di Giovanni Caselli

Belisario comandante dell’esercito bizantino (particolare del mosaico in San Vitale a Ravenna)

Le guerre tra i Bizantini e i Goti, durate venti anni (535 – 568), distrussero l’Italia “classica” e l’invasione longobarda del 568 praticamente ridusse i latini come etnia ad una esigua minoranza, ossia la popolazione latina discendente dai Romani praticamente cessò di esistere. Molte città furono rase al suolo e la residua popolazione latina si disperse, diluita nella massa di invasori e immigrati stranieri, provenienti dalle varie parti del Mediterraneo e dell’Oriente, invase dalle orde islamiche. La lingua latina fu recuperata come lingua franca della penisola, dove si parlava ogni lingua e la lingua latina era nota solo in ambiti colti e amministrativi. Verso il 650 iniziano gli approdi di fuggitivi e migranti dal Levante. Mentre l’Islam penetra nella Siria cristiana, aramaica e greca, ondate di “migranti” cristiani levantini raggiungono Ravenna, e le città adriatiche dalle quali vengono dirottati verso Roma e quindi verso la Toscana e l’Umbria, quasi del tutto spopolate, e questi migranti daranno l’avvio alla resurrezione delle città romane deserte, abbandonate durante le guerre gotiche o distrutte dai Longobardi. Pare proprio che la storia si stia, in qualche modo, ripetendo ai giorni nostri.
Piccole comunità di cristiani, guidati dal loro vescovo (secondo Pertusi) arrivavano su barche con una capacità di 1500 passeggeri. Giunti in Italia si insediano nelle rovine di ville romane in città e paesi deserti.
Questi migranti di civiltà bizantina non erano tutti contadini, anzi, è vero che i contadini non potevano permettersi il viaggio e si convertirono all’Islam, i migranti erano per la maggiore artigiani e commercianti, artisti e amministratori. Si può così trarre una logica conclusione pensando ai benefici che questa immigrazione deve aver portato in un paese in disfacimento o del tutto disfatto. Fu così che la cultura “iranica”, ovvero la cultura dell’area di influenza sassanide, penetrò non solo in Arabia e nell’Oriente, ma anche in Italia e in molte città europee portandovi evolute forme istituzionali commerciali, amministrative, architettura, letteratura, arti e mestieri. Questa premessa dovrebbe far capire meglio Dante e il fenomeno del Rinascimento in Toscana. Ebbe luogo così la transizione verso il Medioevo, cosa che la storia ha spesso voluto trascurare. Isomma in questi secoli si preparò l’humus sul quale avrebbe poi attecchito, più tardi, il Rinascimento.

Edictus Rothari

Sono molti i secoli che videro protagonisti sulla scena dell’Appennino i Conti Guidi, ma chi erano costoro? Erano probabilmente genti di origine franca aderenti alla legge salica. Secondo la legge longobarda nota come Editto di Rotari, la prima raccolta scritta delle leggi dei Longobardi, promulgato tra il 22 e il 23 novembre del 643 dal loro re Rotari, il patrimonio feudale veniva trasmesso, indiviso, dal padre al solo figlio, primogenito maschio, escludendo ogni altro. Gli antenati della famiglia dei Guidi (Widi) giunsero in Toscana dalla Germania nord occidentale, forse a seguito di qualche leader franco, ottenendo dal re Berengario e da suo figlio Adalberto vasti possessi tra Appennino e l’Arno, nei comprensori di Pistoia, Firenze ed Arezzo. Abbiamo visto come il capostipite della famiglia fosse Teudegrimo, che risiedeva a Pistoia; egli sposò nel 924 la contessa Englarata figlia del conte Martino di Modigliana, duca di Ravenna, ereditandone il feudo.
Questo feudo gli fu confermato da Ottone I di Sassonia che venne in Italia nel 961 per essere consacrato Imperatore a Roma. Nell’occasione Ottone I nominò molti feudatari tra i quali i vescovi di Arezzo che così ottennero il potere temporale. Gli abati e le badesse erano affiliati agli imperatori, poiché fratelli minori di eredi, mentre i vescovi, erano diretti dipendenti dal Papa. In questo modo il nuovo imperatore si garantì il controllo sulla Chiesa mediante queste “investiture”conquistando le borghesie delle città vescovili.
Arezzo acquisì un carattere germanico: I vescovi-conti di Arezzo si contenderanno quindi il potere sulla valle e sulla montagna, con i Guidi e con altre famiglie comitali. Teudegrimo II sposa Gisla o Willa di Modigliana, figlia del marchese Ubaldo, acquisendo il potere su Radda in Chianti e sullo snodo delle vie di transumanza oltre il Pratomagno, i due fondarono poi il monastero di San Fedele di Strumi. Il figlio, Guido III, donò a Strumi le decime ricevute a Porciano, Vado (Castel San Niccolò) Cetica e Larniano.

