Leggende toscane

Castel di Pietra e la leggenda della Pia

La leggenda della Rocca di Crevole

La leggenda di Margherita Marsili

Il Sasso di San Zanobi e la sua leggenda

Il castello di Romena fra poesia e leggenda

Castagnata del Diavolo: un piatto legato a una leggenda

Abbazia di San Salvatore e la leggenda di re Rachis

Cinque leggende toscane

Lo sapevi che…? Modi di dire di ieri e di oggi: “A ufo”

Quante volte avremo sentito usare l’espressione “a ufo” sapendo bene che è sinonimo di “a gratis”? Sì, ma da dove derivi e la storia che si accompagna a questo modo di dire non è sempre conosciuta.

Presumibilmente è nato dall’acronimo di Ad usum Fabricae Opera ovvero AUFO. La sigla accompagnava, nel Medioevo, i materiali utilizzati per la costruzione di strutture architettoniche esenti da dazi, come ad esempio quelli destinati alla costruzione delle cattedrali. La sigla a Firenze venne scritta sui mattoni, semplificando la frase in iniziali, per l’edificazione di Santa Maria del Fiore nel 1229, e a Roma per l’opera di San Pietro.

Ma, come ormai si sa, quando la nascita di un modo di dire si perde nel tempo, esistono più versioni.

Nel “Supplemento a’ vocabolari italiani” (1857) si legge alla voce “Ufo (A)”: senza spendere, senza spesa. Locuzione avverbiale plebea.

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Scrittori toscani? Sì, ancora… Renato Fucini “Il ciuco di Melesecche”

Gentili lettori, continuiamo la nostra rassegna letteraria sugli autori toscani di ieri e di oggi o che scrivono o hanno ambientato le loro opere in Toscana, con la novella di Renato Fucini

“Il ciuco di Melesecche”

che si aggiunge a

“Il rimedio pei topi” e   “Il Dodolo”  dalle “Novelle toscane” di Ferdinando Paolieri

e, per gli autori toscani contemporanei, al racconto di Alessandro Pagani “Breve racconto onirico”

 

E ancora…

sabato 1 febbraio un nuovo autore contemporaneo:

Oreste Verrini con uno stralcio da “Madri”

 

 

 

Non mancate e buona lettura a tutti !

“Ciana” e “indovinala grillo!” Parole in disuso e modi di dire

Copertina Le ragazze di San Frediano nella prima edizione Vallecchi

Le ragazze di San Frediano, di Vasco Pratolini, fu pubblicato per la prima volta nel 1949, in rivista; è ambientato a Firenze e precisamente, come recita il titolo, in San Frediano: i protagonisti, da buoni fiorentini, parlano all’uso di Toscana, vi troviamo quindi modi di dire, termini del toscano di ieri ancora riconosciuti oggi, ma poco usati. Nel dialogo tra Bob (Aldo, il bel dongiovanni del quartiere ) e Tosca: “Sei come il boccino, è bastato un colpo per farti cadere dentro la bilia… Vedi, senza il mio amore, bella come sei saresti diventata lo stesso una ciana, una sanfredianina uguale alle altre…”

Il termine ciána è in questo dialogo riconoscibile come fiorentinismo o comunque come termine … continua a leggere  “Ciana” e “indovinala grillo!” Parole in disuso e modi di dire

La “ciancinfricola” ed altre due pietanze con le uova all’uso di Toscana

di Salvina Pizzuoli

E iniziamo con la ciancinfricola il cui nome è già tutto un programma.

Vediamo perché: il suo appellativo deriva da due modi di dire dialettali e precisamente da cianciare e fricolare. Se il primo è di uso comune ancora oggi, nel senso che tutti sanno cosa siano le ciance, il fricolare è meno usato e diffuso. Ma non perdiamoci in ciance, ovvero senza perdersi in discorsi inutili, e vediamo invece di raccapezzare qualche significato per fricolare che pare derivare dal latino fricare, stuzzicare o sfregare, costruito in forma iterativa cioè indicativa di un’azione che si attua in modo ripetuto, da cui fricolare, quasi un fare e rifare senza costrutto.    …  continua a leggere    La “ciancinfricola” ed altre due pietanze con le uova all’uso di Toscana

I Presepi di Montorsaio

Siamo tornati a Montorsaio in una bella giornata di fine dicembre, siamo venuti per i presepi di cui ci avevano tanto parlato e che ora, dopo averli visti, siamo ancora più convinti meritino un viaggio! Montorsaio è uno dei paesi gioiello della bella Maremma, arroccato sulla cima di un colle, a pochi chilometri da Grosseto, incastonato nel suggestivo paesaggio maremmano che, visto da lassù, incanta sempre e oggi ancora di più, in questa giornata di sole e di vento asciutto di tramontana che ha reso tersi e luminosi i verdi della campagna e i contorni delle colline all’intorno, mentre lo sguardo si spinge fino all’orizzonte e si perde in lontananza verso il mare.    … continua a leggere  I presepi di Montorsaio

Il pagliaio

di Luisa Gianassi

-Nonna raccontami di quando eri bambina nella grande casa del Pian dei Poggioli a Scarperia, che mi piace tanto…

-Va bene Elia, ti racconto di come salvai lo zio Tonio che stava cadendo dal pagliaio. Avevo circa la tua età, 9 anni, quando…

-Scusa nonna, ma cosa è un pagliaio?

