di Salvina Pizzuoli

Il Monte Amiata

Oggi il Monte Amiata è quel che rimane di un antico vulcano, spento ormai da millenni, caratterizzato da una storia e da una geografia singolari che lo hanno visto protagonista di ampi insediamenti umani sin dalle età più lontane. Il motivo potremmo individuarlo nella particolare ricchezza di acque che pare rintracciabile anche nell’antico etimo: dal latino ad meata, ovvero alle sorgenti. Ed è proprio alla sua struttura geomorfologica che il fenomeno si collega, essendo costituito nella parte sommitale da formazioni poco permeabili e dalla sovrapposizione di terreni fessurati che ne fanno un grande serbatoio idrico. Molte infatti le sorgenti e i torrenti che vi si diramano con una disposizione radiale: il Fiora, l’Albegna, il Paglia, solo per citare i più conosciuti anche per la storia che lungo il loro corso si è sviluppata, storia ancora visibile nei centri abitati che, come una corona intorno alla base sommitale, circondano la montagna la cui Vetta tocca 1738 metri slm, denominata in tempi passati per la sua forma Masso o Sasso di Maremma.

Oltre alla presenza di acque il territorio offriva un ampio manto boschivo, ricchezza da sempre costituita dal legno e dai manufatti che se ne ricavano, per la costruzione di edifici, per il riscaldamento, merce utilizzata per usi locali ma anche esportata e, non per ultima, dai frutti dei castagni che da sempre hanno sfamato le popolazioni montane e l’utilizzo del tannino.

A convalida di questa tesi la presenza, già in età pre-protostorica, di insediamenti lungo la fascia delle sorgenti e successivamente insediamenti etruschi, soprattutto in età ellenistica (III-II secolo a.C.) lungo le valli del Paglia e dell’Orcia tra i 300 e i 600 metri di altitudine la cui ricchezza economica era costituita dal bosco. Le risorse minerarie, come il cinabro, venne infatti usato dagli Etruschi come terra colorante, ignorandone gli impieghi per la produzione di metallo.

Abete Bianco

Nel periodo romano, a partire dal II secolo a.C., gli insediamenti si infittiscono e i reperti indicano tra le attività svolte la pastorizia e il diboscamento, soprattutto di abies alba, l’abete bianco molto apprezzato dai Romani per la costruzione di imbarcazioni, che favorirà l’incremento di attività legate all’agricoltura, ma a quote non superiori ai 400 metri; successivamente, in età imperiale (I-IV secolo d.C.) gli studiosi registrano un’espansione dei centri abitati che si concentravano lungo il corso dei fiumi e in prossimità delle reti viarie di fondovalle.

I giacimenti di cinabro non vennero invece utilizzati preferendo quelli spagnoli. Fu il periodo medievale a vedere sfruttate le risorse minerarie del territorio sia di minerali cupriferi, contenenti il rame, ed argentiferi, che dei minerali di antimonio e ferro cui spesso in natura l’antimonio è associato.

I secoli XI e XII rappresentano il periodo del massimo sviluppo demografico sulla montagna amiatina, con la nascita di villaggi fortificati a corona al cono vulcanico tra i 600 e gli 800 metri, insieme ad insediamenti monastici. Due i principali centri di potere e i protagonisti di tale sviluppo: la badia di San Salvatore e lo stato signorile degli Aldobrandeschi. Il potere esercitato ebbe fasi alterne e la sua massima espressione alla morte dell’Imperatore Ottone III (996 – 1002) quando e San Salvatore e i conti riuscirono sia a recuperare sia ad ampliare i propri possedimenti.

Foto originale a questo link

Nascono quindi i villaggi fortificati e la stessa abbazia, fondata intorno all’Ottocento, conosce nel 1035 una nuova edificazione della sua chiesa abbaziale dall’architettura particolare (cfr articolo correlato). Il monastero, citato per la prima volta nel 762, sotto i re carolingi tra l’VIII e il IX secolo aveva esteso la sua attività e importanza espandendosi lungo le valli dell’Ente e dello Zancona colonizzando questi nuovi territori e introducendo forme di sfruttamento delle terra, ma fu nella prima metà dell’XI secolo, dopo il negativo periodo ottoniano, che conobbe una grande rinascita: ebbe nel marchese Ugo di Toscana un valido sostenitore, insieme all’abate Winizo, per il reintegro degli antichi diritti vantati dal monastero dal lontano VIII secolo. È a questo periodo che si deve l’ampliamento della chiesa con le sue belle torri lungo la facciata.

Abbazia di San Salvatore, la facciata

Ma come funzionava il potere abbaziale sul territorio?

L’economia seguiva l’organizzazione curtense in cui la parte centrale del possedimento terriero apparteneva direttamente al monastero, i terreni circostanti venivano invece affidati, in cambio di censi in danaro o in natura e di corveès, a coltivatori legati da un contratto detto livello, da cui erano detti livellari. I grandi possedimenti fondiari erano organizzati in celle, piccole aziende agricole dipendenti dal monastero, presso cui i livellari depositavano i censi dovuti.

Pieve a Lamula, la facciata

Una di queste celle fu, ad esempio, quella di Santa Maria di Lamule il principale centro amministrativo di San Salvatore; del villaggio non rimane alcunché ma possiamo ammirarne la bella chiesa che ricevette la nomina a pieve nel lontano 996 (cfr. articolo correlato).

Ai conti Aldobrandrschi invece l’Amiata deve la nascita dei villaggi fortificati strettamente legati alle risorse che offriva il territorio, soprattutto la presenza di legname legata anche al ciclo della lavorazione del ferro della calce e della conciatura. La presenza oltre al legname di sorgenti e mineralizzazioni di ferro favorì la nascita dell’artigianato di questo metallo aprendosi ad attività siderurgiche collaterali. Ma non mancarono anche attività connesse con l’allevamento, quella dei lanaioli e anche dei conciatori ai quali il bosco forniva il tannino.

Arcidosso la rocca aldobrandesca

Torri aldobrandesche furono innalzate in vari villaggi fortificati e sono ancora oggi simbolo nei borghi murati amiatini di quel potere signorile che si mostrava da lontano in tutta la sua possanza, come saranno nei centri urbani le case torri: e così le possiamo ancora oggi ammirare a Santa Fiora, ad Arcidosso, a Piancastagnaio, a Castel del Piano, datate tutte intorno al XII secolo.

Un mondo che si muoveva attorno al bosco come principale artefice di ricchezza economica che aveva intensificato i rapporti commerciali con le zone limitrofe grazie alla fitta rete viaria che si era creata a partire dalla presenza della vicina via Francigena, nata in contemporanea con la prima abbazia, proprio a tutela di quella che sarebbe diventata, con le sue diramazioni e raccordi su antichi assi viari, l’Aurelia, la Cassia adrianea e la Cassia vetus, la grande autostrada del mondo medievale.

La viabilità nel X secolo. Carta originale a questo link

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