Da San Martino a Vado la rocca e la torre con l’orologio di Castel San Niccolò

La sorella di Guido III, Itta, fu badessa del monastero di Sant’Ellero – che controllava il ponte sull’Arno presso Rignano – e fu benefattrice di San Gualberto (Walberto) nella fondazione di Vallombrosa. Il ponte di Sant’Ellero sull’Arno faceva parte della strada romana che collegava direttamente Strumi a Firenze e alle vie di transumanza del Falterona nel territorio di Rignano. Guido IV nel 1054, dona a Camaldoli i possessi di Sandetole e Contea in Val di Sieve dove passava il tratturo proveniente dal Falterona. Guido V sposa la figlia del marchese di Vernio e Mangona, sulla Calvana (zona di pascolo), eredita il dominio su Romena, mentre il fratello ebbe Montevarchi, altra zona cruciale del transito delle greggi del Pratomagno per la Maremma. Sua figlia Berta fu badessa di Rosano, dove il monastero (non a caso) controllava il guado della via di transumanza del Falterona proveniente da Sandetole. Il figlio di questo, Guido Guerra (Werre) fu adottato dalla Contessa Matilde di Toscana che lo avrebbe voluto, dato il potere che aveva sulla regione, Marchese di Toscana (1099). Guido Werre II fu alleato di Federico I Barbarossa, divenne ghibellino e confrontò i Guelfi dal Castello di Monte di Croce sopra Pontassieve. Il figlio Guido Werre III fu fatto conte Palatino dal Barbarossa confermando a lui e ai successori tutti i diritti imperiali su oltre 200 borghi e castelli, situati in luoghi di grande importanza strategica tra Toscana ed Emilia Romagna.
Nel 1195 Guido Werre I si staccò dal partito ghibellino aderendo alla lega guelfa di San Genesio contro l’Imperatore. Queste propensioni al cambio di bandiera suscitarono lo sdegno di Dante che a Porciano definì i Guidi “brutti porci, più degni di galle” (Purg. XIV, 47). Il patrimonio dei Guidi rimase integro, come voleva la legge longobarda, fino al terzo decennio del secolo XIII. Da questo momento la famiglia aderisce alla lex salica e il patrimonio verrà diviso tra tutti i figli maschi.
I cinque figli di Guido Werre si divisero così il patrimonio del padre:
Guido Werre IV fu conte di Modigliana, Bagno di Romagna, Poppi e Battifolle.
Marcovaldo fu conte di Dovadola Tredozio, ecc in Romagna.
Aghinolfo fu conte di Romena, Ragginopoli e Montegranelli in Casentino e Romagna Teudegrimo fu conte di Porciano, di Stia, di S. Bavello e del Pozzo in Val di Sieve e della Val d’Ambra.

Castello di Porciano – Stia

Ruggieri fu conte di Montevarchi, di Montemurlo, Cerreto Guidi ed Empoli.
I figli di Guido Werre IV, Guido Novello e Simone fecero costruire il castello di Poppi, ma scelsero ciascuno una sede diversa, il primo rimase a Poppi e il secondo prese residenza a Battifolle.
I castelli dei Conti Guidi, scrive Riccardo Bargiacchi, costituiscono un contesto tematico che spaziava dal Valdarno alla Romagna, dal Mugello al Casentino. Il Casentino come unità geografica e culturale si merita una attenzione particolare: Si tratta del Casentino dei Guidi o Alto Casentino, non di quello attuale, comunque il Casentino medievale come configurato sopra. E’ stata generalmente accettata una divisione in quattro parti dell’incastellamento casentinese fino a Bibbiena, quindi non solo quello dei Guidi: al periodo più antico si assegna una serie di castelli che vengono descritti come “castra” prima del 1050, questi sono:
Sarna, 980ca; Marciano 1008; Nibbiano, 1011; Castel Focognano 1022, Strumi 1029; Montecchio, 1049; Vezzano, 1052; Castel Castagnaio, 1063; Fronzola, 1065; Gello, 1065; Bibbiena, 1084; Porciano, 1115; Chiusi 1119; Romena, 1125. Naturalmente questi castelli sono considerevolmente più antichi delle date delle attestazioni scritte.

il castello di Romena
il castello di Romena

Alla seconda fase appartengono i castelli del cinquantennio a cavallo dell’anno 1100. Questi castelli sono fondati da gruppi familiari locali, di proprietari liberi o legati a qualche abbazia, ai Guidi o ai vescovi di Arezzo. Ecco l’elenco:
Fognano (1076); Gressa, 1078; Soci, 1079; Ragginopoli, 1081; Vignoli, 1082; Papiano, 1111; Serra, 1114; Riosecco, 1114, Stia, 1137.
La terza fase si collocherebbe nella seconda metà del XII secolo. Le proprietà terriere laiche od ecclesisatiche incominciano a trasformarsi in signorie; le loro dimore vengono fortificate e si crearono sistemi di castelli visibili l’uno dall’altro, a controllo del territorio per motivi principalmente economici e non sempre militari. In questa fase i castelli dei Guidi esercitano un controllo razionale dei passi montani e di ogni movimento nella parte fiesolana del territorio soprattutto per assicurare la riscossione di balzelli, pedaggi e dazi.
Nella quarta fase tra l’inizio alla fine del del XIII secolo, vengono riedificati alcuni castelli e fortificati gli abitati aperti, nasce così il borgo fortificato adiacente al castello. All’interno del borgo ci sarà il cassero, rifugio dei signori ed anche il palatium, la residenza. Si includono in questa categoria Romena, Castel San Niccolò, Porciano, Poppi e Bibbiena, ma forse anche castelli minori come ad esempio Sarna e Bagnena, dove si osserva chiaramente il passaggio tra cassero e palazzo. La funzione dei castelli è triplice, in ordine di importanza: economica, politica militare. Parleremo della evoluzione sociale nel capitolo dedicato ai centri storici.

Poppi castello

Nel Casentino non vi erano solo questi castelli cen’erano decine tra noti, poco noti, e ancora oggi ignoti; con la sola eccezione di Poppi, tutti distrutti o ruderi più o meno cospicui. Molti dei castelli sono ridotti a mucchi di sassi, come nel caso di Civitella Secca, e altre torri e castelli nei boschi del Casentino, oppure se ne scoprono i resti inglobati in edifici all’interno dei borghi di altura, come ad esempio a Giogatoio, presso Villa di Ortignano.

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