Le origini degli etruschi negli scrittori greci e romani

di Alessandro Ferrini

Tolemeo (I° secolo) particolare del suo Planisfero ricavato dalle sue descrizioni (fonte Wikipedia)

Nei secoli trascorsi gli storici hanno cercato di definire da quali luoghi provenissero gli Etruschi prendendo posizioni assai diversi: molti hanno ritenuto gli Etruschi provenire dall’Asia minore altri, più recentemente, essere autoctoni. Ma la questione si origina nei tempi più antichi, addirittura a partire dagli scrittori Greci e Latini. È Erodoto* il primo a fornirci notizie della loro provenienza dall’asia Minore, riportando quanto si credeva nella Grecia del suo tempo, e più precisamente dalla Lydia:

I Lidi hanno all’incirca le stesse consuetudini dei Greci, se si eccettua il fatto che fanno prostituire le figlie. Sono stati i primi, a nostra conoscenza, a coniare e a usare la moneta d’oro e d’argento e i primi a esercitare il commercio al minuto. I Lidi affermano poi che anche i giochi attualmente in uso presso di loro e presso i Greci

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Il mito etrusco di Tages/Tagete

di Michele Zazzi

Gemma del Museo di Villa Giulia

Il mito etrusco più diffuso nella letteratura classica e degli autori antichi successivi è senz’altro quello di Tagete.
Le fonti (Cicerone, De Divinazione II, XXIII; Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane; Censorino, De die natali 4,13; Ovidio, Metamorfosi XV, 552-559; Isidoro di Siviglia, Etymologie sive Origines 8,9, 34-35; Giovanni Lido Sui Segni Celesti 2-3, etc … ) descrivono l’apparizione e le rivelazioni di Tages/Tagete (che in etrusco significherebbe “voce mandata fuori dalla terra”) con un racconto sostanzialmente uguale, seppur con alcune differenze.
Nelle campagne di Tarquinia, mentre un contadino (che secondo alcuni sarebbe stato Tharcon, un aruspice) arava la terra, accadde un fatto mirabile, quale nessuno aveva udito essere mai accaduto nell’arco di tutti i tempi: da un solco più profondo balzò fuori Tagete (secondo altri si sarebbe invece trasformato da una zolla di terra) che aveva l’aspetto di un bambino ma con la saggezza di un uomo maturo (ed infatti aveva i denti ed altri segni della vecchiaia).

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Le piangenti nel rito funerario etrusco

di Michele Zazzi

Cinerario Paolozzi (Tumulo di François di Camucia)

La presenza di donne che si lamentano e piangono durante le cerimonie funebri, al fine di enfatizzare il dolore della famiglia e la rilevanza sociale del defunto, è documentata fin dall’antichità in Grecia, in Egitto, in Siria e Mesopotamia.
Talvolta le piangenti facevano parte della famiglia del defunto ma in altri casi si trattava di vere e proprie professioniste (prefiche) che venivano pagate per la loro partecipazione al funerale. Anche nell’iconografia funeraria etrusca si trovano frequentemente raffigurate donne nell’atteggiamento di compianto funebre (mani sul petto, sul volto, sulla testa, etc…). 
Le lamentatrici, in particolare, sono rappresentate nei monumenti funebri etruschi (pitture tombali, statue, rilievi su casse di urne e sarcofagi, etc…)  dal periodo orientalizzante fino alla fase ellenistica.

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Il saccheggio di Pyrgi da parte dei Siracusani di Dionigi il Vecchio (384 a.C.)

di Michele Zazzi

Pyrgi

Le fonti raccontano che i Siracusani capeggiati dal Tiranno Dionigi il Vecchio (Dionisio I di Siracusa) nel 384 a.C.  saccheggiarono il santuario di Pyrgi, porto della città etrusca di Caere.
L’operazione si inserisce in un più ampio contesto caratterizzato dalla contrapposizione tra il Tiranno e gli Etruschi (alleati dei Cartaginesi, ma anche degli Ateniesi, entrambi nemici dei Siracusani), nel periodo inziale del IV secolo a.C.
Relativamente all’Adriatico Dionigi decise di fondare città per assumere il controllo delle rotte navali del delta padano ed espandersi nell’Epiro, realizzando punti di approdo per le navi con obiettivi strategici ma anche commerciali.
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Il mito etrusco dell’agguato dei fratelli Vibenna all’indovino Cacu

di Michele Zazzi

Specchio di Bolsena

Su alcuni monumenti etruschi del periodo ellenistico è rappresentato un mito etrusco di difficile interpretazione che riguarda l’indovino Cacu (divinità profetica) ed i fratelli Vibenna (noti per le loro connessioni con Macstarna/Servio Tullio di cui alle raffigurazioni della Tomba François di Vulci della seconda metà del IV scolo a.C.).
La scena, seppur con qualche variante in termini di complessità, è raffigurata su uno specchio in bronzo da Bolsena, del IV-III secolo a.C., conservato presso il British Museum e su almeno quattro urnette cinerarie chiusine, databili al II secolo a.C., provenienti in particolare dalla Tomba della Pellegrina, dal territorio chiusino, da Sarteano e da Città della Pieve (tali monumenti funerai sono conservati presso i Musei Archeologici di Chiusi, Siena e Firenze).

