di  Giulia Atanasio

Alcuni percorsi si sposano perfettamente col sentimento del meraviglioso che, ostinatamente, anima l’immaginario sia dei più piccoli e altresì degli adulti. Sono specialmente quelli che si fanno durante i sogni, quando si fantastica ma anche leggendo dei libri la cui proprietà più magica è forse quella di ampliare gli orizzonti. I luoghi ai quali mi riferisco fanno parte di un mondo pieno di persone, modi di fare, strade conosciute e non; possono essere visitati ogni qualvolta se ne senta la voglia e non è necessario spostarsi molto proprio perché si possono percorrere sfogliando le pagine. Sebbene quindi la cartina non serva, tuttavia è opportuno prestare attenzione ugualmente onde evitare il rischio di perdersi proprio i dettagli migliori, quelli insinuati o da intuire tra le righe. Per arrivarci basterà avere il libro…non lo avete a disposizione? Potete trovarne una versione on line gratuita! Ancora un ultimo avvertimento: è consigliabile prendere come nostri i famosi ammonimenti di Calvino. Ricordate? Diceva così: “Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!»”

Di cosa sto parlando?

Tra i mondi che non vanno assolutamente dimenticati e che più fanno risplendere Firenze, c’è quello disegnato dalla penna mirabile e divertente del Boccaccio. Ha scritto molte novelle certo, e … non chiedo di leggerle tutte! Fate solo attenzione a quanto dirò. La giornata dei motti è principalmente ambientata a Firenze. Perché? Secondo gli stereotipi antichi (di cui l’Italia contemporanea è ancora permeata) solo a Firenze si riesce a motteggiare! I motti infatti erano un’insieme di parole che, se sostenute da humour, si trasformavano in freddure, destando divertimento. Poiché anche la beffa richiede un’intelligenza particolare: chi più degli astuti fiorentini, meglio riusciva, e riesce, ad avere una battuta brillante in ogni situazione?

Al di là dei motti che possono essere ritrovati per tutta la lunghezza del libro, di cui molti sopravvivono fino ad oggi, è interessante osservare la geografia descritta. Quella del Decameron è una geografia che si muove su percorsi mercantili e, tramite vie di comunicazioni plurime e varie, ricrea il mondo di allora: da quello piccolo e minuziosamente descritto delle realtà cittadine all’intera descrizione regionale toscana. Non a caso è possibile riconoscere ancora oggi strade esistenti! Alcune non sono riconoscibili poiché nel tempo sono state inglobate in altre oppure hanno cambiato nome. A questa geografia reale si sovrappone sia una geografia nostalgica che attribuisce a determinati luoghi delle caratteristiche anche narrative (isole e luoghi lontani stuzzicano la fantasia) sia una geografia storica ma anche una fantastica.

L’esempio migliore, e più conosciuto, penso sia il grande viaggio che Frate Cipolla fa fare ai Certaldesi che, pendenti dalla sua bocca, in silenzio aspettavano la fine del suo “favellare” per capire come quei carboni sacri in cui arrostirono San Lorenzo fossero giunti tra le sue mani. L’itinerario tratteggiato può essere letto su più piani: quello della toponomastica fiorentina, quello che passa per toponimi italiani e quello che si compone di toponimi inventati.

Appaiono vie fiorentine realmente esistenti come Via Vinegia, Via del Garbo, Via del Parione (vicino Santa Trinita)  e perfino il quartiere popolare di Baldacca che, nella Firenze medievale era considerato un luogo degradato. Oggi, invece, è la zona dove sorgono gli Uffizi! Ufizi

Viene nominata la Sardegna che in quanto isola portava con sé tutto un insieme di immagini paradisiache e, nello stesso tempo, assegnava al viaggio quell’aspetto misterioso e stravagante su cui Frate Cipolla tanto puntava. Cosa potremmo pensare delle terre di Truffia, Buffia e Menzogna?! Insomma si tratta di un itinerario confuso, ampio e del tutto inventato che si conclude con la terra d’Abruzzi, la quale nell’immaginario popolare era collocata per ignoranza al di là delle Alpi. La verità è che Frate Cipolla fa il massimo per mettere in confusione il navigatore personale di ogni credulone che invece sta ad ascoltarlo.

Ecco qui il passo di Frate Cipolla, preso dalla decima novella della sesta giornata:

Per la qual cosa messom’io in cammino, di Vinegia partendomi e andandomene per lo Borgo de’ Greci e di quindi per lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto pervenni in Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; e di quindi pervenni in terra di Menzogna, dove molti de’ nostri frati e d’altre religioni trovai assai, li quali tutti il disagio andavan per l’amor di Dio schifando, poco dell’altrui fatiche curandosi, dove la loro utilità vedessero seguitare, nulla altra moneta spendendo che senza conio per quei paesi: e quindi passai in terra d’Abruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su pe’monti, rivestendo i porci delle lor busecchie medesime; e poco più là trovai gente che portano il pan nelle mazze e ’l vin nelle sacca: da’ quali alle montagne de’ bachi pervenni, dove tutte le acque corrono alla ’ngiù”.