-Hai ragione Elia, tu non puoi saperlo perché oramai i pagliai non esistono più. Tu sei abituato a vedere le presse e le rotoballe che fa il nonno Beppe. Oggi ci sono macchine che raccolgono il fieno e lo restituiscono in varie forme geometriche tipo parallelepipedi e cilindri, ma quando avevo la tua età il fieno si tagliava con una falciatrice trainata da vacche chianine e dopo che il sole lo aveva ben seccato, si trasportava nell’aia con carri trainati da questi stessi animali e qui si costruiva il “Pagliaio” che a dispetto del nome non era di paglia, ma di fieno. Per prima cosa il mio babbo, il tuo bisnonno Guido, piantava nell’aia un palo lungo e dritto, come quello dei telefoni. Iniziava poi a impilare il fieno. Il mio babbo stava sopra al pagliaio e spandeva e sparpagliava ben bene il fieno che lo zio Tonio portava.

Zio Tonio – disegno di Sara Gianassi

Il fieno doveva intrecciarsi, come una tela. Più si saliva su di altezza e più il pagliaio si restringeva, assumendo la forma di un cono e da ultimo diventava talmente alto che il bisnonno Guido doveva scendere con una scala lunghissima. Il fieno veniva così conservato per nutrire le vacche e i buoi durante l’inverno. Costruire un pagliaio era un’arte e un errore poteva compromettere la conservazione del fieno. Un pagliaio ben fatto era impermeabile e il fieno, per conservarsi bene, doveva diventare molto compatto tanto che per toglierlo usavano il tagliafieno.

Il pagliaio tagliato

Prima si consumava un giro del pagliaio che diventava tutto dritto e poi si prendeva il fieno al centro che era più duro.

Tornando alla nostra storia, tu devi sapere che una gallinella aveva l’abitudine di deporre le uova in cima al pagliaio e lo zio Tonio la spiava per trovarne il nascondiglio. In un pomeriggio assolato di agosto, mentre stavo saltellando nell’aia, sentii la zia Beppa che da dietro il pagliaio chiedeva aiuto. Accorsi subito e davanti ai miei occhi apparve una scena tragicomica. Lo zio Tonio era aggrappato al pagliaio e rischiava di precipitare a terra, mentre la zia Beppa tentava di frenare la caduta reggendolo con un lungo forcone, rischiando di infilzarlo! Lo zio Tonio avendo scoperto il covo della gallina pieno di uova, per raggiungerlo aveva legato insieme due scalei, ma una volta conquistata la cima, sotto il suo peso gli scalei avevano ceduto ed ora il pover’uomo stava veramente in una situazione pericolosa.

Capii subito che potevo salvarlo solo andando a prendere la lunga scala che il bisnonno usava per scendere dal pagliaio, dopo la sua costruzione. Non so ancora spiegarmi come riuscii a trasportarla, forse con la forza dell’affetto che provavo per quell’uomo tanto semplice, quanto buono, genuino e generoso che invece di temere per la sua vita ci gridava di andare via perché temeva di ferirci cadendoci addosso. Ricordo solo che trascinai la scala fino al pagliaio e che la alzai con l’aiuto della zia Beppa. Fu così che salvammo lo zio Tonio, che anche dopo tanti anni mi ricordava sempre questa storia con gli occhi che gli brillavano di commozione. Una commozione non tanto legata al salvataggio, quanto a quel pagliaio la cui costruzione gli ricordava la gioventù, una sapienza antica faticosamente appresa dai suoi avi e che andava sparendo senza che lui potesse tramandarla.

-Grazie nonna, è una bellissima storia. Costruiamo un pagliaio tutti insieme e così gli occhi del bisnonno e dello zio Tonio brilleranno ancora di gioia e noi saremo ancora quella grande famiglia del Pian dei Poggioli, dove c’era posto per tutti.

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Calìa

Tra le parole che ho portato con me dalla Maremma c’è sicuramente il termine “calìa” . Che fosse adoperato in senso dispregiativo era evidente dal contesto e dal tono, ma da dove derivasse no, non lo era di certo.

