Una indagine etnologica su uno strumento di trasporto del mondo contadino del prof. Giovanni Caselli

Cos’è dunque la “Cultura della Treggia”? Anzitutto sarà bene chiarire che il termine “cultura” è qui inteso in senso antropologico e di questo ne ha data una precisa definizione Taylor [1], in senso etnologico è quel complesso insieme che racchiude conoscenza credenza, arte, morale, legge, costume ed ogni altra capacità ed abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società”.

Ma non tutti sanno cos’è la treggia; quella a cui si fa riferimento in questa sede è un veicolo senza ruote, un traino agricolo, ancora non completamente scomparso dai campi di collina e montagna, ma che non moltissimi anni fa era un mezzo di trasporto più comune dell’auto, usato perfino da vescovi e proprietari terrieri per viaggiare su percorsi non facili nell’ambito di una tenuta agricola o nei dintorni collinari della città, in quasi tutta la Toscana fra l’Appennino Tosco Emiliano.

Ranuccio Bianchi Bandinelli, uno dei più accreditati e profondi conoscitori delle radici archeologiche del popolo toscano, figura non certo propensa alla retorica ed al luogo comune, ribadisce il concetto della superiorità culturale del popolo toscano su ogni altro in Italia e in Europa, puntualizzando, con cognizione, il nesso fra carattere umano ed ambiente geografico, da cui deriva la saggezza del mezzadro.

Tutte le culture di popolo (o di radice) della Penisola e di qualsiasi altra regione del mondo, corrispondano esse o meno a regioni amministrative, stati o nazioni, sono l’unica proprietà, l’unica ricchezza dei popoli ed il loro unico strumento per difendersi dalle manipolazioni e per progredire.

Disegno di una treggia su cui veniva posto un cesto (benna o cibea) per il trasporto dei materiali

La Cultura della Treggia o del Popolo della Treggia, è profondamente  diversa da quella dei popoli che la circondano geograficamente, ciò si palesa soprattutto con la cultura materiale, se non con quella immateriale meno evidente e più discutibile. Non vi è dubbio che la cultura materiale della Toscana del nord sia assai diversa da quelle circonvicine, che invece hanno tra di loro numerosi tratti comuni, dalle Alpi all’estremità occidentale della Sicilia, fatta eccezione per la Sardegna che è culturalmente una nazione a sé stante.

Per “cultura materiale” si intende tutto l’insieme di oggetti e strumenti dell’uso comune che l’uomo spontaneamente produce per affrontare il mondo fisico ai fini della produzione e della riproduzione (vedasi Jack Goody [2]). Questo insieme di oggetti, tutto o almeno in gran parte, varia da zona a zona sia nello stile sia nella funzionalità in relazione a fattori assai complessi, spesso imponderabili, che non possono essere spiegati dalla sola natura geografica di una regione, né dai suoi eventi storici o dalla sua posizione topografica in rapporto ad altre regioni. Queste aree, o regioni culturali, non devono, nella maggior parte dei casi, nulla alla storia o alla geografia ed a volte esse esistono fin dalla più remota preistoria, come spesso testimonia anche la toponomastica.

La treggia, dicevamo, è uno dei prodotti peculiari della cultura materiale della Toscana del nord, fra questi il più curioso, forse il più carico di significati. La treggia, assieme a moltissimi altri aspetti della cultura materiale riflette altrettanto singolari aspetti della cultura immateriale, che parlano di una Toscana esistita da millenni, come area culturale a sé stante, isolata dal resto. Agli albori della civiltà questa regione faceva parte di un mondo indo-mediterraneo, distinto da quello indoeuropeo od eurasiatico. In seguito a movimenti e flussi migratori, fosse anche di sola natura culturale e non genetica, l’Italia subì trasformazioni da rendere la penisola l’appendice più occidentale del mondo balcanico, dinarico ed illirico, ma non così la Toscana settentrionale, con parte l’Appennino tosco-ligure-emiliano. L’Italia appare sotto questo profilo divisa in due mondi culturali, uno est europeo ed uno di formazione più antica, indo-mediterraneo, che si estende dalla Toscana all’Atlantico.

Non è così assurdo come può sembrare di primo acchito dire che mentre l’Umbria appartiene al mondo est europeo, la toscana nord occidentale è parente stretta della Provenza e del mondo iberico.

