Granduchi, sigari e tirchieria: l’invenzione del “toscano”

sigari toscani

Correva l’anno 1815 quando nella Manifattura dei Tabacchi di Santa Caterina della ruota un imprevisto quanto impetuoso temporale estivo infradiciò un grosso quantitativo di tabacco della Val di Chiana lasciato all’aperto, che subito dopo cominciò anche a fermentare per il caldo. La cosa preoccupò non poco i dirigenti della Manifattura perché il tabacco, così rovinato, rischiava di dover essere gettato via ed era risaputo che il Granduca Ferdinando III di Lorena, da poco reinsediato al potere dopo il Congresso di Vienna, per quanto di larghe vedute, odiava ogni forma di spreco.

foglie di tabacco a essiccare

I responsabili del disastro cercarono di rimediare facendo asciugare le foglie di tabacco per confezionarci poi dei sigari economici dall’aspetto poco invitante, scuri e bitorzoluti. Quei sigari andarono letteralmente a ruba e nel 1818 il Granduca decise di metterli regolarmente in commercio ricavando congrue entrate per l’erario.

 

 Gian Gastone de’ Medici

 Granduca di Toscana, ultimo discendente della dinastia, fu principe inetto ed ebbe una cerchia di cortigiani sempre ponti a scroccare quanto possibile. Tra questi fu assiduo e in grande familiarità un poetastro di scarsa fama, Giambattista Fagiuoli. Costui una mattina si recò a palazzo per chiedere una sovvenzione, ma, essendo il Granduca ancora a letto, fu introdotto nella sua camera. Ascoltata la richiesta Giangastone si tirò le coperte sul capo senza dare alcuna risposta; dopo un bel po’ il poeta gli chiese che cosa stesse facendo e il Granduca rispose che si stava consultando con i suoi coglioni, al che il Fagiuoli esclamò: “Speriamo che questi tre coglioni si mettano d’accordo alla svelta!”

Farinata degli Uberti

 Una delle figure di spicco dell’Inferno dantesco, fu, tra i capi ghibellini, l’unico che non volle la distruzione della guelfa Firenze dopo la battaglia di Montaperti nel 1260. Infatti, subito dopo la vittoria i capi ghibellini tra i quali i conti Guidi, i conti Alberti, quelli da Santafiore, gli Ubaldini e lo stesso Farinata si riunirono per decretare la distruzione della città. A tutti si oppose quest’ultimo difendendo fieramente la città ed affermando che anche da solo l’avrebbe difesa ; per aggiungere peso alle proprie parole, come narra il Villani, ricorse all’ausilio di due proverbi popolari : “com’asino sape, così minuzza rape ; e vassi capra zoppa, se ‘l lupo non la ‘ntoppa” (“l’asino nel brucar rape s’arrangia come può” e “la capra, anche zoppa, procede se non incontra il lupo”, a indicare che ognuno, anche debole, fa quel che può, così lui, anche da solo, avrebbe difeso Firenze); ma il degli Uberti, forse nella foga del discorso, li contaminò in uno dicendo : “com’asino sape, si va capra zoppa ; così minuzza rape, se ‘l lupo non la ‘ntoppa”. Fatto sta che fosse il proverbio rimaneggiato, fosse l’autorità di Farinata o il peso delle sue parole, Firenze fu salva.

 

Maramaldo e Francesco Ferrucci

Il 3 agosto 1530 i soldati imperiali del principe d’Orange sconfissero i fiorentini a Gavinana, determinando la fine della repubblica e la restaurazione dei Medici.

Ciò che accadde a Gavinana è noto: appena gli imperiali ebbero battuto l’esercito fiorentino, Fabrizio Maramaldo trafisse a morte Francesco Ferrucci, che era suo prigioniero. Ignobile atto che tutti abbiamo biasimato fin dalle scuole elementari, commossi dalle parole “tu uccidi un uomo morto!” che sembra aver pronunciato il capitano fiorentino.  Meno note sono le ragioni che indussero Maramaldo a infierire, contro tutte le norme dell’onore, sull’avversario inerme e già ferito, e a macchiarsi di un assassinio.

Maramaldo uccide Francesco Ferrucci (francobollo commemorativo)

Capitano del contingente incaricato di alleggerire la pressione nemica su Firenze assediata, Francesco Ferrucci era uno specialista della guerriglia; Fabrizio Maramaldo era stato messo alle sue calcagna per annientarlo.  Si erano scontrati per la prima volta a Volterra, dove il Ferrucci era riuscito ad asserragliarsi dopo un colpo di mano e per comprendere i motivi del gesto di Gavinana occorre ricordare quello che accadde proprio a Volterra.

Nell’intento di costringere l’avversario a cedere le armi; Maramaldo cercò di indurre i volterrani alla rivolta e spedì « trombetto » ad annunciare le offerte di pace.  Temendo la pressione psicologica sulla cittadinanza oppressa, Francesco Ferrucci ordinò di cacciare l’araldo e minacciò addirittura di impiccarlo se si fosse fatto vedere di nuovo.  Questa condotta era già contraria alle norme, ma il Ferrucci fece anche di più: quando Maramaldo spedì per la seconda volta un araldo a leggere il proclama, lo fece catturare e senza stare a pensarci troppo lo impiccò davvero.

Fu questa la ragione dell’odio che Maramaldo covò in cuore contro l’avversario?  Forse questo fu soltanto l’inizio, anche se certo il corpo dello sventurato « trombetto », lasciato penzolare in vista del nemico finché durò l’assedio di Volterra, dovette costituire un’offesa mortale per Maramaldo, che aveva mandato l’innocente araldo incontro alla morte senza riuscire a vendicarlo.

Ci fu però qualche altra cosa.  A Volterra, a quanto pare, la lotta si trasformò in una sorta di disputa personale tra i due capitani.  Maramaldo era certo un soldataccio, ma viene descritto come « gentiluomo di buon sangue e di alta reputazione ». Per le bande fiorentine del Ferrucci, tuttavia, il suo nome suonava irresistibilmente ridicolo.

Statua di Francecso Ferrucci (Firenze Ufizzi)

E così, per tutta la durata dell’assedio, non passò giorno senza che dall’alto delle mura di Volterra qualcuno gridasse ingiurie e « miagolate » contro Maramaldo.  I soldati si spenzolavano giù e schernivano gli uomini del condottiero napoletano urlando « maramao »; mentre gridavano dondolavano sulla testa dei nemici dei poveri gatti legati per la coda perché miagolassero il più disperatamente possibile.  A un certo punto presero perfino a ritmare a squarciagola un ritornello che diceva: « Chi vuole gattuccio venga avanti al Ferruccio ».

Insomma non c’è da meravigliarsi se Maramaldo si rose il fegato per la gran rabbia.  Iracondo e suscettibile, attaccabrighe e vendicativo, il condottiero imperiale giurò che avrebbe strangolato con le proprie mani l’uomo che gli faceva perdere la faccia davanti ai propri soldati.  E proprio questa sembra essere stata la ragione che indusse Maramaldo – il 29 maggio 1530 – ad abbandonare Volterra, rinunciando momentaneamente a quell’inutile e biiiosa dróle de guerre e rimandando la vendetta ad altra occasione.  Non dimenticò tuttavia quel conto personale che aveva coi Ferrucci e lo saldò un paio di mesi dopo, a Gavinana.

Tratto da: Alessandro Cosi Alessandro Ferrini, Come uno di noi: aneddoti su fatti e personaggi illustri

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...