Nella Treccani oggi si legge: calìa s. f. [prob. der. di calare]. –1. Ciascuna delle minute particelle d’oro che si staccano nel lavorarlo. Ant. fare c. di qualche cosa, metterla in serbo. 2. fig. a. Cosa da niente, senza valore; anticaglia. b. Persona noiosa, che bada troppo alle minuzie; o persona malaticcia, piena d’acciacchi.

Dal Tommaseo Bellini:

CALÌA .S. f. Quegli scamuzzoli, cioè Minutissime particelle dell’oro che si spiccano da esso nel lavorarlo; detto così, quasi sia il calo, che fa l’oro. Cosa esce di moda, si dice che L’è una calía. Anco di pers. vestita alla foggia antica. Che calía! – Gli è una calía.

Nel “Grande Dizionario della Lingua italiana” troviamo alcuni esempi di utilizzo in scrittori toscani.

In Palazzeschi nell’accezione di “cosa senza valore”

Dopo essersi addobbate la cintura e il collo di fiocchi, il petto con qualche altra calìa, la testa con forcine e pettini luccicanti, incomincia­vano ad incipriarsi il viso.

Oppure in senso figurato di persona malaticcia, piena di acciac­chi, che si lamenta continuamente; persona gretta, che dà importanza alle minuzie:

I giovanotti d’oggigiorno… a restar sempre nella bambagia attaccati alle sottane delle mamme vengono su deboli, giallicci, maligni, ipocriti, calìe, e non si sa mai quello che covano dentro.

Di etimo incerto; si pensa derivi dal latino tardo cadivus (sec. II), derivato da cadére

Nel Vocabolario del Fiorentino contemporaneo alla voce calìa si legge:

sost. Femminile di chi, spec. bambino, mangia poco, o non si accontenta facilmente nel mangiare; di persona pedante; di chi in compagnia crea difficoltà per la troppa timidezza; di chi si veste in modo molto convenzionale; persona noiosa che fa continuamente pesare i propri piccoli guai suglia altri; persona malaticcia e lamentosa’.

E, se fossimo in Sicilia, augurerei “buona calìa a tutti”! E sì, perché nella mia terra d’origine la calìa sono i ceci “calìati” appunto, abbraustoliti, un buonissimo ricordo d’infanzia…

Altre parole desuete dell’idioma toscano

Scioccolare

Degli anni trascorsi nella Maremma toscana ho portato con me oltre a tanti paesaggi indimenticabili anche ritratti di persone e personaggi e parole e linguaggi. Sì, perché la Maremma ha voci e suoni diversi rispetto alla Toscana tutta. Tra le varie parole che ai tempi mi avevano colpita c’è certamente  “verduraio” e “dringolare” e “scioccolare”. Se le prime due erano e sono facilmente riconducibili al loro significato, come anche “dringolare” nel senso di tentennare, voce presente tuttora nell’Aretino e presumibilmente trasferita in Maremma dai vari Casentinesi che vi si recarono in tempi remoti per lavorare, il termine “scioccolare” merita una ricerca ad hoc.

Nel “Grande Dizionario della lingua Italiana” si legge:

Scrollare, scuotere, sbattere

‘Scioccolà’: scuotere (i panni per toglier la polvere, gli al­beri perché cadano i frutti,ecc.), strapazzare.= Voce diffusa in una vasta area della Toscana meridionale. fino all’Amiata (sciuccolà) e particolarmente viva a Siena come si trova in Tozzi: Cavò di tasca una manciata di albicocche…, seguitò a cavare le altre, ad una per volta… Alla fine, batté e scioccolo le mani insieme; e disse: “Non ce n’ho più”.

Alcuni riconducono a una for­ma latina exsucculàre (parallela e derivata. da exsuccàre) col significato originario di ‘asciugare scuotendo’, altri invece al francese choquer (nel sec. XII) quale prestito anche in altre lingue romanze, altri ancora (più verosimilmente) a una base onomatopeica dalla quale potrebbe discendere pure l’aggettivo scioc­co.

Anche calìa è un termine che ho sentito più volte in Maremma, ma ne parleremo la prossima volta.

Altre parole desuete dell’idioma toscano

Pissera, Pissero, Pisserina

Quanto riportiamo è tratto dal testo scritto da Carlo Lapucci, Odissea di una parola rimossa: la pissera nella postfazione de “La Pissera” di Lo Russo, Moschini, Ugolini, dove le tre autrici dedicano alla protagonista siparietti ironici e spietati.

Ma chi è la pissera?

Nella postfazione, Carlo Lapucci, eminente studioso e narratore delle tradizioni popolari, percorre la storia della parola sottolineando come essa non compaia in alcun dizionario, ma che sia ben intesa da qualunque toscano… e aggiunge proponendo la definizione che segue:

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