… e Rajaram Cuttraputti, marajà di Koleppor

di Michele Chini

Quante volte noi fiorentini abbiamo superato l’Arno percorrendo il ponte all’Indiano, magari maledicendo la coda che ci stava facendo far tardi o l’implacabile autovelox tarato a lungo sui 40 km orari? 

Ponte all'Indiano con il monumento e gli stalli rossi sullo sfondo
Ponte all’Indiano con il monumento e gli stralli rossi sullo sfondo

Beh, in pochi sapranno che il Viadotto dell’Indiano, realizzato tra il 1972 e il 1978, ha un record, poco conosciuto al di fuori degli addetti ai lavori. Infatti, è stato il primo ponte al mondo strallato (cioè sospeso e retto da una serie di cavi, detti tecnicamente “stralli”)  ancorato a terra; questo supera il fiume con una campata unica di circa 210 metri ed è ancora oggi tra i più grandi in Italia. La soluzione di un ponte sospeso, senza appoggi, fu dovuta al fatto di non inserire ostacoli nell’alveo dell’Arno che potessero limitare il regolare flusso delle acque del fiume (cosa a cui le autorità del tempo, dopo l’alluvione del ’66 stavano particolarmente attente!). Tale progetto consentì a Fabrizio de Miranda di ricevere ad Helsinki nel 1978 il premio europeo ECCS-CECM.

Ma al di là del record, la storia interessante è il motivo per cui porta questo nome…

Nel novembre del 1870, quando il capoluogo toscano era capitale del neonato Regno d’Italia, il ventunenne Rajaram Cuttraputti, marajà di Koleppor, si trovava a Firenze per una breve sosta durante il suo viaggio di ritorno in India, dopo un lungo soggiorno a Londra trascorso per motivi di studio e per incontrare la regina. Durante la sua breve permanenza sulle rive dell’Arno si innamorò ben presto delle bellezze della città che nel giro di poco tempo divenne a lui cara.

Ospite del Grand Hotel di Piazza Ognissanti, il 30 novembre accusò un malore e nel giro di poche ore morì, probabilmente a causa di un’infezione polmonare. La vicenda del giovane ed elegante nobile indiano commosse i fiorentini, tanto che le autorità cittadine, nella persona di Ubaldino Peruzzi in primis, si attivarono perché le spoglie del marajà potessero essere cremate quanto prima secondo il rito braminico; rito che prevede che la cremazione del defunto debba avvenire alla confluenza di due corsi d’acqua e questo luogo fu individuato in fondo al Parco delle Cascine, dove il Mugnone, dopo aver raccolto anche le acque del Terzolle, si immette nell’Arno. Secondo la tradizione, anche le tre mogli che viaggiavano col principe avrebbero dovuto seguire le sorti del marito facendosi bruciare insieme, ma per loro fortuna non trovandosi in Punjab non rispettarono la tradizione del Sati e si salvarono. 

Qui furono quindi sparse le ceneri del giovane indiano dinanzi ai molti fiorentini accorsi, incuriositi dall’insolito rito e cerimoniale funebre.

Qualche anno dopo la sua morte, nel 1874, la madre del giovane marajà venne in visita a Firenze e incaricò lo scultore inglese Charles Francio Fuller di erigere un mausoleo in ricordo del figlio, proprio sullo spiazzo dove era sorta la pira funeraria, oggi Piazzale dell’Indiano. 

Monumento
Monumento

Il monumento all’indiano ha la forma di una pagoda, aperta su ogni lato, con al suo interno il busto del giovane che sormonta una base quadrata sui cui lati sono affisse quattro targhe scritte in italiano, inglese, hindu e punjabi, che ricordano la sua vicenda.


Da quel momento quell’angolo di Firenze alla confluenza tra l’Arno e il Mugnone in fondo al Parco delle Cascine è stato ribattezzato l’”Indiano”, e nel 1972, quando fu costruito il ponte rosso che collega, proprio in prossimità di quest’area, le due rive dell’Arno, l’amministrazione cittadina non ebbe difficoltà a battezzarlo “Ponte all’Indiano”.

La prossima volta che vi troverete in coda, provenendo da Scandicci, invece di maledire il consueto traffico cittadino, date un’occhiata alla vostra destra e scorgendo il baldacchino salutate con un cenno della mano il giovane sfortunato maharajah indiano.

ponteindiano1

Dello stesso autore:

Cerreto Maggio

Luoghi d’ispirazione collodiani tra Firenze e Sesto

La “risciacquatura dei panni in Arno”: Manzoni a Firenze nell’estate del 1827

Lui, lei e l’altro: Verga a Firenze e la tormentata relazione con Giselda Fojanesi