In archeologia, veicoli uguali alla treggia si trovano sia nella regione caucasica, in Armenia ed in Crimea, nelle Alpi Marittime e nella penisola iberica. Probabilmente, in un periodo difficilmente databile della preistoria, esisteva una unità culturale dall’India al Portogallo; varie invasioni, di popoli dell’Eurasia del nord, o della loro cultura, hanno nel tempo interrotto questa continuità lasciando frammenti di testimonianze in Assam, in India occidentale, in Crimea, in Toscana, in Spagna.

La penisola balcanica e tutta l’Italia, con l’esclusione della regione in oggetto di questo saggio, hanno evidentemente subito forti influenze esterne, determinate con tutta probabilità da consistenti immigrazioni di popoli provenienti dalle steppe eurasiatiche, probabilmente spinte da pressioni demografiche nel cuore dell’Asia.

Non è improbabile che questa distinzione fra Toscana settentrionale e il resto d’Italia, trovi la sua causa nella diffusione delle lingue indoeuropee e nel caso specifico di quelle italiche alle quali l’etrusco non appartiene.  Si può dunque dire che la cultura toscana ha caratteristiche pre-italiche. Le note caratteristiche linguistiche del vernacolo toscano, uniche in Italia, ma affini ad equivalenti  caratteristiche del mondo atlantico, trovano una loro spiegazione in probabili sacche isolate di sopravvivenze arcaiche ai margini geografici dell’Europa.  Le caratteristiche fonetiche che accomunano Spagna, Portogallo, Irlanda, Gran Bretagna e Scandinavia e Toscana quali le aspirate, le fricative e aspirate dentali, danno sostanza a questa argomentazione. Veicoli assai più simili alla treggia toscana che non alla slitta umbra si trovano in tutte queste regioni, ed anche dal punto di vista linguistico, i lemmi relativi a questi veicoli, sono chiaramente connessi con ‘tréggia’. Mentre la slitta italiana si chiama ‘lésa’ (dal francese ‘luge’) nell’Italia settentrionale, e ‘tréia o tràgula’ nell’Italia peninsulare poiché assimilata alla treggia toscana. La treggia (non la slitta a pattini) si chiama ‘dràg’ in Gran Bretagna e  ‘trékke’ o ‘drékke’ nei paesi scandinavi. Giacomo Devoto dava ‘treggia’ come derivante da ‘tràha (latino per ‘slitta’) e da ‘vèia’ (osco per ‘veicolo’) quindi ‘TRAHEIA’. Tuttavia occorre tener presente l’antichità del tema ‘trahere’ e la sua vastissima diffusione in quasi tutte le lingue eurasiatiche: in greco ‘trahèia’ è, ad esempio, una strada o una superficie scabrosa, sassosa. La connessione onomatopeica fra nome del veicolo e rumore da esso prodotto è palese sia in trahèia’ e ‘treggia’ sia in ‘luge’, è evidente come quest’ultimo tipo di veicolo sia più adatto a superfici lisce o non sassose, come neve, sabbia, erba, fango…

La natura montuosa e collinosa della penisola italiana richiederebbe l’uso di un traino come la treggia appenninica piuttosto che quello di una slitta, certamente inadatta a terreni pietrosi come sono spesso i terreni montuosi dell’Umbria, dell’Appennino centro meridionale e della Sicilia, dove invece è in uso la slitta.

Ma non è solo la treggia, come dicevamo, ad identificare la cultura di radice della Toscana, aratri, carri, gioghi, capanne, metodi di coltivazione e di lavoro, vanno a completare il quadro della cultura materiale della Toscana come i pezzi di un puzzle.

L’aratro tradizionale più caratteristico della vecchia Umbria e della Val di Chiana, noto coi nomi di perticaio, perticale o coltrina, è identico all’aratro più tipico e tradizionale del Carpazi, mentre l’aratro più tipicamente toscano somiglia da vicino ai tipi del Mediterraneo occidentale e delle grandi isole, Corsica e Sardegna. Queste differenze sono riscontrabili anche nell’arte preistorica e fra i reperti archeologici.