I nomi dei protagonisti si ricavano dalle didascalie incise sulla circonferenza dello specchio di Bolsena vicino alle figure raffigurate al suo interno. 

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Il Sarcofago degli Sposi di Cerveteri presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

di Michele Zazzi

Sarcofago degli Sposi

Il 9 aprile 1881 nel corso di scavi effettuati a Cerveteri nella Tenuta della Banditaccia da Domenico Boccanera – affittuario del principe Francesco Rispoli, proprietario della ridetta tenuta – all’interno di una tomba già depredata furono rinvenuti numerosissimi frammenti (circa 400) di un grande sarcofago. Dai rapporti di scavo risulta che del corredo facevano parte sei “lacrimari ordinari ben conservati” ed un vaso etrusco rotto nella sua parte inferiore con manici bassi sotto l’orlo e figure di animali e uomini con elmo “dipinti in nero su fondo rosso” (forse un’anfora a figure nere). Il sarcofago sarebbe stato trovato in un ipogeo non lontano dalla tomba dei Rilevi ma ad oggi non è stato possibile individuare la tomba che lo conteneva.

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La tomba del Granduca (o Deposito del Gran Duca) a Chiusi (SI)

di Michele Zazzi

Urna di Thana Artnei

La tomba – che fa parte della Necropoli di Poggio Renzo – fu scoperta il 6 febbraio 1818 a circa due km a nord-est di Chiusi, su di una collinetta nei terreni di proprietà del Granduca di Toscana (da cui il nome della tomba), vicina alla casa colonica della Paccianese nella fattoria di Dolciano. La tomba infatti è altrimenti nota anche come “Camera della Paccianese”.
Composta da un’unica camera rettangolare (m 3,75 x 3) venne scavata nell’arenaria e rivestita con blocchi di travertino grigio murati a secco. Presenta volta a botte (si tratta di una tipologia abbastanza diffusa nel territorio chiusino, quali ad es. Tomba di Vigna Grande, Tomba Galeotti, Tomba di Vaiano, Tomba di Tassinaia, Tomba dei Tlesnei) ed è munita di banchine lungo le pareti. L’ingresso (ad est) in origine era costituito da una porta in pietra a doppio battente. All’epoca della visita di George Dennis (1842-1847) uno dei battenti era sul terreno davanti alla tomba e l’altro non girava più sui cardini. …

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Il mito etrusco del lupo che esce dal pozzo nelle urne ellenistiche dell’Etruria settentrionale

di Michele Zazzi

Sulla cassa di alcune urnette funerarie di produzione volterrana e perugina (ad oggi conosciamo otto esemplari) viene rappresentata la scena di una belva non ben definita, forse un lupo, che tenta di uscire da un pozzo (puteale).L’animale è stato identificato con un lupo o un animale fantastico: a volte sembra effettivamente un lupo, in altre pare un essere ibrido con corpo di uomo o di cavallo e con fattezze di lupo (zampe, testa). Si è anche pensato che possa trattarsi di mostri diversi.
Il lupo che emerge dal sottosuolo viene fronteggiato da un gruppo di uomini; la scena nelle urne della specie presenta qualche variante.

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Gli Etruschi e la caccia al suono del flauto

di Alessandro Ferrini

Claudio Eliano, scrittore romano in ligua greca vissuto nel II° secolo d.C. nel suo trattato Sulla natura degli animali, scriveva che in Etruria la caccia si praticava a suon di musica:

In Etruria circola la credenza che i cinghiali e i cervi della regione venissero catturati con le reti coi cani, cioè secondo le normali regole della caccia , ma che fosse musica insieme a quelle a costituire il fattore più importante del successo. Ora spiegherò in che modo: I cacciatori sistemano intorno le reti e tutti gli altri accorgimenti che attirano gli animali. Uno di loro, suonatore di flauto si aggira nella zona e cerca di trarre dal suo strumento i suoni più armoniosi e intona i più dolci motivi musicali evitando il più possibile le note stridenti. […]. La quiete e la solitudine favoriscono la trasmissione di quei canti e la loro melodia irrompe nelle vallate e nei boschi, cioè, per dirla in breve, nelle tane e nei covili di quelle bestie selvatiche. Dapprima quei suoni colpendo le loro orecchie li atterriscono e li riempiono di paura, ma poi, avvinti da un incontenibile e irresistibile piacere e così affascinati, dimenticano i figli e le loro dimore, sebbene gli animali selvatici non siano soliti vagare lontano dai luoghi nativi. E così, a poco a poco, i cinghiali e i cervi dell’Ecruria, come trascinati da un dolce incantesimo, soggiogati dalla musica, finiscono per cadere nelle reti.

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Il Pantheon degli Etruschi

Le divinità etrusche

Livio definiva il popolo di Veio di gran lunga il più religioso  eo magis dedita religionibus, quod excelleret arte colendi eas (Ab Urbe condita, V, 1). Gli Etruschi furono sicuramente tra i popoli italici i primi a costruire un’immagine antropomorfa degli dei, probabilmente influenzati dai contatti con il mondo greco.

Il loro Pantheon era presente nel cielo, nel mare, nella terra e sottoterra come risulta nel fegato di Piacenza, dove sono iscritte le divinità entro sedici caselle; gli Etruschi suddividevano il cielo in sedici regioni dentro le quali abitavano gruppi di divinità.   … continua a leggere    Il Pantheon degli Etruschi