Da Roma a Luni, un viaggio nel V secolo d.C.

da il De Reditu  suo di Rutilio Namaziano

descritto da Giovanni Caselli

Claudio Rutilio Namaziano nacque nella Gallia Narbonense, forse a Tolosa, e in giovane età si recò a Roma dove iniziò la carriera politica fino a ricoprire la carica di praefectus nel 414 d.C.

L’invasione dei Goti e le distruzioni da loro causate lo costrinsero ad abbandonare Roma e a ritornare in Gallia per curare i suoi possedimenti devastati dalle incursioni dei barbari. Preferì intraprendere il viaggio per mare evitando in tal modo i rischi di percorrere le strade consolari, in questo caso la via Aurelia, ormai insicure e difficili da percorrere dato il loro stato di grave abbandono.

La “cimba”, l’imbarcazione utilizzata da Namaziano (foto tratta dal film De reditu suo)

Partì dal Portus Augusti situato a circa 4 km a nord della foce del Tevere con sei navicelli, compiendo il tragitto a piccole tappe toccò i vari porti dell’antica Etruria dal momento che le leggere imbarcazioni dovevano approdare ogni sera ed essere tirate in secco per la notte.

Narrò il suo viaggio nel De reditu suo (di cui abbiamo solo il primo libro e parte del secondo), un poemetto in distici elegiaci, una sorta di diario di bordo in versi in cui descrisse con precisione anche gli aspetti topografici dei luoghi e dei punti di attracco esistenti all’epoca dalla foce del Tevere fino al porto di Luni. Il viaggio si svolse fra autunno e inverno del 416 d.C.

Ripercorriamo il suo itinerario nel brano di Giovanni Caselli tratto dal saggio Le strade di Roma in Italia (vol. II)

Nel suo viaggio di ritorno in Gallia nel 416 d.C. Claudio Rutilio Namaziano descrive la costa di un’Etruria degradata, colpita dall’insabbiamento dei porti, dalla formazione di lagune e dal conseguente arrivo della malaria. Questo ‘poema di viaggio’ piuttosto elaborato rispetto a quello di Orazio lungo l’Appia, è interrotto a Luni, in quanto il resto del poema è perduto.

Claudio Rutilio Namaziano rimane nel porto di Claudio e Traiano di Ostia per quindici giorni in attesa del vento giusto, poi ecco il viaggio di sei giorni.

Il primo giorno Rutilio è a Centumcellae dove passa la notte, il secondo a Portus Herculis sull’Argentario; il terzo giorno circumnaviga l’Argentario, vede l’isola del Giglio, tocca la bocca dell’Ombrone e bivacca sulla costa. Il quarto giorno attracca a Falesia (Piombino), dove partecipa al festival di Osiride e pernotta nella locanda di un ebreo. Si ferma a Populonia e il quinto giorno vede Capraia dove vivono dei monaci e raggiunge Vada Volaterrana. Qui visita la villa dell’amico Albino. Il sesto giorno si trova presso la Gorgona, dove vive un eremita, poi si ferma alla villa Triturrita (Livorno) e visita un amico a Pisa. Quindi, nel libro II egli narra il viaggio da Portus Pisanus a Luna.

“Ho scelto il mare -scrive Rutilio- perché le strade sono, in pianura, allagate dai fiumi e in collina piene di sassi. Da quando l’ager Tuscus e la Via Aurelia sono stati messi a ferro e fuoco dai Goti non c’ è più fattoria che controlli la selva, non c’è più ponte che negozi un fiume, meglio contare sulle mie vele e prendere la via del mare.”

Poi il viaggio inizia e le preziosissime testimonianze si fanno subito numerose, come vedremo ogni volta che parleremo dei luoghi rammentati dall’antico  Gallo-Romano.

“… Costeggiamo le sponde di Alsium mentre Pyrgi si perde lontano, oggi grandi ville, ieri piccole città. E ora il marinaio punta su Caere: l’antiga Agylla ha perso il nome col tempo.  Poi costeggiamo Castrum squassato dal tempo e dalle onde: una vetusta porta cittadina segna il luogo semidiruito. Sopra di essa si erge una statuetta di pietra, la figura di un pastore con le corna sulla fronte (Pan).”

Anche se gli anni ne cancellano il nome antico, la leggenda ci tramanda quello di Castrum Inui.