Nella cultura neolitica di Tripolye, della Romania orientale e dell’Ucraina, sono presenti modellini di slitte con cestone, in terracotta, in tutto e per tutto identici ai veicoli ancora in uso sia da quelle parti sia in Italia. Si tratta di veicoli sicuramente trainati da buoi di razza podolia (Oblanst, Ucraina) alla quale appartiene anche la nostra chianina, una bestia giunta nei Balcani dalla Turchia con i primi agricoltori e da qui portata in Italia da Italici e Umbri.

La radice culturale della Toscana, più antica di quella delle altre regioni della Penisola, dipende forse dalla geografia, dal fatto che gli Appennini tendono a fuorviare eventuali orde di immigranti provenienti dal nord verso Ancona e da lì verso il Lazio e quindi l’Italia del sud, evitando la Toscana settentrionale. La differenza culturale che ne risulta, ha posto questa regione in uno stato di continuo stimolo e confronto con le culture circostanti, maggioritarie quanto simili fra loro. Questa circostanza ha sicuramente generato uno spirito critico ed antagonistico nei confronti degli altri. E’ questo un punto chiave dell’analisi culturale che tentiamo di fare.

Per cultura si intende nozionismo a livello individuale e per educazione si intende creanza, comportamento, quindi, la parola cultura ha un significato ambiguo e quando si usa questa parola fuori contesto occorre spiegare in che senso la si intende. Oggi si usa cultura anche nel senso antropologico, ma il termine si abusa. Per fare un esempio chiarificatore: l’oppressione a cui la donna è soggetta nel mondo non europeo, non è un fatto culturale, ma anzitutto una questione di dislivello culturale e quindi di arretratezza. La cultura è ben altro.

Cultura ed istruzione appartengono a due branche diverse e distinte. A scuola nessuno si è mai fatto una cultura, quella uno se la fa a casa, la scuola fornisce nozioni ed informazioni, queste si aggiungono al bagaglio culturale che si acquisisce solo dalla tradizione.

La civiltà urbana industriale, sia essa capitalista o comunista, uccide la cultura sostituendola con nozioni ed educazione, utili non all’individuo, al gruppo o alla piccola comunità a cui egli appartiene, ma solo all’apparato economico dello Stato.

Scomparendo la cultura, viene a mancare una difesa essenziale per l’individuo come animale sociale ed è il metro col quale misurare, valutare, criticare ciò che gli viene propinato. Ne risulta il caos, il consumo indiscriminato ed incontrollato dei beni o dei prodotti che gli apparati economici devono far consumare in sempre crescente quantità per mantenersi in esistenza.

L’individuo capace di critica è il più grande nemico della programmazione basata sulla statistica e sulla previsione.

La cultura materiale serve anche a meglio chiarire, in termini geografici, l’identità di una popolazione, a conferirgli un senso di appartenenza anche locale nell’ambito della nazione-stato, quindi a fornirgli una visione del mondo e un’etica. Il valore delle regioni storiche dell’Italia è quello di dare agli italiani una identità di gruppo che serve da base per la decentralizzazione del potere in senso positivo, cioè nel senso di attaccamento al patrimonio materiale ed immateriale e alla sua valorizzazione e tutela.

Occorre fare in modo che ognuno prenda coscienza della propria cultura come valore civile, quasi come istinto di specie, per confrontarsi come parte di un gruppo, con altri gruppi in un fruttuoso scambio di esperienze. In teoria tanto più vario è uno stato nazione tanto è più ricco e creativo. L’Italia è, sotto questo profilo, assai fortunata, ossia lo era, poiché il regime fascista e quindi la televisione, hanno fatto tutto quanto era possibile per annullare la diversità positiva e promuove una negativa uniformità. Sia i regimi, sia  le democrazie liberali monetarie, hanno bisogno di obbedienti acritici, senza i quali non possono crescere.

La cultura della treggia, matrice dei più importanti stimoli culturali che hanno segnato il divenire storico dell’Italia, è solo una delle tante culture italiane, di pari forza, ma più o meno favorite dalle circostanze ora storiche ora geografiche. Non lasciamo che il consumismo distrugga la nostra particolare capacità di giudizio e di critica, il nostro gusto, il genio che ha contraddistinto la nostra regione nei secoli.

[1] Edward B. Taylor, Primitive Culture 1 (3d ed. 1889).

[2] Goody, J. (1976) “Production and Reproduction: a Comparative Study of the Domestic Domain” Cambridge University Press, Cambridge.

Estratto dal saggio: La cultura della treggia del prof. Giovanni Caselli

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