttamento delle terre del suo comprensorio territoriale a pascolo e allo sfruttamento delle risorse idriche utilizzate per alimentare opifici idraulici o, come ancora si può vedere dai ruderi che ne testimoniano l’esistenza, attraverso la realizzazione di una diga, su progetto senese datato XV secolo, in modo da ottenere un grande lago artificiale, sbarrando il corso del Bruna, destinato alla produzione ittica: la diga detta dei “Muracci”. Le imponenti rovine della diga sono ancora visibili in località Castellaccia, un lungo muraglione che si collegava ad una struttura ad arco che si squarciò al centro nel 1492 a pochi anni dalla sua realizzazione.

L’abbandono del castello si lega alla storia che caratterizzò quel periodo di passaggio dal potere dei grandi feudatari e vassalli minori al potere dei magnati cittadini, come saranno i Tolomei e i Malavolti per Petra, che ricopriranno ruoli di prestigio e di potere all’interno del comune cittadino.

Fu infatti nei primi decenni del XIV secolo che i comuni di Massa Marittima e Siena si contesero i diritti su Petra: intorno ai primi anni del XIV secolo, il comune di Massa conseguì il controllo del castello e la cessione di alcune quote dei diritti signorili dei Pannocchieschi.

Ma non dimentichiamo le leggende.

La storia della Pia de’ Tolomei citata da Dante scatenò già allora la ricerca storica legata al personaggio. Nel libro di Alfio Cavoli “Maremma d’altri tempi” un racconto è dedicato proprio alla Pia con il titolo ”Pia de’ Tolomei? Mai esistita” e l’autore cita a tal proposito le conclusioni di due studiosi, Lisini e Bianchi Bandinelli che sostengono:

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