I viaggi all’interno del Decameron sono infiniti e chiaramente non si limitano a questo singolo caso. Le novelle con una geografia estesa sono quelle dedicate alla fortuna (seconda giornata) e quella dedicata ai mercanti.

Invece nella decima e ultima giornata, dedicata alla magnanimità, il centro fiorentino scompare totalmente. Il mondo presentato in questo ultimo capitolo è un mondo unito, con valori omogenei sparsi ovunque senza nessuna distinzione. E se il motto “[…]senno s’insegna a chi tanto non n’apparò a Bologna” faceva intendere che in nessun luogo migliore di Firenze s’insegnava, nel finale invece il messaggio non è forse quello che non esiste un luogo egemone?

Non sarà che Boccaccio ha ironizzato proprio su noi fiorentini?!

Al di là delle considerazioni sull’ironia ‘velata’ del Boccaccio, questo è l’itinerario che possiamo ricavare dalle parole del furbo prete. Se avete voglia e tempo, passare dalle pagine al reale sarà ancora più soddisfacente. Le indicazioni sono già abbastanza precise, ma una cartina e delle foto chiariranno meglio il percorso.

Immagine png

Via Vinegia, tutt’oggi esistente, un tempo invece era ricolma di manualità artigiana e bottegaia. Delle antiche botteghe rimangono purtroppo solamente i portoni e le cornici di pietra a rilievo poiché molte hanno cessato l’attività o sono diventate rimesse, magazzini o garage. Molte vie fiorentine presero il nome proprio dall’attività che per la maggiore vi si svolgeva. E, come Piazza del pesce e così Piazza del grano ospitava mercati per vendere la merce, così Via Vinegia aveva osterie e cantine che producevano del buon vino. Oggi forse può sembrare una qualsiasi strada di un vecchio quartiere popolare con vie strette, tuttavia essa da una parte conduce all’antica chiesa di San Remigio, dall’altra, imboccando via dei Leoni conduce direttamente a Palazzo Vecchio e alla splendida piazza che lo accoglie.Via VinegiaVia del Parlascio

Da Via Vinegia si diparte anche via delle Serve smarrite dove, presumibilmente, le serve delle osterie si appartavano coi clienti. Oggi chiamata Via del Parlascio, probabilmente col significato di ‘parlar sciolto’ ,collega Via Vinegia a Borgo dei Greci. Non lontana da Via Vergognosa, tutta questa zona prese il nome di Quartiere Baldacca per una serie di corruzioni che vedono il termine Baghdad passare da Baldacco (città sul Tigri il cui nome è stato italianizzato)  a Baldacca, fino a Baldracca, che nel fiorentino parlato ha un’accezione negativa in quanto ha la stessa connotazione del termine prostituta. Il quartiere aveva questa nomea per la presenza dell’osteria della bald(r)acca che funzionava come fosse oggi una casa chiusa. Questa mutuava il nome da una storpiatura della città di Baghdad, all’epoca identificata per l’immaginario collettivo con Babilonia.  L’identificazione con Babele avveniva proprio perché la zona era frequentata da prostitute, poveri e malfattori. In un certo senso il quartiere parlava una lingua contraria al buon costume. Dobbiamo a Cosimo de’ Medici la rivalutazione di questa zona. Nel 1559 affidò a Giorgio Vasari la costruzione di un palazzo in cui le molte Magistrature potessero essere riunite in un unico ufficio giudiziario. L’osteria continuò a esistere ma nel tempo cambiò più volte funzioni. La zona oggi è una delle più significative, oltre che affascinante, di Firenze e possiede un valore culturale riconosciuto in tutto il mondo.

Via del Garbo, oggi conosciuta come Via della Condotta è un’altra delle strette e tra le più autenticamente medievali vie fiorentine raggiungibile da Piazza Signoria. La via è particolare per la presenza di torri e palagi risalenti all’epoca. Infatti, anticamente il suo nome era legato prima ai Garbo poi agli Antellesi, ricche famiglie di mercanti. Il nome attuale deriva da una magistratura presente e insediatasi, gli “Ufficiali della Condotta”. Il loro ruolo era reclutare le milizie assoldate dalla Repubblica fiorentina.

Via del Garbo-Via della condotta               Palazzo Corsini

Da Via della Condotta, proseguendo per Via Porta Rossa, si arriva a Via di Parione, all’epoca e tutt’oggi molto conosciuta per la presenza di uno dei palazzi privati più sfarzosi di Firenze, palazzo Corsini detto anche al Parione. La foto mostra il palazzo visto dall’omonimo Lungarno Corsini.

 

 

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