La Via transitava da statio Baebiana (Palidoro), passava da Statua, dove sono i ruderi di un ponte romano, e si teneva fuori Alsium (Palo), ma vi era collegata tramite un diverticolo. Transitava attraverso i tumuli dei Monteroni, cioè le tombe della necropoli etrusca della stessa Alsium, situata fra collinette naturali difficili a distinguere da quelle artificiali.  Nel sito di questa piccola cittadina etrusca sono stati rinvenuti i resti di una villa con ricchi mosaici policromi del III-IV secolo d.C.. Nei sotterranei praticabili della stessa è ora l’antiquarium coi reperti mobili recuperati in loco. Ora, dopo Ladispoli, si vede in alto sulla destra la cittadina di Cerveteri, la gloriosa Caere di cui ci ha raccontato le vicende Strabone. Nel 353 la città si scontrò con Roma, fu sconfitta, ma le fu concessa la cittadinanza se pure in forma limitata, cié senza autonomia. Decaduta da grande capitale etrusca a cittadina provinciale romana, fu tuttavia abbellita da Augusto; il suo teatro fu ornato con statue di imperatori che si trovano ora nel Museo Laterano. Nel XIII secolo la cittadina fu abbandonata e gli abitanti fondarono un villaggio chiamato Ceri; quando l’antica città riprese vita si chiamò Caere Vetus, poi Cerveteri. L’attuale cittadina copre soltanto una infinitesima parte del territorio dell’antica città, che non è mai stata scavata e di essa non sappiamo nulla. La vastissima necropoli della Banditaccia invece è stata saccheggiata dai ladri, da antiquari e archeologi, tutti in cerca di tesori, anche se con motivazioni diverse. Fra le numerosissime tombe di ogni epoca e tipo, famosa è la Tomba dei Rilievi, un ipogeo che replica la pianta e l’aspetto di una casa etrusca, con stucchi colorati realistici raffiguranti oggetti e suppellettili appesi o accostati alle pareti e alle colonne. Vicina alla cittadina è invece la famosa Tomba Regolini-Galassi, clamorosamente scoperta nel 1836, con ricchissimo corredo, ora nel Museo Etrusco Vaticano. A Caere furono trasferite le vergini vestali dopo l’invasione dei Galli del 390 a.C., per far sì che il loro attributo non avesse ad esser mutato! Da questo episodio si presume derivi la parola ‘cerimonia’. Man mano che la Via procede ci avviciniamo al mare e all’imponente mole millenaria del castello di Santa Severa.

Pyrgi

Qui era Pyrgi uno dei porti di Caere, un emporium cosmopolitano uno degli scali più famosi del Mediterraneo antico. Etruschi, Greci e Cartaginesi, fra il VII e il VI secolo a.C., non solo vi avevano i loro fondaci, ma anche i loro templi. Dionisio di Siracusa vi saccheggiò un Santuario di Leucothea nel IV secolo a.C.. Abbandonato, il porto fu dimenticato, fino a quando i Romani vi fondarono la loro colonia. Tuttavia anche questa non ebbe fortuna, si ridusse infatti a piccolo villaggio durante l’impero, questo fu poi distrutto dai Saraceni e vi fu eretto il grande fortilizio nella cui fabbrica si vedono i resti delle mura romane del castrum. Dopo Pyrgi la Via toccava Punicum e la vicina Castrum Novum, ora Santa Marinella dove i Monti della Tolfa, famosi per i loro minerali sfruttati dagli antichi popoli del Mediterraneo, inclusi i Micenei, si protendono verso il mare a formare Capo Linaro. Un altro porto di Caere, Punicum fu anche porto romano; più avanti, sul capo vi era Castrum Novum, la stazione dell’Aurelia. Prima del Castello si incontrano tre ponti romani, il primo distrutto, ricordato da una stele commemorativa, di Lucio Settmio Severo, gli altri due in ottime condizioni, restaurati all’inizio del XX secolo.

“…A  Centumcellae virammo di bordo dinanzi a un forte vento da sud: la nostra nave trovò l’attracco presso un stazione stradale (forse quella di Algae). Qui un anfiteatro d’acqua è racchiuso fra due moli e un’isola artificiale ne protegge gli stretti accessi;  ha due torri gemmelle e si estende in ambedue le direzioni permettendo un doppio approccio tramite stretti canali. … Visitiamo le sorgenti calde che hanno il nome di un toro (Aquae Taurianae, 3 miglia a nord di Civitavecchia), una distanza di tre miglia non comporta un gran ritardo. Qui i pozzi non sono sciupati dal sapore amaro, nemmeno l’acqua è colorata e calda di fumicante zolfo: l’odore puro e il gusto delicato fanno esitare il bagnante su un migliore uso di queste acque.”

Se la leggenda è da credersi fu un toro ad accorgersi di queste sorgenti calde. Centumcellae, l’odierna Civitavecchia, aveva un gran porto costruito da Traiano nel 106 d.C. il quale le portò prosperità durante tutto l’impero, particolarmente perché non soggetto ad insabbiamento come i porti di Ostia. Il porto fu forse progettato da Apollodoro e divenne il terzo porto di Roma dopo i due di Ostia; particolarmente adibito a porto militare inizialmente, acquisì sempre più importanza man mano che Ostia si insabbiava. Fu poi un porto dei Bizantini e poi dei Saraceni che ne fecero una base per attaccare Roma. Il Museo Nazionale di Civitavecchia contiene reperti dai dintorni, dai Monti della Tolfa, dalla prima Età del Ferro al periodo etrusco a quello romano.

“… Nel crepuscolo di un mattino rugiadoso, irradiato da un cielo violetto, aprimmo le vele che erano ripiegate trasversalmente; per un poco rifuggimmo il lido che il Munio (Mignone) blocca con banchi di sabbia. La stretta bocca del fiume getta incessantemente una pericolosa corrente. …”

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